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Pensionati ancora più anziani e più poveri. Dati allarmanti nel Fermano

FERMANO - Sono oltre 55 mila le prestazioni pensionistiche e assistenziali attualmente erogate dall’INPS nella provincia di Fermo e di queste 31 mila sono le pensioni di vecchiaia (pari al 55,8% del totale), 4 mila sono le pensioni di invalidità (7%), 11 mila le pensioni ai superstiti (20,9%), 1.500 le pensioni/assegni sociali (2,8%) e oltre 7 mila sono le prestazioni a invalidi civili (13,5%). E’ quanto emerge dai dati dell’INPS 2019 (escluse le gestioni dei lavoratori pubblici), elaborati dall’IRES CGIL Marche. Unico caso a livello regionale, dal 2015 il numero delle pensioni complessivamente erogate nella provincia è aumentato del 2,9%, pari a 1.500 prestazioni in più, soprattutto per effetto dell’aumento delle pensioni di invalidità e degli assegni sociali. Nello stesso periodo si è notevolmente innalzata l’età media dei pensionati. Ciò è particolarmente evidente per l’età di coloro che sono stati lavoratori dipendenti: dal 2015 ad oggi, i pensionati con meno di 65 anni di età sono passati dal 14,2% al 12,9% del totale, mentre coloro che hanno oltre 80 anni sono passati dal 37,4% al 38,8%. L’importo medio delle pensioni vigenti nella provincia di Fermo è di 740 euro lordi, il più basso della regione, con valori medi che variano dai 930 euro delle pensioni di vecchiaia ai 432 euro delle pensioni per gli invalidi civili.

Come per le altre province nella regione, anche per quella di Fermo gli importi delle pensioni sono di gran lunga inferiori a quelli nazionali ( -267 euro lordi) e del centro Italia (- 295 euro); questi inoltre risultano i più bassi delle Marche,discostandosi di 53 euro dalla media regionale. Significativa è anche la differenza tra uomini e donne relativamente all’importo della pensione di vecchiaia: se i primi percepiscono 1.137 euro lordi, le donne arrivano a 704 euro, pertanto queste ricevono mediamente 433 euro in meno ogni mese (-38% rispetto agli uomini),e questa differenza risulta ancora più marcata per le pensioni dei lavoratori dipendenti, per i quali il gap tra uomini e donne è di 620 euro mensili. Nella provincia di Fermo 37 mila prestazioni pensionistiche, pari al 67% del totale, sono inferiori a 750 euro al mese (66,6% la media regionale, 61,3% la media nazionale): dunque, 2 pensionati su 3 percepiscono un importo che non consente loro di superare la soglia della povertà. Una condizione pensionistica nella quale si confermano notevoli differenze di genere: gli uomini con pensioni fino a 750 euro sono il 45% del totale (47% a livello regionale e 44,1% a livello nazionale), per le donne tale percentuale sale all’82,9% (80,7% nelle Marche e 74,5% in Italia).

“I dati elaborati da Ires Marche ci confermano quanto sia fragile la condizione dei pensionati nella nostra provincia sempre più poveri ed anziani – spiega il Segretario generale CGIL Fermo Alessandro De Grazia -, già fortemente provati da un’infinita crisi economica aggravata dagli effetti del sisma del 2016. Proprio negli anni più duri della crisi, i pensionati sono diventati l’ammortizzatore sociale delle famiglie, occupandosi della cura dei nipoti oltre al sostegno economico per quanto possibile. Le diseguaglianze tra uomini e donne nel mercato del lavoro, salari mediamente più bassi, possibilità di carriera limitata, si riflettono inevitabilmente sugli importi della pensioni delle donne.

Un quadro al quanto preoccupante per la provincia di Fermo, una provincia che invecchia sempre più e che ha pensionati sempre più poveri, spesso costretti a rinunciare alle cure, viste le lunghe liste d’attesa e l’impossibilità, per motivi economici, ad accedere a prestazioni a pagamento. L’aumento del numero di pensioni di invalidità e degli assegni sociali ci segnalano come da una parte mediamente peggiora la qualità della vita di lavoratori e lavoratrici o peggiorano gli standard qualitativi della sanità, dall’altra di cittadini con difficoltà a maturate il minimo contributivo che gli consenta di andare in pensione e che, in situazione di povertà, accedono all’assegno sociale. Ecco la ragioni della nostra vertenza contro il governo sul tema delle pensioni. I problemi di questi pensionati e di chi in pensione dovrà andare, non li risolviamo con quota 100, innanzitutto perché è un provvedimento a termine che finirà nel 2021. Serve una vera riforma del sistema previdenziale che ripristini il sistema di rivalutazione delle pensioni in essere, che consenta di andare in pensione al massimo con 41 anni di contributi o a 62 anni di età, che istituisca una pensione di garanzia per i più giovani, altrimenti costretti a pensioni da fame peggio di quelle attualmente in pagamento, una riforma che valorizzi i periodi di assenza dal lavoro per motivi di cura nella maggior parte dei casi affidato alle donne, una riforma che consenta a chi svolge lavoro particolarmente gravosi l’uscita anticipata dal lavoro”.

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