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Genere...umano

Uomo e donna? Diversità, non differenza

Tutto come nella barzelletta dell’autista di autobus nel Sud Africa dell’apartheid: “Nel mio mezzo non ci sono bianchi e neri, siamo tutti blu. Forza, salite: blu chiari davanti, blu scuri dietro!”. È una triste sintesi di quello che succede nella nostra Nazione a proposito delle differenze di genere: gli esseri umani, di fronte ai diritti, dovrebbero essere tutti uguali, poi però... sono necessarie delle leggi per far rispettare l’assioma fondamentale che vuole le persone trattate tutte alla stessa stregua, senza differenze di religione e di sesso. E hai voglia a dire che le “quote rosa”, tanto per fare un esempio, sono un simbolo di progresso civile, perché obbligano a riservare un certo numero di cariche elettive alle donne. Forse potranno raggiungere lo scopo di portare un numero congruo di cittadine italiane negli scranni della politica, ma di certo lo fanno erodendo, nemmeno tanto sottilmente, la dignità di una parte dei cittadini italiani, le donne appunto, che hanno dovuto sottostare a una qualche forma di tutela per poter veder affermato quello che non dovrebbe essere nemmeno considerato un diritto, ma un normale scorrere della vita civile. E fa veramente un ribrezzo notevole dover contare con numeri da “marcatempo” le donne uccise in famiglia o non, tanto che si è dovuto coniare un termine apposito, “femminicidio”, per questo genere di delitti. Normalmente, per i delitti, c’è il codice penale, che dovrebbe essere applicato con particolare puntualità nei confronti di chi commette queste spregevoli fattispecie di reati. E poi ci dovrebbe essere, ma questa manca del tutto da noi, una educazione dei giovani al rispetto dell’altro, prescindendo dal suo essere uomo o donna, o dalla religione che pratica, o dalle proprie tendenze sessuali e così via. Quando io ero piccolo, e non sono passati eoni di tempo, a scuola esisteva una materia, l’ “Educazione civica”, che era associata alla Storia. A pensarci bene, non è che gli insegnanti normalmente la considerassero molto, ritenendola quasi una perdita di tempo che rallentava lo svolgimento del programma di Storia. Però qualcosina si faceva, e almeno agli studenti più volenterosi qualche regola del giusto vivere restava nella mente. Per il resto, era tutto un propinare di secoli di guerre di religione, stragi di innocenti, cataclismi politici che generavano morti su morti, spesso innocenti, snocciolate come un freddo elenco compitato con ragionieristica successione temporale, con tanto di “date chiave” (e guai a non saperle a memoria!) e date di trattati con i quali si diceva basta con le stragi per ricominciare invece subito dopo. In pratica, non si insegnava tanto “l’educazione civica”, ma una materia, la Storia, che spesso di civico ha ben poco e che si sarebbe potuta ridefinire come “educazione cinica”… E noi siamo i figli dell’educazione cinica, noi siamo quelli che abbiamo accettato come cosa normale, fino a quando il problema non è diventato intollerabile, che gli uomini, all’interno delle loro case, uccidessero le mogli e quasi quasi ci scappava anche un “vai a sapere cosa aveva combinato quella”: basti pensare all’esecrabile “delitto d’onore” in voga mica fino a troppi anni fa. Noi siamo quelli che non ci meravigliavamo del fatto che al Parlamento da sempre sedevano pochissime donne, e ridevamo alle battute di qualche patetico Presidente del Consiglio che apostrofava una sua collega parlamentare, non nota per la sua bellezza, con la frase “Lei è più bella che intelligente”. Bene, signori, questo è il risultato del modo in cui siamo vissuti e ci hanno fatto vivere, del modo in cui ci hanno educato e paradossalmente, ad educarci in questo modo erano proprio le donne, ovvero le mamme, evidentemente condizionate da millenni di sottomissione maschilista. È ora di cambiarlo? Io presumo di sì, non sarà facile ma va fatto. E finalmente qualcosa si sta facendo, ancora una volta grazie proprio a quelle donne che hanno acquistato una diversa coscienza di sé, del proprio valore e dei loro diritti. Anche se proprio questo essere diventate diverse agli occhi degli uomini è spesso la causa di gran parte dei femminicidi: sono tanti, infatti, gli uomini che non reggono alla frustrazione di vedersi sfuggire un senso di “padronanza” e superiorità nei confronti dell’altro sesso. Bisogna capire che uomini e donne sono le due facce di un’unica medaglia e che nessuno dei due è più o meno dell’altro. E per finire con un’amenità un po’ spinta, potremmo citare una famosa barzelletta francese che sottolinea il fatto che se una differenza c’è tra uomo e donna è solo fisiologica: “Quelle est la difference entre l’homme e la femme? La difference… entre!”. Se non la capite, consultate il dizionario francese.

Daniele Maiani



Le donne camminano, ma quanta fatica ancora

Di acqua sotto i ponti in questi ultimi anni ne è passata parecchia. Una metafora che si addice perfettamente all’operato di Meri Marziali come presidente dal 2015 della Commissione regionale Pari Opportunità, impegnata su più fronti ed in tutto il territorio marchigiano. “Se pensiamo al discorso della violenza contro le donne - spiega - ricordo il lavoro fatto nelle scuole, le reti territoriali con i servizi pubblici a sostegno delle donne nel percorso di fuoriuscita. Sono stati molti gli strumenti messi in campo per poter contrastare questo fenomeno e poter essere loro d’aiuto, anche se c’è una sorta di recrudescenza culturale, se pensiamo al congresso di Verona sui temi della famiglia e al Decreto Pillon che vuole in un certo senso ricacciare la donna nella sfera privata e creare una sorta di smantellamento della riforma del diritto di famiglia, con interventi che vanno a colpire la figura che all’interno della stessa famiglia è più vulnerabilità proprio per le sue condizioni oggettive. Perché se non sono completamente operativi servizi per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, se la maternità ancora non viene percepita come un valore sociale, allora siamo costrette a dire di essere ancora in cammino”. Rispetto alla partecipazione delle donne al mondo del lavoro, la Marziali ricorda come in Italia ci si attesti ancora intorno al 50%, lontani quindi da quel 60% che si era dato l’Europa qualche anno fa. “Pensiamo anche alla differenze retributive, con un uomo che con la stessa qualifica guadagna circa 7.000 euro lordi in più rispetto ad una collega donna. Nonostante la migliore preparazione delle donne in alcuni ambiti, c’è ancora una sorta di collo di bottiglia nel momento dell’inserimento nel lavoro e nella crescita professionale”. Tra i traguardi più importanti raggiunti, la Marziali non esita a definire il protocollo di rete territoriale firmato in Prefettura a Fermo nel novembre 2017 una vera e propria conquista. “Si tratta di uno strumento importante, ad Ascoli lo hanno firmato pochi giorni fa e ci sono altre realtà che lo stanno ancora redigendo. Quel protocollo ha messo intorno ad un tavolo tutti i servizi pubblici, da quelli ospedalieri ai sociali, dagli enti pubblici locali alla forze dell’ordine, per poter contrastare la violenza e dare alle donne uno strumento operativo di protezione”. Intanto, a livello regionale, prosegue la collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche. “Il primo anno abbiamo fatto un progetto per le donne disoccupate over 35, lo scorso anno per le donne imprenditrici e per le libere professioniste, mentre quest’anno ci concentriamo sulle dipendenti della Pubblica Amministrazione, per un numero massimo 100 in tutte le Marche. All’interno del progetto ci saranno aspetti legati alla comunicazione, quindi come interfacciarsi con l’utenza, ed anche al linguaggio di genere”.

Andrea Braconi



Più spazi, più risposte e più garanzia nei diritti

La violenza contro le donne non può essere interpretata. E nel contrastarla occorre mettere in discussione elementi della quale, ancora oggi, la nostra società è pervasa. Ne è convinta Laura Gaspari dell’associazione On The Road, coordinatrice del Centro Antiviolenza della provincia di Fermo. “Il nostro è un punto di vista legato al Centro e a quanto osservato dai vari sportelli dislocati. Sono cresciuti gli accessi e sono cambiati i bisogni che le donne esprimono, così come è cambiata tanto la percezione istituzionale della violenza: a differenza di qualche anno fa c’è un’attenzione maggiore, come testimoniato dalla firme del protocollo di rete e dagli aggiornamenti fatti nel Fermano. Anche il passaggio che c’è stato nel 2016 della competenza dalla Provincia agli Ambiti Territoriali è stato un ulteriore aiuto per i Centri Antiviolenza”. Ma è molto consistente la mole di lavoro da sviluppare. “Non possiamo dirci ancora completamente soddisfatti, la stessa rete territoriale ha bisogno di essere alimentata ed implementata. Grazie ad un progetto finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità metteremo la formazione congiunta, che vedrà protagonisti chi a livello operativo tutti i giorni aiuta le donne vittime di violenza e si occupa delle eventuali denunce. Oltre al Centro Antiviolenza e la Casa Rifugio, quindi, questo riguarderà le Forze dell’Ordine, la dimensione sanitaria sia per quanto riguarda il Pronto Soccorso che il Consultorio, oltre a tutti gli Ambiti Sociali. Da questa formazione dovranno uscire protocolli operativi, per capire quali sono le competenze di ognuno, le aree di confine, come strutturare gli interventi per garantire alle donne un percorso più adeguato e funzionale per uscire dalla violenza”. E questo significherà anche mettersi in discussione, “parlare della cultura nella quale siamo nate, cresciute e nella quale ancora viviamo”. Una cultura che, purtroppo, ancora vede l’uomo come soggetto violento e la donna come vittima, ma che anche a livello politico, economico e lavorativo non vede le donne ancora pienamente protagoniste. Oltre a questo nel Fermano c’è anche un’altra importante questione che riguarda l’interruzione di gravidanza, rimarca la Gaspari. “Ci sono stati anche qui dei cambiamenti negli ultimi tempi, ma di fatto questo territorio continua ad essere ancora zoppo, non sono soddisfatte le richieste come dovrebbero essere. Purtroppo questo accade sia in altre parti delle Marche che nel resto d’Italia, ma facendo un discorso sui diritti delle donne, questo è un diritto che non dobbiamo mai dimenticarci di garantire”. “Quello che vediamo è che le donne stanno tirando fuori la loro forza - conclude -. E il fatto che nei Centri Antiviolenza chiedano sempre più aiuto ci fa capire che stanno alzando la testa. Penso anche alle varie manifestazioni che si stanno susseguendo nel territorio nazionale. Le donne chiedono spazi, risposte, oltre che rispetto e garanzia di diritti che pensavamo acquisiti e scontati ma che vediamo ancora messi in discussione. Insomma, noi non ci accontentiamo e continuiamo nella nostra battaglia. Abbiamo delle buone leggi ma abbiamo bisogno di costruire collaborazioni che possano essere efficaci, che non siano solo scritte su un foglio di carta ma capaci di radicarsi nel nostro lavoro, così come nei nostri pensieri”.

Andrea Braconi

In Provincia si lavora per la parità di genere

“Avevamo la percezione che fosse una realtà radicata nelle nostre piccole comunità locali” . A parlare così della violenza di genere è Antonella Orazietti, dal 2018 presidente della Commissione Permanente Provinciale. A quanto pare, l’impressione si è verificata corretta in quanto la necessità di lavorare su quest’argomento è stata notata anche dai sindaci stessi. “Si tratta di una scelta condivisa. Durante un incontro con loro, abbiamo chiesto quale fosse secondo loro il percorso più idoneo, più interessante. Ci hanno risposto: ‘Perché non parliamo di violenza sulle donne?’ Questa è una realtà diffusa, nascosta, la percepiamo ma non riusciamo a raccoglierla, dovremmo farlo” continua Orazietti. Inoltre “abbiamo deciso di dare continuità rispetto a quanto fatto dalla precedente commissione, che aveva avuto meno tempo per lavorare in quanto prima era legata alla vita del Consiglio Provinciale. Questo comportava che decadesse ogni due anni, quindi la prima cosa che abbiamo chiesto era di darci più tempo, per lavorare con più tranquillità e lungimiranza. Ora la Commissione viene rinnovata ogni 4 anni, come il Presidente Provinciale, quindi questo ci permette di portare avanti gli interventi in maniera più strutturata”. Come vi siete mossi per approfondire il tema della violenza di genere? “L’abbiamo fatto attraverso un protocollo stilato a livello provinciale nel 2017 e sottoscritto da una serie di attori, con a capo la Prefettura che coordina tutti i lavori. Partecipano, tra gli altri, Forze dell’Ordine, l’Azienda Sanitaria, i Comuni degli Ambiti Territoriali Sociali XIX e XX, vari istituti scolastici, associazioni. Il comune denominatore è che sono tutti soggetti che, sin dall’inizio, sono stati sensibili sull’argomento. Il protocollo suggerisce e, in qualche modo, impone agli attori di avviare un percorso di formazione condiviso. Sembrano cose banali, ma in realtà non lo sono, come condividere esperienze, linguaggi, metodologie. Ognuno – nel proprio settore- cerca di dare delle risposte a chi chiede aiuto, affrontando una realtà drammatica come la violenza di genere , soprattutto in ambito domestico, che era quello a noi premeva di più”. Com’è strutturato questo percorso? “L’anno scorso, a dicembre, si è tenuto il primo incontro. Abbiamo parlato di come la legislazione viene applicata a livello locale. In seguito, abbiamo proseguito parlando di prevenzione, focalizzando la nostra attenzione su quanto realizzato nelle scuole. Questo ci ha aiutato a scoprire che sono ancora diffusi i preconcetti. Gli istituti lavorano in questo ambito con i ragazzi in modo interlocutorio dalla Primaria alle Superiori. In seguito, a Porto Sant’Elpidio, ci siamo incontrati per parlare dei servizi esistenti sul territorio, quindi sportelli antiviolenza, associazioni, sportelli delle Forze dell’Ordine”. Le risorse dedicate sono sufficienti o ne servirebbero altre? “Molte delle risorse esistenti sono messe in campo attraverso l’associazionismo. Economicamente ci sono risorse messe in circolo dalla Regione che prevede una legge apposita per questo, per finanziare i centri antiviolenza e, in generale, attività in quest’ambito. All’interno delle Forze dell’Ordine, abbiamo potuto constatare che le risorse umane messe in campo, hanno ora competenze specifiche. Si tratta di personale qualificato, mentre in passato non era così”. Perché alcune donne, ancora oggi, non denunciano o lo fanno dopo molto tempo? “Hanno spesso difficoltà perché spesso si tratta dei padri dei loro figli, a cui magari sono legate da un rapporto affettivo. Inoltre, è ancora presente il fenomeno della demonizzazione della vittima, temuto da queste donne. Il giudizio sociale pesa ancora molto e da quanto emerso da test anonimi nei nostri istituti scolastici, ciò vale anche per le nuove generazioni che noi, a volte, pensiamo svincolate da certi meccanismi. Quel è certo è che la donna ha bisogno di sostegno, perché non è così scontato che il primo passo debba essere la denuncia. A volte non sono consapevoli di essere vittime di violenza, e un percorso di sostegno psicologico può aiutare a prendere coscienza di sé e ricostruire un’autostima. Per noi della Commissione è importante far conoscere quanto si sta facendo sul territorio, in merito al contrasto di questo fenomeno”. Al termine degli incontri formativi, cosa è successo? “Siamo passati alla fase dell’informazione. Ciò che abbiamo appreso nei vari incontri, ora lo portiamo sul territorio per trasmetterlo alla cittadinanza. Abbiamo iniziato a marzo a Monte Urano e man mano ci sposteremo in altri Comuni: è possibile conoscere le prossime date nel sito della Provincia di Fermo, nell’area dedicata alle Pari Opportunità. Vorrei coinvolgere i sindaci e gli assessori preposti, perché se è vero che medici e Forze dell’Ordine spesso hanno il primo impatto con la persona abusata, sono i primi cittadini o chi per loro ad avere il polso della situazione, non vivendo in grandi realtà, ma in piccole dove spesso ci si conosce”. Parte dell’opinione pubblica fa notare come spesso la violenza sugli uomini non abbia la stessa attenzione. Com’è la situazione nel nostro territorio? “Sì, esistono forme di violenza che vedono protagonisti gli uomini. Innanzitutto, bisogna fare una riflessione sulle strumentalizzazioni, specialmente durante separazioni o divorzi; è anche per questo che gli operatori è bene che siano preparati. Sicuramente c’è più attenzione perché c’è l’elemento dei numeri da cui non possiamo prescindere e per il fatto che ci sono uomini che non denunciano, per vergogna”. A quali altri fenomeni sociali ponete attenzione? “Abbiamo in programma di organizzare presto un convegno sulla discriminazione delle donne sul lavoro, anche per portare alla luce una legislazione nazionale poco conosciuta, che aiuta le persone di sesso femminile che vogliono rientrare nel mondo del lavoro. Questo convegno sarà destinato ad altri soggetti interessati come imprenditori e commercialisti. Inoltre, stiamo pensando a un contributo sul linguaggio di genere, coinvolgendo giornalisti, magistrati e altri figure. Inoltre, abbiamo posto attenzione recentemente sui minori con i ‘Corsi di educazione alla Pace’ ideati e organizzati dalle associazioni Equity e Arci di Ancona”.

Silvia Ilari

Ultima modifica il Martedì, 09 Aprile 2019 09:39

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