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Scopriamo la storia di Fermo dai Carolingi al potere episcopale (secc. IX-XI) con "Historia firmana", rubrica curata dal Prof. Pier Luigi Cavalieri

FERMO - Nella seconda metà del IX secolo e nel secolo successivo nel vasto territorio di Fermo l’aristocrazia rurale franca si affianca e talvolta si sovrappone a quella longobarda, restando tuttavia minoritaria rispetto alla seconda. Per quanto riguarda la Chiesa, conosciamo il nome del vescovo Eodicio (o Teodicio) dalla tavola di consacrazione, datata 883, dell’abbazia benedettina di S. Croce, cenobio situato presso Bivio Cascinare di S. Elpidio a Mare. Lo stesso documento ci informa che in quell’area pianeggiante Carlo il Grosso, ultimo imperatore carolingio, aveva vinto una battaglia contro i Saraceni, i quali da decenni compivano incursioni lungo le coste del Piceno. In questa carta viene pure menzionata la chiesa fermana di S. Lorenzo in Castello, che occupava l’ala nord della villa Paccaroni-Vinci, presso il palazzo vescovile. Dunque nell’attuale spianata del Duomo sorgeva nel IX secolo un intero quartiere, con l’episcopio (anche se non sappiamo esattamente in quale punto esatto esso si trovasse) e con edifici di amministratori, giudici, avvocati, notai, canonici del Duomo, docenti dell’alta scuola per il Ducato di Spoleto: un vero centro di potere ecclesiastico a cui si affiancava il potere laico del conte. Tale personale ecclesiastico, giuridico e amministrativo esisteva perché nel corso dei secc. VIII-X si stava costituendo il grosso del patrimonio terriero della diocesi fermana, patrimonio che si estendeva dal basso corso del fiume Potenza fino alla valle inferiore del Vomano. Secondo lo storico L. Tomei, queste vaste proprietà facevano del vescovo di Fermo uno dei signori terrieri più potenti di tutta la Penisola italiana. Nei secc. IX-X fu edificata la chiesa di S. Martino a metà dell’antico foro romano. La piazza, provvista di botteghe, continuò a svolgere la funzione di centro commerciale ed economico della città che, assai ridotta nelle dimensioni rispetto all’antichità, poteva contare ancora sull’acquedotto romano.

In Europa, dopo un lungo periodo di instabilità, il Sacro Romano Impero rinacque nel 962 ad opera di una dinastia non più franca ma sassone: quella degli Ottoni. Il Fermano, formalmente ancora compreso nel Ducato di Spoleto, dall’anno 815 era stato definito comitatus (Comitato o Contea), ma in un diploma imperiale di Ottone II datato 983 esso viene chiamato, un’unica volta, Marka firmana. La denominazione “Marca”, usata in epoca carolingia per designare aree di confine dell’Impero, sullo scorcio del X secolo non ha più alcun significato militare, ma va intesa ora come una circoscrizione amministrativa, articolata in distretti minori o “ministeri”. Il controllo sulla Marca fermana continua ad essere esercitato dai conti di nomina imperiale, e non dal pontefice. Tuttavia, in età ottoniana si rafforza anche il potere dei vescovi, spesso provenienti da famiglie comitali, che diventano sempre più funzionari statali fedeli all’imperatore, e ciò riguarda anche Fermo. Il potere dei vescovi fermani si espande a scapito dei possessi fondiari di importanti monasteri come quello dei farfensi di S. Vittoria in Matenano o dell’abbazia di S. Croce, mentre si mantiene salda la loro alleanza con i poteri laici, come mostra il documento del 977 con cui il vescovo Gaidolfo (960-995) concede in enfiteusi ampie proprietà al conte Mainardo di Siffredo, nobile forse di stirpe franca detentore di giurisdizioni nella media valle del Chienti.

Agli inizi del lungo episcopato di Uberto (ante 996 - 1044?), sotto Ottone III, a Fermo si realizza il passaggio di poteri dal conte al vescovo. Il potere episcopale sulla città e sul suo territorio si sarebbe mantenuto sostanzialmente inalterato per oltre due secoli, benché nel corso dell’XI secolo risulti ancora attestata l’occasionale presenza a Fermo di due conti imperiali: Aimone nel 1046 o ‘47, e Uberto nel 1075.

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