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Violenza di genere: cosa succede nei piccoli centri?

FERMANO - San Valentino, il 25 novembre - Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne - e l’8 marzo: sono queste le date scelte dalla Polizia di Stato per la campagna di sensibilizzazione “Questo non è amore”. Camper pronti ad accogliere le donne con personale specializzato della squadra mobile e psicologi accoglieranno le donne in diverse città italiane. “Una donna su tre ha subito violenza, 9 milioni di italiane hanno vissuto almeno una volta episodi di molestie sessuali e l’80% delle vittime non denuncia. Forse solo l’usura non è denunciata allo stesso modo” ha affermato Patrizia Peroni, vice questore aggiunto della Polizia di Stato, in forza ad Ascoli Piceno, ma montegiorgese di nascita. Proprio qui recentemente è intervenuta per parlare dell’iniziativa del Corpo di cui fa parte e dell’importanza di denunciare storie di violenza di genere, anche nei piccoli centri.

“Non sei stata capace di tenerti la famiglia”: questa affermazione - detta da parenti o amici - spesso intimorisce chi abita in un paese. In città (Peroni ha lavorato molto tempo a Milano n.d.r.) è più semplice ripartire da zero, perché spesso non si conoscono neanche i vicini di casa. Al di là di ciò che si potrebbe credere, a denunciare sono più le straniere che non hanno famiglia in Italia, rispetto alle Italiane”. I piccoli centri-però-hanno un vantaggio a suo parere: “Il fatto di conoscersi può aiutare. Ad Ascoli Piceno una donna - finita in pronto soccorso - ha detto di essere caduta al medico, ma quest’ultimo si è accorto che la frattura non era compatibile con una caduta e ci ha chiamato per avvertirci. Inoltre, un’infermiera che conosceva di vista la coppia, aveva messo al medico la classica “pulce nell’orecchio”. Se necessario, non fatevi i “fatti vostri”, quello che a volte è un male nei paesi, può rivelarsi un bene in alcune situazioni”.

La Dott.ssa Peroni ha sottolineato come un cambiamento importante sia in già atto nella mentalità: un’inversione di marcia anche rispetto a quando, giovane praticante avvocato, si recava all’allora Pretura di Montegiorgio. Lì, incontrava una donna che picchiata dal marito aveva trovato la forza di denunciare e presenziare a tutte le udienze. “Tutti dicevano: “Questa è una che il marito la picchia, viene qua” come a chiedersi perché. Io invece i suoi occhi non me li sono più dimenticati ed è da lì che ho deciso di intraprendere questa strada, contro la violenza di genere”.

Il vice questore si occupa, infatti, di reati di questo tipo anche quando avvengono nei confronti di uomini, anche se più rari. Attualmente gli operatori seguono una formazione sempre più specifica: “Occorre prendersi tempo, questo tipo di denunce richiedono sono più lunghe: le vittime sono traumatizzate, a volte ambivalenti”. Nelle province di Ascoli Piceno e Fermo c’è ancora molto da fare “rispetto a una grande città come Milano”, per ciò che riguarda il numero di centri antiviolenza e di case protette: “I centri antiviolenza sono fondamentali perché seguono la persona maltrattata dopo la denuncia, che è il momento più duro, in cui tutta la vita cambia. Con loro anche l’Asur è fondamentale, perché può segnalarci casi a rischio. Il protocollo d’intesa firmato in Regione che ha istituito una rete regionale contro la violenza di genere (sono coinvolti 65 enti istituzionali n.d.r.) è un notevole passo avanti”.

Silvia Ilari

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