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"La metà del cielo": anatomia di un dolore nella Fermo del romanzo di Ferracuti

Angelo Ferracuti

FERMO - “Posso dire che posso cambiare il mondo, ma se me lo permetti, posso creare un altro mondo per noi”. Parole tratte dal brano “Renaissance”, Rinascimento e che, involontariamente, lo scrittore fermano Angelo Ferracuti, fa sue. Nel suo ultimo libro “La metà del cielo”, edito da Mondadori crea un “altro mondo” per la sua Patrizia, desiderando di fermare il tempo nei giorni della malattia, portandola in spalla nelle passeggiate, ricordando l’età dell’oro della loro gioventù insieme. Amandola, prima e dopo la sua morte. Lo fa, infatti, anche nei commoventi, postumi, scambi di email con la “Sfinge”, appellativo con cui identifica, agli occhi del lettore, l’oncologa che seguì sua moglie. Quattordici anni dopo, gli appunti presi sono diventati “un romanzo di formazione”, un “percorso interiore verso la maturità, la consapevolezza dell’età adulta” come precisa l’autore stesso. Non solo, è anche “un reportage autobiografico e generazionale, un memoir”.

Ferracuti, lei scrive che “c'è qualcosa di simbiotico nella malattia”, cosa intende? “Le persone della famiglia vivono in simbiosi con il malato, si crea un legame mentale e di sentimenti molto forte, sono vasi comunicanti”.

Altro tema trattato è il fallimento. “Sì, è la cifra esistenziale del libro, è dentro ogni vita. Ci umanizza, ci rende più fragili e vulnerabili. Certo nel teatrino di provincia tutto diventa più visibile, i fallimenti tendono a ingigantirsi, si vedono meglio. Esistono e ci spaventano. Soprattutto in un mondo, quello capitalistico, dove l’ideologia dominante è quella del vincente”.

Non nomina mai Fermo, ma la chiama "piccola città". Perché? “È ovvio che la piccola città è Fermo, ma è Fermo in quanto piccola città, con tutto il suo particolare sedimentato culturale e storico. Un luogo con il quale ho da sempre un rapporto ambiguo, conflittuale, ma al quale sono legatissimo”.

In Norvegia, lei e Patrizia andate dal poeta fermano Luigi di Ruscio. Che ricordo ha di lui e di Mario Dondero? “Sono stati due maestri involontari, molto diversi, forse due parti anche del mio carattere, rabbia e dolcezza, impulsività e calma. Di Luigi di Ruscio, che non era un tipo facile, mi ha sempre colpito la tenacia e la postura fiera, integra di scrittore, mentre Mario, con il quale c’è stato un rapporto affettuoso, oltre che di condivisione, mi ha portato verso il reportage. Si può dire che è sempre in viaggio con me”.

In alcuni punti, parla delle Brigate Rosse e del loro lato violento. Pensa che tempi così cupi, legati a estremismi politici di qualsiasi colore, possano tornare in queste zone? “Sono tornati alla grande, con azioni razziste, xenofobe e di estrema destra. Gli attentati alle chiese a Fermo, la morte di Emmanuel, la tentata strage di Traini a Macerata, non mi pare li abbiano fatti quelli delle Brigate rosse. Non sono fatti casuali, come si vuole far credere, ma frutto di un clima storico, politico, molto pericoloso, nel quale siamo ancora dentro”.

Silvia Ilari

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