ORTEZZANO - A Ortezzano, la voce di Gioia Bartali ha riempito il piccolo e accogliente Auditorium Mons. Tarcisio Carboni, non soltanto del ricordo di un grande campione, ma della vita quotidiana di un uomo che, per lei, prima di essere Gino Bartali era semplicemente “nonno Gino”. Un uomo capace di scrivere pagine memorabili sulle strade del ciclismo, ma anche di rischiare la propria vita durante la guerra per aiutare ebrei perseguitati, nascondendo documenti falsi nel telaio della sua bicicletta. Gino Bartali campione, ma anche e soprattutto “Giusto tra le Nazioni” per aver salvato la vita a oltre 800 ebrei durante le persecuzioni naziste.
Una serata calda, intima, di quelle in cui il pubblico finisce per sentirsi parte della storia raccontata. Il nuovo appuntamento del Festival Storie ha portato nel piccolo borgo la memoria familiare di uno dei personaggi più importanti dello sport, restituendola attraverso gli occhi di una nipote che da anni ha scelto di custodirla e condividerla. Sul palco, insieme al giornalista Alvin Crescini, Gioia Bartali ha attraversato vittorie e dolori, lettere e ricordi, la figura della nonna, le amicizie, la fede e quella straordinaria umanità che ancora oggi rende Gino Bartali una storia da raccontare. Non il campione raccontato dai libri, dai giornali e dai documentari, ma l’uomo che tornava a casa, che era goloso, che non alzava mai la voce e che scriveva lettere dolcissime alla donna della sua vita.
È da qui che è partita una serata capace di andare oltre lo spettacolo e diventare riflessione sulla memoria, sui valori e su ciò che scegliamo di tramandare. Ad accogliere Gioia Bartali è stata la sindaca Carla Piermarini, che ha sottolineato il valore del Festival Storie come strumento capace di portare storie importanti nei piccoli comuni: “Dalla rete culturale dei 12 Comuni ognuno trova la forza, il Festival è il nostro ombrello per portare storie importanti nei nostri piccoli borghi. Ringrazio Gioia per raccontare un’eredità importante, non più privata ma collettiva, è un dono che ci fai e attraverso te abbiamo l’esempio di tuo nonno Gino”.
Quella di Ortezzano è, del resto, una scelta precisa: dare voce alle donne, affidando loro il racconto e la possibilità di essere protagoniste degli appuntamenti del Festival Storie. Una volontà della sindaca Piermarini che trova nella serata con Gioia Bartali una sintesi particolarmente significativa: una donna che custodisce una grande storia familiare e sceglie di metterla a disposizione della comunità. Tra il pubblico Sua Eccellenza il Prefetto di Fermo Edoardo D’Alascio, che ha voluto sottolineare il valore della presenza al Festival e del racconto di Bartali: “Dietro Gino Bartali, “Ginettaccio” come veniva chiamato, dietro al mito, c'era un cuore enorme. È un onore e un piacere essere qui, per un Festival che parla di territorio e di comunità, serate in cui riaffiorano ricordi ed emozioni”.
Ed è stato proprio attraverso i ricordi che Gioia ha riportato Gino Bartali nella sua dimensione più intima. Ha accompagnato il pubblico dentro una casa, una famiglia, un’epoca. “Se chiudo gli occhi e penso a mio nonno, penso a una persona golosissima – ha raccontato –. Il cibo di mia nonna era semplicissimo, ma la casa dei miei nonni era speciale. Non ho mai sentito mio nonno alzare la voce”. Una frase semplice, capace però di restituire tutta la distanza tra il personaggio pubblico e l'uomo vissuto tra le mura di casa. E poi la nonna, la donna dietro l’uomo straordinario. Le 236 lettere e oltre 400 cartoline scritte da Gino Bartali durante le sue tappe e i suoi viaggi, conservate dalla famiglia. “Scriveva benissimo ed era dolcissimo”, ha raccontato Gioia, leggendo alcune di quelle parole al pubblico. Un patrimonio privato che diventa oggi documento di una relazione, di un amore e di una vita condivisa.
La serata ha attraversato anche le pagine più dolorose della storia di Bartali. La morte del fratello durante una corsa, una tragedia che lo accomunò, per destino, a Fausto Coppi. E poi il rapporto con il grande rivale, troppo spesso raccontato soltanto attraverso la contrapposizione sportiva. “Coppi e Bartali sono stati grandi amici”, ha ricordato Gioia, sottolineando come, da un punto di vista giornalistico, fosse molto più appetibile raccontare la rivalità che la loro amicizia. Nel racconto è entrato anche il rapporto con le nuove generazioni e l’esperienza di Gioia nelle scuole, dove continua a portare la storia del nonno. Perché, ha spiegato, c’è ancora bisogno di parlare di Gino Bartali, non per alimentarne il mito, ma perché i valori che ha rappresentato continuano ad avere qualcosa da dire.
“Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si attaccano all’anima, non alla giacca”. Una frase che durante la serata è tornata come una sorta di filo conduttore. Bartali, uomo profondamente legato alla propria fede, non amava parlare delle proprie azioni, né trasformarle in merito personale. La sua grandezza, nel racconto di Gioia, passa proprio da questa riservatezza. La bella fotografia lasciata al Festival Storie è quella di un campione diventato leggenda che, attraverso la voce di sua nipote torna ad essere semplicemente Gino. Un nonno goloso, riservato, affettuoso, un marito innamorato, un uomo di fede e un campione capace di attraversare la storia.