I numeri delle Marche sulla violazione della normativa sui rifiuti e sul ciclo illegale del cemento
Ecomafia: è un neologismo coniato da Legambiente per indicare le organizzazioni criminali che commettono reati arrecanti danni all’ambiente. In particolare sono generalmente definite ecomafie le associazioni criminali dedite al traffico e smaltimento illegale di rifiuti e all’abusivismo edilizio di larga scala. Secondo il rapporto Ecomafia 2008 di Legambiente, il giro d’affari sarebbe stimabile in circa 23 miliardi di euro all’anno. Inoltre, una legislazione nazionale che attualmente non prevede nel Codice penale i reati ambientali, costituisce un incentivo in questa direzione. Le regioni dove si registra il maggior numero di reati ambientali sono Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, le stesse in cui sono presenti le principali organizzazioni mafiose italiane. Che, a caccia di territori vergini e lucrosi, migrano come una lebbra e come una lebbra contaminano: spesso sono imprese private, amministratori locali e organi di controllo corrotti a costituire reti che compiono reati ambientali. Reti che allungano i tentacoli anche al di fuori dei confini nazionali: ne sa qualcosa Ilaria Alpi che, pare, proprio per seguire certe tracce ecomafiose ci ha lasciato la pelle. Ma questa è un’altra storia. Quella che riguarda noi marchigiani sembra meno pesante di quella di altre regioni, come la vicina Emilia Romagna, ma campanelli d’allarme cominciano a tintinnare sempre più forte, specie nel settore del ciclo illegale del cemento: la mafia sicula si sta interessando a una regione vergine e succulenta, la nostra. Una “joint-venture” in grado attraverso l’appoggio di politici e settori bancari, di accaparrarsi appalti pubblici milionari, riciclando in insediamenti turistici e alberghieri i proventi dei loro loschi affari. Ma anche comprando società in crisi e creandone nuove “pulite” che sfruttando il meccanismo del massimo ribasso si aggiudicano gli appalti pubblici, assumendo poi operai in nero e lavorando con materiali scadenti: può darsi che sia questo quello che ci sta per capitare.
Un altro versante tradizionale dell’ecomafia è quello del ciclo illegale dei rifiuti. Messi uno sopra l’altro fanno una montagna: il monte della monnezza illegale è una vetta di 3.100 metri con una base di 3 ettari, alta quasi quanto l’Etna.
Ma come fanno? Ce lo dice Antonio Pergolizzi, della sede centrale di Legambiente, a Roma, che è tra i redattori del Rapporto 2008 sulla criminalità ambientale.
“Per il ciclo illegale del cemento, solitamente gestiscono e detengono buona parte di imprese che si occupano a vario titolo di costruzioni, dal movimento terra a imprese edili che costruiscono e utilizzano e maneggiano il calcestruzzo e i macchinari necessari a tirare su le costruzioni, quindi molto spesso hanno in mano proprio le ditte che fanno i lavori. Molte altre volte intervengono attraverso la gestione degli appalti pubblici e questo può avvenire in molti modi. Le Marche non sono ancora uno di quei territori sotto scacco della criminalità organizzata, ma può avvenire che si aprano varchi attraverso la corruzione o creando appositamente dei cartelli gestiti in regime di monopolio, o può avvenire che una volta che una ditta pulita ha ottenuto l’appalto le associazioni malavitose riescano molto spesso attraverso vari strumenti di pressione a entrare nei subappalti. Poi c’è anche l’aspetto del riciclaggio di denaro accumulato in modo illegale che viene investito nel settore immobiliare e ripulito attraverso il mattone. Quindi il sistema migliore è quello del controllo sia diretto che indiretto di imprese edili o della produzione del calcestruzzo, gestendo in modo legale o illegale le cave. Per i rifiuti bisogna distinguere tra quelli industriali e quelli solidi urbani. Per i primi intervengono offrendo servizi, offrendo agli imprenditori di smaltire a un costo bassissimo attraverso un percorso criminale e illegale che può assumere diverse vesti: rifiuti smaltiti in terreni agricoli in qualche zona sperduta del nostro centro Italia; oppure possono alterare i documenti di accompagno dei rifiuti per farne figurare una diversa tipologia e renderla compatibile al sito finale di smaltimento. In sostanza controllano il territorio in modo capillare. Per quanto riguarda i rifiuti solidi urbani intervengono col solito sistema degli appalti pubblici: magari c’è una grossa impresa del nord Italia che prende l’appalto e poi il subappalto va tutto a queste imprese che sono direttamente gestite dalla criminalità organizzata e che molto spesso hanno quote azionarie per il controllo della proprietà di alcune discariche”.
Cosa fare, dunque? Vigilare e ancora vigilare, ma tra vuoti legislativi e connivenze ai più vari livelli c’è poco da stare tranquilli. Quello che possiamo fare noi cittadini è almeno di smetterla si andare a scaricare la nostra monnezza ingombrante in aperta campagna o sulle sponde dei fiumi. Sarebbe già qualcosa. E a chiarirci ancor più le idee, le parole del Presidente di Legambiente Marche Luigino Quarchioni:
“Anche se il numero dei reati ambientali si è ridotto nella nostra regione, non possiamo permetterci di abbassare la guardia proprio ora che nel nostro territorio si sono manifestati segnali evidenti di infiltrazioni malavitose. Per cui sono urgenti maggiori controlli che oltre a colpire i furbi servano anche a disincentivare i malintenzionati. Ma alle istituzioni oltre che verso l'illegalità chiediamo una maggiore attenzione sul fronte della legalità perchè ogni anno certe scelte politiche aumentano la cementificazione con piani regolatori che prevedono nuovi centri commerciali, strade e villaggi turistici e quindi consumo di territorio. Si sta davvero esagerando nel mettere a rischio il capitale più importante che abbiamo: il paesaggio”.
NELLE MARCHE
I numeri delle Marche in Ecomafia 2009, il Rapporto annuale di Legambiente relativo al 2008
VIOLAZIONE DELLA NORMATIVA SUI RIFIUTI
Reati accertati: 106
Sequestri: 68
Persone denunciate: 287
CICLO ILLEGALE DEL CEMENTO
Reati accertati: 160
Sequestri: 40
Persone denunciate: 285






/