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Il Ponte e i numeri di una povertà crescente

FERMO - Essere poveri a Fermo. Potrà sembrare stridente in una città e in un territorio dove il lavoro nel recente passato non è mai mancato, alimentando un benessere più o meno diffuso. Poi la crisi, diluita nel tempo e incuneatasi in tutti i gangli del nostro tessuto economico, ha rovesciato dinamiche ed esistenze. Un'analisi inconfutabile è quella che emerge dall'associazione Il Ponte, che nel 2017 festeggerà i suoi 30 anni di attività. Pasti, accessi al guardaroba, borse alimentari, docce: tutto gestito nello stabile di proprietà della Caritas dove questa realtà fermana opera, come ci spiega il presidente Silvano Gallucci.

“Sono circa 30/35 persone al giorno ad essere ospitate nella nostra struttura mensa e nel 2016 abbiamo erogato circa 20 mila pasti nell'anno, preparati dall'associazione. Circa 15 pasti vengono conferiti a domicilio attraverso il sostegno della Croce Rossa, che ci permette di avvicinare persone che non possono venire da noi per problemi di mobilità. In crescita sono le borse alimentari, che prepariamo settimanalmente per le famiglie segnalateci dai Servizi Sociali del Comune di Fermo. Queste borse sono state più di 3.200 nel 2016, con circa 250 persone di differenti nuclei familiari che ne hanno usufruito. Non è una misura risolutiva, certo, ma è un servizio più che dignitoso, all'interno del quale mettiamo pasta, latte, carne, pomodori, formaggio, a volte olio: insomma, quanto possiamo per alleviare le necessità di queste persone”.

Poi ci sono gli altri servizi che riuscite a garantire con continuità. “Molti sono i passanti che si lavano qui e sono circa 600 docce all'anno. C'è il guardaroba, che ha avuto circa 3.500 accessi, con tanta gente che dona scarpe e vestiti usati che poi i nostri volontari ridistribuiscono. E abbiamo dato una mano anche durante il terremoto, facendo quanto era nelle nostre reali possibilità”.

Di fronte al fenomeno di una povertà crescente, i media giocano spesso, strumentalmente, sulla distinzione tra presenze straniere e autoctone. “Premesso che noi non abbiamo mai fatto distinzioni tra le persone, va detto che se lo scorso anno c'è stato un sorpasso in termini numerici degli italiani rispetto agli stranieri e quest'anno l'aumento si è consolidato: siamo infatti ad un 60 a 40 per gli italiani. In parte è dovuto al fatto che alcune famiglie straniere abbiano fatto ritorno nella propria terra: qui la vita quotidiana costa di più e in molti, povertà per povertà e non avendo sbocchi, scelgono di tornare a casa pur di sopravvivere. Oppure vanno in altri luoghi, in altre nazioni europee, dove trovano situazioni leggermente migliori”.

Abbiamo parlato di cosa fate. Adesso raccontiamo chi siete. “Nella nostra associazione gravitano circa 30 volontari nell'arco del mese, di cui una quindicina piuttosto fissi. Io sono presidente da quasi 5 anni, c'è una signora che si occupa della contabilità, un consiglio direttivo formato da 7 persone, ci sono persone che vengono per cucinare, per dare una mano con il guardaroba, chi 2 volte a settimana, chi 3. Abbiamo sempre bisogno di ricambio, ma c'è comunque un nutrito numero di persone che ci aiutano. Siamo aperti nell'accoglienza e anche nell'accogliere chi vuole dare una mano”.

C'è poi il rapporto con la città. “Mi auguro che la collettività, che comunque ci è vicina, faccia sempre di più mente locale su quanto sta avvenendo. Dovremmo essere un po' tutti più solidali e cercare di comprendere che una mano da parte di tutti fa sì che non serva una grande mano per aiutare gli altri. Questo è un passaggio fondamentale, non solo per la nostra associazione ma per tutto il mondo del volontariato. E dare una mano significa anche riceverla, siamo anche noi parte di questo mondo e purtroppo in questi tempi non possiamo essere sicuri di stare dalla parte di chi offre un servizio o di chi debba riceverlo. Un'ultima cosa che riguarda la nostra associazione: le cose belle si fanno insieme, è il collettivo quello che conta. E abbiamo uno sguardo verso il futuro, pieno di speranza, perché senza non si va da nessuna parte”.


Andrea Braconi

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