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Il verde oltre la crisi

Green economy: basta poco, che ce vo'...?

Viviamo in tempi duri, con una economia in scala mondiale che scricchiola e traballa, e sono rumori preoccupanti. I canoni che per anni e anni hanno fatto vivere e prosperare il sistema economico mondiale (e cioè una economia basata sullo sfruttamento intensivo delle risorse energetiche non rinnovabili) mostra sempre di più inequivocabili segni di cedimento. C’è chi dice che non vale la pena di preoccuparsi perché nell’Ottocento, prima dell’avvento dei motori a scoppio, c’era chi aveva previsto, dato che la maggior parte dei trasporti su terra veniva svolta mediante l’uso di cavalli, che la cacca di questi ultimi, verso il 2000, avrebbe sommerso l’intero mondo estinguendo la nostra civiltà! Poi, come tutti sanno, arrivò il motore a scoppio, e… fu la salvezza dalle deiezioni equine assassine! Ora che per salvarci dai cavalli abbiamo estratto petrolio, gas, uranio e tutto quello che era possibile tirare fuori da sotto terra per produrre energia, ci siamo accorti che forse è il caso che è meglio darsi una calmatina sulle estrazioni se non vogliamo rimanere senza materie strategicamente utili, ma soprattutto se non vogliamo che i segnali allarmanti che ci sta mandando il nostro pianeta diventino catastrofi irreversibili a livello di clima e inquinamento. Alternative? Ci sono, ci sono: da parecchio si è capito che l’energia la si può ricavare dal vento, dal sole, dalle onde del mare, dalla differenza di temperatura tra superficie e profondità del terreno. Il bello, ma anche il guaio nello stesso tempo, è che questo genere di energia è alla portata di tutti, basta poco per metterla in moto ed utilizzarla. E se ciò accadesse e si facesse una scelta radicale in tal senso, chi finora ha sguazzato e sguazza nei miliardi derivanti dallo sfruttamento delle energie non rinnovabili si vedrebbe sfuggire un piatto davvero ghiotto. Di qui, l’avversione, il boicottaggio, il non impegno nel perseguire seriamente e in modo massiccio strade alternative. E chissenefrega se il pianeta sta entrando in una tragica fase irreversibile, chissenefrega di ciò che lasceremo ai posteri, ovvero ai nostri figli e nipoti. Bene, l’odierna mala situazione del mondo odierno è paragonabile a quella di noi uomini anziani, che sulla testa perdiamo capelli in continuazione e quindi assistiamo a una decrescita in verità per niente piacevole. Ma qualche speranzella brilluccica: aumenta la consapevolezza di un numero sempre maggiore di gente che spinge per perseguire altre strade più salutari, e finalmente si stanno dando una svegliata anche i giovani che scendono in piazza sempre più numerosi e determinati, vivaddìo. Ne consegue che si comincia a fare di necessità virtù, e per far fronte alla carenza delle materie prime non rinnovabili si cerca, attraverso una “decrescita felice”, di compensare la diminuzione di resa delle attività economiche non più alimentate dai sistemi antichi di produzione energetica con una buona e migliore qualità dell’ambiente e delle attività ad esso legate: agricoltura, pesca, turismo e via dicendo. Questa strada passa attraverso un aumento dell’efficienza con cui si ricava energia dalle fonti rinnovabili. Meno male. E dalle nostre parti che aria tira a tal proposito? Tra terremoti e crisi industriali, il verde è diventato un colore familiare: sono al verde le tasche degli imprenditori, verdi di rabbia quelli che da anni ancora non riescono a rientrare a casa loro e bivaccano nei container o in già fatiscenti “casette”. Insomma, da noi “verde” è bello! Ciononostante, siccome la necessità aguzza l’ingegno, c’è chi virtuosamente qualche cosa di innovativo sta provando a farla, con la grinta che contraddistingue il marchigiano forte e gentile (quando non s’incaz…!). Un passettino alla volta, magari senza voler correre a tutti i costi e soprattutto senza rumore, come i motori elettrici delle nuove automobili che sempre più numerose camminano per le nostre strade. Parafrasando: “Io speriamo che me la cavo”!

Daniele Maiani



Dove passa la sfida del cambiamento

Dai settori produttivi più tradizionali alle scuole, dalle istituzioni al comparto turistico: nella nostra regione, come nel resto del Paese, serve avere una sensibilità trasversale sulle problematiche ambientali ed utilizzare, con celerità, strumenti sempre nuovi per raggiungere determinati obiettivi nell’ambito di quella che viene definita Green Economy. É il pensiero di Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche, che rimarca come l’Italia sia sempre in ritardo su tutti i fronti. “Adesso è una gran moda occuparsi di ambiente, si parla tanto di recupero e attenzione, ma c’è il rischio che si corra unicamente a chi arriva prima nell’alimentare una sorta di auto cassa di risonanza. Speriamo, invece, che si trasformi completamente in un cambiamento”. Cosa serve concretamente per realizzare questo cambiamento? “Innanzitutto un riallacciamento con la comunità locale. Vedo l’approvazione di straordinarie leggi, come quella sullo spreco alimentare, o l’ultima mozione sul riconoscimento nelle Marche dell’emergenza climatica, oppure la legge sulla plastica in mare. Siamo tra i primi in Italia su certi fronti, ma il lavoro che c’è da fare tra l’approvazione della norma e l’applicazione di quello che c’è scritto per il raggiungimento degli obiettivi è ancora lontano. Per realizzare un cambiamento reale devono esistere delle gambe, non a caso ci sono dei finanziamenti a supporto di queste leggi. E questo è il neo della regione Marche: ottimo apparato normativo, ma da una parte va dato spazio a tutto quello che è il lavoro di animazione territoriale.” E dall’altra? “Penso alla grande rivoluzione dello stop all’utilizzo della plastica monouso: benissimo, ma siccome noi come ambientalisti non vogliamo che l’economia si fermi, dobbiamo pensare a come ripensare un settore intero. Il Paese dovrebbe pensare a come accompagnare la conversione di questi imprenditori, a come cambiare interi comparti produttivi. Anche l’impianto industriale ha bisogno di un affiancamento per la riconversione, nel passaggio da una vecchia ad una nuova economica.” L’accompagnamento alle imprese è determinante, ma serve anche una sensibilizzazione maggiore di una certa fetta di popolazione: va detto che se le nuove generazioni stanno dando prova concreta di grande attenzione, c’è chi però non è nato con questa stessa sensibilità. Lì come lavoriamo? “Vanno fatte innanzitutto informazione e formazione. Toccando il settore dei rifiuti, abbiamo grandi numeri sulla raccolta differenziata ma pessimi sulla produzione di rifiuti, con 522 chili a testa, oltre 40 in più della media nazionale. Per far emergere il problema della plastica, ad esempio, quello che abbiamo fatto è stato andare a raccogliere i rifiuti in spiaggia, quantificare il fenomeno, raccontarlo e spingere le istituzioni a fare una normativa che andasse verso questa direzione. C’è stata anche la raccolta di firme per abbattere l’utilizzo delle cassette in polistirolo ed altro ancora, muovendoci su più fronti. Sono temi che toccano tutti.” Il settore energetico gioca un ruolo fondamentale, anche nella possibilità di dare forma a nuove aziende. “Come marchigiani abbiamo una possibilità concreta ma anche urgente: dobbiamo pensare all’economia circolare come grande modello da applicare, non solo che riguardi rifiuti in senso stretto ma che possa diventare un’opportunità economica a tutto tondo. Nelle Marche non abbiamo un impianto per la produzione di biometano, fonte straordinariamente utile nella transizione verso le rinnovabili. Oggi con le tecnologie possiamo produrlo attraverso l’organico, quindi lo scarto della nostra cucina. Solo il 30% viene trattato da impianti pubblici, il resto viene lavorato da soggetti privati o portato fuori dalla regione, pagando e perdendo così quella che è una grande risorsa che può essere immessa nella rete. É un’operazione ancora più pulita e sostenibile di quello che era fino a poco tempo fa. Avremmo bisogno al massimo di due impianti per gestire tutto l’umido, è una sfida che porta anche con sé degli incentivi, entro però il 2021.”

Andrea Braconi



L'economia verde volano per superare la crisi?

Nel quinquennio 2012-2017, sono state ben 11.780 le imprese marchigiane a investire nella green economy. Numeri che hanno portato, per l’anno appena trascorso, alla previsione di attivazione di circa 10.000 mila contratti nel settore, come ipotizzato dai dati rielaborati da Cna Marche e basati sulla rapporto “Green Italy 2018” di Fondazione Symbola e Unioncamere. Professore, in un territorio come quello fermano, alla luce della crisi della calzatura, questo tipo di economia può rappresentare un punto da cui ripartire? “I mercati che possono indirizzare l’economia circolare possono essere quello della gestione dei rifiuti urbani e del ciclo delle acque. Per ciò che riguarda quest’ultimo ambito, la stima si aggiorna intorno ai 4000 posti di lavoro in Italia” afferma Francesco Fatone, professore ordinario di Ingegneria Chimica ed Ambientale dell’Università Politecnica delle Marche, con un occhio di riguardo al trattamento e alla valorizzazione delle acque reflue urbane e industriali e di rifiuti organici. Inoltre, è un componente del comitato esecutivo di “Ecomondo”, fiera dedicata al mondo del riciclo e delle energie rinnovabili, che ogni anno si tiene a Rimini. Cosa s’intende per economia circolare? “Molto spesso vuol dire legare prodotti industriali che sono in simbiosi, creando una nuova economia. Questo è l’obiettivo dell’Università Politecnica delle Marche, che perseguiamo a livello sperimentale per ciò che riguarda gli impianti in vari progetti di stampo europeo Horizon 2020. Economia circolare non vuol dire solo non sprecare, ma anche recuperare. Parlando di acque reflue, nel momento in cui vengono trattate, il fine consolidato è quello di restituirle all’ambiente pulite. Quello che noi facciamo è recuperare bioplastiche, nutrienti, fertilizzanti e attraverso questi nascono prodotti che collegano il settore delle acque con altri industriali, come i biocompositi (sono ecosostenibili e ottenuti per l’appunto combinando materie prime differenti ndr)”. Le Marche sono coinvolte in qualche progetto? “Sì, sono coordinatrici di ‘Smart Plant’ che punta a recuperare risorse e biorisorse nei depuratori convenzionali. In ballo ci sono 10 milioni di euro, sono comprese 20 aziende e 7 università in tutta Europa, anche se i siti italiani sono tutti in Veneto”. A Fermo state lavorando insieme alla CIIP, che si occupa di fornitura idrica. “Sì. Ci stiamo occupando, da qualche mese, dell’ottimizzazione dei sistemi di fognatura e di depurazione. Adesso stiamo interagendo per mettere mano all’esistente, ma con la visione futura di portare i progetti che l’Università Politecnica delle Marche sta realizzando in Nord Italia, anche qui. Gli investimenti sono in crescendo, bisogna cogliere la sfida di fare innovazione in un settore molto ‘lento’ perché fortemente e, giustamente, regolamentato dove tutto ciò che è nuovo va testato e ritestato, prima di essere consolidato”. “Fenomeno” Greta Thunberg: è un personaggio che divide, c’è chi la sostiene e chi la critica. Lei da che parte sta? “Da una parte ben venga se questo è stato utile a svegliare le coscienze degli adulti, dall’altra dobbiamo riflettere perché sono serviti gli interventi di una ragazza di 16 anni e che i ragazzi scendessero in piazza. Io sono d’accordo con lei quando dice che “l’azione deve basarsi sulla scienza” perché la scienza vuol dire numeri e rigore scientifico”

Silvia Ilari

Un fior di scarpa

Sulla sostenibilità di molte realtà produttive si parla sempre più, soprattutto per mezzo di gravi fatti di cronaca e di campagne di grande impatto mediatico, ma anche grazie alla maggior sensibilità dei consumatori che sempre più spesso si interrogano sulla storia del prodotto che stanno acquistando e sul costo richiesto all’ambiente per la sua produzione. Si tratta di un fenomeno sociale importante che si ripercuote all’interno della complessiva filiera moda, di cui un protagonista centrale è il settore calzaturiero. “La nostra scarpa ecosostenibile si contraddistingue per le sue peculiarità – ha spiegato Paolo Silenzi della Linea Italia Calzature (brand Paul Silence) di Montegranaro -. Quest’ultime fanno per lo più riferimento alle esigenze del mercato, ma non soltanto alle tendenze della moda bensì anche del consumatore il quale oggi desidera acquistare più consapevolmente al fine di integrarsi nella filiera eco-sostenibile, di recupero e di riciclo. Fondamentale, è in questo caso, conferire un’adeguata tracciabilità al prodotto. A tal proposito ho dedicato una gran parte della produzione al discorso ecosostenibile prendendo dei pellami 100% vegetali i quali non contengono promo, metano o sostanza chimiche. A questi ho aggiunto delle tinture estratte da una serie di prodotti naturali come la robbia, il mallo di mandorlo, l’ortica e la reseda. Si tratta di piante raccolte dall’azienda stessa e lavorate, oppure di tinture con degli scarti industriali. Infatti, mettendo la buccia della mandorla e del frutto in acqua, si estrae il colore e si aggiungono dei conservanti naturali che fanno riferimento al mondo della cosmesi. Sono prodotti 100% naturali ed antiallergenici con i quali non conciamo la pelle, ma tamponiamo il prodotto naturale e scoperto conferendo ad esso bellissime sfumature. Così facendo nessun paio di scarpe potrà mai essere uguale all’altro ed ogni acquirente avrà di conseguenza una calzatura esclusiva. Comprare calzature prodotte in maniera eco sostenibile non vuol dire rinunciare ad essere eleganti e alla moda, ma semplicemente aggiungervi identificativi in più come eco sostenibilità, riciclo e artigianalità. Il consumatore che raccoglie la plastica sulle spiagge o attento alla raccolta differenziata è lo stesso soggetto che quando compra un prodotto fa attenzione alle sue peculiarità, sentendosi così vera parte integrante di un ecosistema molto forte”. Eco sostenibilità, tracciabilità e trasparenza sono il futuro per le aziende marchigiane e per tutti coloro che vogliono fare business. Questo porterà ad un cambiamento nell’imprenditoria, nei mercati e nella creazione di nuove collezioni. “Interessante è la manifestazione d’interesse che riguarda un progetto di filiera a km zero per la produzione di pellami conciati a vegetale - ha proseguito il responsabile della Federmoda CNA Fermo e Macerata, Giammarco Ferranti -. I partner CNA avranno il ruolo di coordinamento e di selezione degli artigiani che utilizzeranno i prodotti vegetali, all’Università di Camerino saranno invece affidate mansioni in ambito tecnico. I nostri Appennini sono abitati dallo scotano, un arborio che nell’‘800 e ‘900 veniva utilizzato per la concia di pellami. La nostra idea è quella di recuperare quest’antica prassi, coinvolgendo anche gli stessi proprietari terrieri. Inoltre, conciare pellami derivanti direttamente dai macelli, conferirà anche al pellame il valore di essere a km zero e di conseguenza le pelletterie e i calzaturifici potranno realizzare una scarpa ‘Mady in Marche’ ossia tracciata sin dalla nascita e che segua una logica ambientale.”

Federica Balestrini

Ultima modifica il Martedì, 08 Ottobre 2019 13:08

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