Basilica imperiale di Santa Croce al Chienti, una storia da scoprire

CASETTE D'ETE - Nella lussureggiante vallata compresa tra i fiumi Ete Morto e Chienti, a pochi chilometri dalla costa, si erge da secoli la Basilica imperiale di Santa Croce al Chienti. La sua è una storia che si perde nella notte dei tempi. Ne parliamo con Manfredo Longi, storico e studioso dell’Associazione Santa Croce odv.

Di che si occupa l’Associazione Santa Croce?

“La nostra associazione da circa quarant’anni si occupa del recupero dell’antica Abbazia di Santa Croce al Chienti che è stata una tra le più antiche e importanti realtà benedettine delle Marche. Negli anni abbiamo lavorato alacremente al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica, il mondo accademico e le istituzioni riguardo l’importanza di questo monumento che versava in condizioni di degrado. Dopo tante battaglie, a seguito di un decreto statale che attribuiva 3.000.000 di euro per il recupero della basilica, nel 2006 sono iniziati i lavori. E’ stato un restauro lungo, travagliato ma estremamente accurato e la struttura è stata riportata all’antico splendore. Nel 2014 la chiesa è stata riaperta e l’associazione ha continuato ad operare favorendo la conoscenza del complesso con visite guidate gratuite i primi due mercoledì pomeriggio di ogni mese, oltre che attraverso visite delle scolaresche, incontri, rappresentazioni ed altre iniziative in collaborazione con varie realtà quali Fiab, Fai, ecc. Siamo favoriti dall’ingresso in associazione di molti giovani che intercettano una vasta platea di ragazzi e ragazze, adattando il linguaggio della storia e dell’arte alle nuove generazioni, basti pensare all’organizzazione del festival Explicit di arti e linguaggi contemporanei. Riscontriamo anche la sensibilità degli attuali proprietari della struttura e dell’area circostante che assecondano le nostre richieste legate alla visibilità e alla conoscibilità dell’edificio”.

Cosa significa riappropriarsi della storia più che millenaria di Santa Croce?

“Significa fare un tuffo nel nostro passato, ritornare alle nostre radici e vivere le storie e le leggende che circondano e caratterizzano questo monumento. La più celebre è quella dell’amore impossibile tra il cavaliere Lotario ed Imelda, figlia del nobile Eufemio. Un amore che nasce ad Ascoli e che viene ostacolato dal padre di lei, in quanto già promessa sposa ad un altro. Eufemio arriva a rinchiudere la figlia in un convento di clausura per impedire che si veda di nascosto con il bel cavaliere. Imelda soffre e si spegne velocemente, morendo di inedia. Lotario, accecato dall’ira, si vendica uccidendo Eufemio poi fugge da Ascoli ed arriva in questa zona allora paludosa, dove l’Ete si getta nel Chienti, nascosta perfino agli occhi di Dio per quanto orrida. Qui sveste l’armatura e fa una vita da eremita al fine di espiare la sua colpa. Con un gruppo di sbandati forma una piccola comunità e, alla fine dei suoi giorni, sogna la sua amata che lo invita, per completare la sua opera di redenzione, a costruire una chiesa per la grandezza di Dio ed in ricordo del loro amore.

Questa è la leggenda che avvolge Santa Croce, la realtà storica è che in una zona politicamente e militarmente importante nell’alto medioevo, era necessario porre un caposaldo al fine di controllare tutta l’area relativa alla foce del fiume Chienti, salvaguardandola dalle invasioni dei saraceni e permettendo una comunicazione veloce con il Tirreno e con la Roma dei papi. L’imperatore, con il vescovo di Fermo che era il suo referente sul territorio, investì dunque sull’abbazia di Santa Croce che diventò la punta di diamante del sistema difensivo e di controllo dell’area. Nell’883 il vescovo di Fermo Teodicio chiese all’imperatore Carlo III il Grosso, nipote di Carlo Magno, di poter costruire la suddetta abbazia come centro di controllo del territorio. Il 24 giugno dell’883 l’imperatore da Nonantola diede l’autorizzazione; il 14 settembre 887 l’abbazia venne solennemente consacrata. Siamo di fronte ad una struttura di fondazione carolingia che per quattro secoli ha svolto un ruolo importante, essendo punto di riferimento religioso, economico, sociale e politico. Quando Santa Croce viene consacrata i comuni intorno ancora non esistono, appariranno oltre un secolo dopo. L’abate di Santa Croce è sempre stato un personaggio potente e in un certo momento della storia, nel 968, ha prevalso sul vescovo di Fermo. In quell’anno il presule fermano voleva riprendere alcune terre donate all’abbazia. L’abate si oppose e la questione arrivò all’imperatore Ottone I che, sorprendentemente, diede ragione all’abate. Anche qui carta canta: in un antico documento del 2 novembre 968, conservato nell’archivio di Sant’Elpidio a Mare, Ottone I esimette l’abate dal versamento delle decime al vescovo fermano ed al contempo lo tolse dalla giurisdizione vescovile, mettendo l’abate sotto la diretta protezione imperiale.

E poi? “L’abbazia restò centrale negli anni, ricevendo privilegi da papi e imperatori. Il nodo cruciale della storia di Santa Croce è il periodo delle lotte per le investiture. I benedettini di Santa Croce erano fedeli alleati dell’imperatore e, quando intorno alla prima metà del 1100 arrivarono i benedettini “cistercensi” filopapali e fondarono Fiastra, non cedettero mai alle loro lusinghe che avevano il fine di togliere dallo scacchiere geopolitico un punto di riferimento fondamentale per l’imperatore. Dopo il 1265, con la morte di Manfredi e la caduta del mondo filo imperiale, i benedettini di Santa Croce furono costretti ad assoggettarsi ai Cistercensi. Fu un’annessione violenta come ci raccontano le carte conservate nell’Archivio Segreto di Sant’Elpidio a Mare. Da quel momento scese l’oblio sull’abbazia elpidiense che decadde velocemente e fu oggetto di una lunga causa tra il vescovo di Fermo e il comune elpidiense. Dobbiamo arrivare alla metà del ‘700 per un primo intervento di restauro ad opera del vescovo di Fermo Alessandro Borgia. Pochi anni dopo lo scempio: il vescovo Andrea Minucci, seguendo la moda del secondo ‘700, trasformò Santa Croce in un casolare agricolo, mutando completamente il paesaggio. Il presule fece deviare il fiume Ete, ammucchiò una gran quantità di terra intorno alla chiesa, intervenne sulla struttura creando un piano sopraelevato adibito a granaio e deposito mentre nel piano centrale inserì l’abitazione dei contadini; buttò giù una parete, allargò, tombò… Comunque la struttura fu mantenuta finché i contadini vissero nella casa agricola così ricavata. L’abbandono, negli anni ’60/’70 del ‘900 portò al crollo di varie parti, cui seguì l’acquisto della casa colonica diroccata e della terra adiacente da parte di un privato. Il resto è storia contemporanea: la nascita dell’Associazione Santa Croce, le battaglie per la riscoperta ed il recupero dell’importante monumento e ora l’enorme soddisfazione di rivedere l’abbazia recuperata e riaperta.

Ma com’era l’abbazia di Santa Croce nel suo periodo di massimo splendore? “Un monaco di Fiastra nel XII secolo, in un documento ora conservato nel Fondo Fiastrense presso l’Archivio di Stato a Roma, descrive Santa Croce: il complesso era circondato da mura, probabilmente si trattava di una piccola città completamente autosufficiente, c’era una chiesa che era molto più grande di quella che troviamo adesso che ha subito delle manomissioni, esistevano il convitto, i dormitori dei monaci, la cucina, la cantina, i depositi per le masserizie e poi le case dei calzolai, dei conciatori, dei tessitori, la foresteria. Tutto ciò all’interno della cerchia murata. E’ una vera e propria foto del XII secolo ma possiamo pensare che già nel IX secolo l’abbazia fosse così organizzata. Questa pergamena ci dice ancora di più: il torrente Ete lambiva l’abbazia con l’acqua regimentata a dovere ed utilizzata per vari usi. Ad un tiro di freccia esistevano strutture atte ad ospitare monaci che venivano da fuori, pellegrini di passaggio, varie personalità; ad un ulteriore tiro di freccia c’era un’area protetta da un fossato con le case dei contadini e degli artigiani e le stalle”.

Ed ora? Cosa possiamo ammirare? “Manomissioni, vituperazioni, cancellazioni non hanno fatto venir meno l’importanza del monumento. Oggi la basilica, seppur spoglia, è maestosa, con pianta a tre navate e presbiterio rialzato. Entrando vieni avvolto dalla storia, c’è una forza attrattiva, un’energia che non si può spiegare. Trovarsi di fronte all’abside con questo arco preromanico puro, toglie il fiato. Tre le fasi di costruzione riconoscibili: quella più evidente di XI-XII secolo, al di sotto la chiesa del IX secolo che è stata utilizzata come cripta nella fase successiva. Ma la grande scoperta, frutto del restauro, è che questa chiesa del IX secolo è collocata su di una struttura ancora precedente, una chiesa paleocristiana del V secolo. Se scendiamo, facciamo dunque un viaggio nel tempo: la prima chiesa è stata probabilmente distrutta nel corso della sanguinosa guerra greco-gotica (535-553), abbiamo trovato grosse tracce d’incendio. Nell’800 arrivarono i Benedettini e riconsacrarono il luogo. La chiesa carolingia è piccola e bassa, le monofore strette con la poca luce giallognola (uso dell’alabastro) che aiuta la meditazione e l’intimo contatto con Dio. Nell’XI secolo la chiesa venne rialzata. Come facciamo a saperlo? Ci indirizza la tipologia della struttura e ce lo conferma un rinvenimento fortuito: una piccola moneta murata appositamente nell’altare della cripta al fine di datare l’intervento edilizio. Si tratta di un denaro d’argento coniato a Pavia, con effige di Enrico III di Franconia, imperatore del Sacro Romano Impero tra il 1036 e il 1056. Successivamente la parte superiore fu allungata tra l’XI e il XII secolo. E’ stata una fabbrica continua, al passo con le mode, con le esigenze logistiche, con i messaggi che di volta in volta andavano comunicati. Di tutte queste fasi storiche quella che colpisce di più è la chiesa più antica del V secolo: che ci fa una basilica cristiana, con delle bellissime semicolonne e decorata con marmi pregiati (abbiamo trovato frammenti di rosso di Verona, verde di Prato, Carrara, finemente scolpiti) in quella zona? Entriamo nel campo delle ipotesi: probabilmente l’area era significativa fin da prima del medioevo, inserita in un crocevia importante di comunicazioni stradali, fluviali, marittime, quindi ricca. Dirò di più: penso che scavando ulteriormente potremmo trovare altro, forse un mitreo, un luogo di culto pagano di epoca imperiale romana. E’ chiaro, occorre lavorare, scavare e studiare ancora tanto. C’è tutta la zona adiacente l’edificio religioso da sondare. Ora non ci sono le condizioni economiche per andare avanti ma chissà in futuro... Ciò che possiamo auspicare è che venga valorizzato appieno quello cha abbiamo, unendo gli aspetti storico e naturalistico, perché la basilica insiste in un territorio meraviglioso, tra campi, piante, corsi d’acqua: un luogo di pace e di serenità. Far conoscere ai ragazzi e non solo questo spaccato, unire storia, arte e natura, sarebbe meraviglioso. Lancio un messaggio agli enti pubblici, perché si possa trovare un modo per rendere ancor più fruibile l’area della basilica. L’Associazione Santa Croce è assolutamente disponibile a collaborare”.

Per informazioni, tel. 335.7028007 – 335.8080185

Alessandro Sabbatini

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