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Cesare Catà: tra Filosofia e Fantasy

Prima o poi ci tornerà, tornerà a casa, nella Terra di Mezzo, potrà togliersi finalmente le scarpe e sgranchirsi i piedoni pelosi. Per ora, porta in giro la sua faccia svagata e i riccioli neri da Hobbit, i suoi occhi persi in altri luoghi, altri tempi, altre vite, altre storie. Gli amici, quei pochi veri, sanno chi è veramente e lo chiamano col suo vero nome: Frodo, Frodo Baggins, nato nella Contea il 22 settembre del 2968. Per tutti gli altri, quelli non benedetti dal dono della Fantasia, è Cesare Catà.

In questo mondo e questo tempo ha scelto di essere ciò che più gli somiglia: uno storico della filosofia con molte passioni. La maggiore è la letteratura, e Shakespeare il suo Autore, il prediletto. Perché? "Perché ha definito nella sua scrittura i confini dell'universo, cioè ha indagato l'uomo così profondamente che leggerlo significa leggere l'Infinito e siccome amo molto i viaggi fantastici, per me Shakespeare è il più grande".

Scusa la domanda stupida, Frodo. E per sentire di meno la nostalgia della sua Terra di Mezzo, Cesare Catà la cerca qui, nei luoghi che più le somigliano, quelli più ricchi di miti, leggende, misteri. E con bella armonia li evoca, accomunandoli ad altri miti e leggende, alle avventure mirabolanti e fantastiche dello Hobbit che è in lui. E' così che nasce il suo ultimo libro, edito da "Il Cerchio" di Rimini e intitolato, pensate un po'?, "Filosofia del Fantastico. Escursione tra i Monti Sibillini, l'Irlanda e la Terra di Mezzo". "Un libro che mescola quelle che sono alcune delle mie passioni, cioè il concetto di filosofia del Fantastico, il Fantasy da Tolkien ai contemporanei, i Monti Sibillini che hanno un grandissimo repertorio di leggende e l'Irlanda che per tanti versi è la mia seconda patria, dove vado spesso, ci ho vissuto, lavorato, è la mia grande passione".

Eggià, è proprio una fissa questa per il Fantastico, ma lui non la trova né strana né patologica: "La fantasia non è, come si crede nella società contemporanea, un modo per andarsene dalla realtà, una fuga. Nel Rinascimento, ad esempio, è stata considerata un concetto filosofico per indagare il mistero della realtà, la parte più profonda, quella che sta al di là della materia, platonicamente parlando. La materia è soltanto l'apparenza della realtà e il Fantasy apre le porte su questo altro mondo che è più profondo, più misterioso, quello che Jung chiamerebbe l'inconscio collettivo, quello che sta dentro l'anima dell'uomo".

Uno così, in questo mondaccio cane tutto apparire e niente essere, tutto materia e niente spirito, come fa a sopravvivere? Credendo in quello che fa e impegnandosi a migliorare le cose. Nella sua vita da esule di un mondo fantastico riesce tuttavia ad essere concreto: insegnante di filosofia, è stato ricercatore universitario a Macerata dove è Dottore di ricerca, lavora anche come copywrighter per diverse agenzie ed è direttore del Teatro di Porto San Giorgio, momentaneamente in sospeso in attesa che la nuova amministrazione sciolga il dubbio se riconfermarlo o no. Speriamo di sì, perché con lui a Teatro è tutta un'altra musica. Lui è uno che le porte le apre a chi ha voglia di fare cultura, mica gliele sbatte in faccia com'è graziosa consuetudine di certi amministratori...

Il fatto è che Cesare il gusto dell'invenzione teatrale ce l'ha fin da piccolo: a lui i giocattoli non interessavano, troppo scontati, lui giocava da solo con le cose, si divertiva a creare delle storie con gli oggetti qualunque, che diventavano i personaggi delle storie che creava e, addirittura, scriveva. Precoce, il pargolo. Ma anche schivo, timido e solitario, com'è tutt'ora, del resto. Ma non alieno agli umani rapporti: "Sono solitario per scelta, ma ritengo l'amicizia uno dei più grandi valori, e le relazioni, poche ma fondamentali, contraddistinguono la mia vita". Insomma, per essergli amico bisogna che ti scelga: si vede che gli piaci, che in te ci trova corde assonanti con le sue, ed è un privilegio per pochi.

A tirarlo fuori dal suo buco, da infante, fu la rivoluzionaria scoperta della bicicletta: a sei anni, imparare ad andarci significò per lui scoprire tutta Porto San Giorgio (l'universo per lui, allora) e tutt'oggi una delle cose che lo rende più felice è pedalare. Di lì al vasto mondo, una volta cresciuto, il passo è stato breve.

Altra grande passione che ce lo rende meno Hobbit e più umano è il calcio: ci gioca da sempre, vivaddìo. Tornando ai legami fondamentali, Cesare Catà ha avuto un'amicizia preziosa sia a livello personale che culturale: il mai troppo rimpianto poeta Antonio Santori: "Lui per me è stato importantissimo, il mio mentore, un amico, da quando avevo 16 anni e iniziavo gli studi della filosofia e della letteratura fino a quando è morto tre anni fa. Con lui ho approfondito tutti i temi di letteratura, di filosofia e anche della vita, è stato lui che mi ha forgiato per molti versi. Lo ritengo uno dei più importanti poeti italiani, su di lui abbiamo fatto un convegno con molti ospiti nazionali e internazionali. E adesso ne sto curando l'opera omnia".

Un figlio come lui, anomalo fin da piccolo, che figlio è stato? "Un figlio ribelle, per alcuni versi, forse perché diverso, fin da quando avevo circa 10 anni la passione fondamentale è stata sempre la letteratura, una passione che assorbiva tutto, ho trascurato anche gli studi scolastici o li ho fatti a modo mio, tanto che al Liceo all'inizio avevo 3 in italiano! Anche se poi, alla fine, sono arrivato al 9".

Ovvio: a lui interessava spaziare da solo piuttosto che concentrarsi nei ristretti confini dei programmi scolastici. "Sì, fin da allora avevo uno sguardo critico sulla scuola. Oggi ce l'ho come insegnante: il sistema scolastico italiano non ha più una missione educativa, la scuola pubblica si è ridotta soltanto a un luogo di accoglienza dove non si insegna più nulla, nella migliore delle ipotesi solo nozioni. E la colpa non è della classe insegnante che, in Italia, è piuttosto alta. La attribuisco a una serie di riforme sciagurate che, dalla quella Gentile fino ad oggi, hanno distrutto scientemente la scuola pubblica italiana: hanno fatto sì che tutti studiassero perché nessuno sapesse. Non è un disegno malvagio, solo un'incompetenza pedagogica da parte di chi ha legiferato".

A proposito: com'è stata la parentesi in politica come Assessore alla Cultura? E come vuoi che sia stata: "Molto deludente, perché ho visto lo stato della politica italiana che è infimo e tragico. Un progetto su cui lavorare sarebbe relativo a una riforma culturale e scolastica. Ci ho provato, ma non era nelle mie corde". Già: per cambiare il sistema bisognerebbe lavorarci di piccone da dentro, prima scardinando e poi ricostruendo. Ma il sistema è roccioso e impenetrabile, anche per uno della Compagnia dell'Anello, e conserva se stesso e divora i suoi figli come Cronos. Molto più facile sconfiggere l'Oscuro Sire Sauron, vero Frodo?

E torniamo all'Irlanda, tua meta monomaniacale forse perché dirimpettaia prossima della Terra di Mezzo: altri viaggi? "Nonostante io detesti viaggiare, ho viaggiato molto per imparare le lingue: so bene l'inglese e il francese perché ho anche insegnato in queste lingue, e me la cavo col tedesco e lo spagnolo. Poi, un periodo importante l'ho passato all'Università di Honolulu dove ho fatto un pezzo del dottorato: insegnavo la filosofia del Rinascimento".

No! Frodo vestito da hawaiano! Siamo seri: quali altri libri hai scritto e quali ne scriverai? "Ho scritto sulla filosofia del Rinascimento e soprattutto su Nicola Cusano, un filosofo tedesco del '400 che è il mio mito. Ora sto scrivendo qualcos'altro sul Riccardo II di Shakespeare. Spero di continuare con questa attività, scrivendo libri e qualche pezzo teatrale come ho fatto finora. Uno spettacolo teatrale scritto da me verrà messo in scena dal regista Maurizio Serafini, è il quarto che scrivo".

A proposito: come mai ti sei sperimentato anche nel teatro dialettale con il testo "Lu nidu de li cucà"? "Perché quando parliamo di teatro e lingua parlata è interessante tornare al dialetto, come lingua nobile e non soltanto come lingua veicolare di un contenuto più basso: poter utilizzare il dialetto per dire a teatro anche cose più elevate, questa era la mia grande scommessa. E poi perché nelle Marche e nel nostro territorio c'è molto da dire, dai Monti Sibillini fino alle tradizioni popolari ci sono un sacco di tesori nascosti e il dialetto può essere la forma migliore per farlo, proprio perché il teatro non è soltanto letteratura, ma anche voce".

Perfettamente d'accordo. Ma non sarà che Cesare ami scrivere in dialetto perché il Frodo che è in lui ha nostalgia del Quenya, la lingua di Tolkien, il suo creatore?

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