Il dialetto approda a BookMarchs con la scrittrice Giuseppina Pieragostini e l'attrice Meri Bracalente

MARCHE - LA DANZA DELLA LINGUA: IL DIALETTO APPRODA A BOOKMARCHS CON LA SCRITTRICE GIUSEPPINA PIERAGOSTINI E L’ATTRICE MERI BRACALENTE

“Ci sono due strati nella personalità di un uomo” scrive Luigi Meneghello nel suo Libera nos a malo: “sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose”.

È dunque al dialetto, a questo “nòcciolo di materia primordiale” che è dedicato l’incontro promosso da BookMarchs – L’altra voce, festival dei libri e di chi li traduce professionalmente per l’editoria che opera nel territorio delle Marche del sud da ben cinque anni, patrocinato da diversi comuni e finanziato dal Banco Marchigiano. Si terrà domenica 10 settembre alle ore 18:00 presso la Sala consiliare del Comune di Petritoli. Ospiti dell’evento saranno Giuseppina Pieragostini, scrittrice e psicologa nata nel Piceno, e Meri Bracalente, attrice della compagnia “Teatro Rebis”, che darà voce ad alcuni passi delle opere dell’autrice.

L’ultimo romanzo di Pieragostini, La danza della lepre. Storia dell’ultima bambina contadina (La Lepre Edizioni, 2022), è ambientato a Noèlle – nel dialetto dell’Appennino piceno significa nessun posto: niscimbosto, una sorta di no man’s land che ha molto in comune con la terra di mezzo abitata dai traduttori, in bilico tra la lingua di partenza e la lingua di arrivo. Siamo alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, e in questo villaggio montano del Piceno va in scena il trauma della modernità. Lo racconta Isabella Stazzano (nome d’invenzione dietro cui si nasconde una vera studiosa e pittrice inglese, Estella Canziani, che negli anni ’20 del Novecento ha percorso, raccontato e documentato il territorio degli Abruzzi), studiosa inglese del folklore contadino, percorrendo a ritroso i fili di una memoria che tutti hanno fretta di cancellare. Le fa da guida Pietruccia, l’ultima bambina contadina del titolo, che accompagna Isabella a perlustrare la zona per risolvere i misteri di questo luogo alla fine del mondo, cercando di sopravvivere con arte e sfrontatezza in quella piccola comunità sospesa tra costumi ancestrali e irruzione della modernità. Protagonista, insieme a Isabella e a Pietruccia, è senz’altro la lingua: nell’opera di Pieragostini la lingua letteraria incontra il dialetto, già indagato dall’autrice con molta attenzione in un precedente libro intitolato Il vanto e la gallanza. Il paese dei contadini raccontato nella lingua d’origine (Pentàgora, vincitore della seconda edizione del premio letterario “Parole di terra” 2015 – sezione saggistica).


“Questo lessico”, leggiamo nei primi capitoli de La danza della lepre, “si manifesta come un labirinto che riproduce se stesso, al modo di certe filastrocche popolari, degli stessi rosari della liturgia cattolica, di certi scioglilingua”. Quella di Pieragostini è una prosa caratterizzata da una spiccata capacità definitoria, rifinita ma non vanitosa. Lo sforzo è immenso, ogni frase è uno zoppicare verso l’osso delle cose. Le frasi sono ancora toccate da una ruvidezza paesana resa cordiale da un lirismo pieno, e l’accostamento di forme classiche e dialettali sorregge un intento epistemologico: la scrittura appare proprio come un “esercizio conoscitivo”. Da questa rianimazione dell’esperienza, da questa ricorsività del vissuto non scaturisce un’appiccicaticcia nostalgia impastata, ma un analitico e clinico sguardo sulla realtà. La scrittrice sembra suggerirci che qualunque frammento di esperienza, della nostra esperienza personale, per ordinaria che sia, contiene gli elementi costitutivi della realtà di cui fa parte: quasi lo schema essenziale, i semi del proprio significato, una specie di DNA del reale. Il lavoro che cerca di fare chi scrive è di estrarlo e svolgerlo. Il dialetto, in questo senso, diventa la cavia perfetta da stritolare e innestare nell’italiano per giungere all’origine delle cose. Diventa il riflesso sonoro di uno scenario sociale aggrappato alla materia, al tatto: nel dialetto le cose vengono prima delle idee. In questo senso a volte la manipolazione del dialetto diventa un ritorno all’Origine insondabile, un modo per scrostare l’inflazionato italiano e tornare allo scheletro dei significati.

Le parole del dialetto usate da Pieragostini nei suoi libri custodiscono un’anima, e in questo la sua scrittura ricorda quella di un’altra autrice di origine marchigiana, Dolores Prato. In Giù la piazza non c’è nessuno leggiamo infatti: “In casa degli zii si mangiavano i portogalli: in convento gli stessi frutti si chiamavano solamente aranci. I portogalli erano tanto più dolci degli aranci, e io non credo che la differenza fosse solo nella parola; le monache comperavano certo quelli più scadenti. Assomigliavano agli aranci agri coi quali noi si condiva la verdura, olio e agro, il limone non esisteva. Certo non dissi mai più melarancia o portogallo, ma arancio. Però come erano piccoli e brutti gli aranci del convento, mentre i portogalli di Zizì erano grossi sugosi, e lui mi ritagliava la buccia in modo che ricostruiva alla perfezione la melarancia”.

In certi casi l’italiano non basta. Per sondare un’anima, a volte, bisogna far ricorso al dialetto.

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