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Tanto di cappello!

Chapeau!

Stavo per cominciare a scrivere questo pezzo quando (scalogna rara!) per una volta mi sono ritrovato a non sapere come cominciare a scrivere... Insomma, dovendo parlare di “cappello” non riuscivo a fare proprio quello che in gergo giornalistico, letterario e, soprattutto, scolastico (con quanti “cappelli” abbiamo iniziato i nostri temi?) viene proprio definito “il cappello”, l’incipit, praticamente quello che poi serve ad introdurre l’argomento che si deve trattare. E allora comincio proprio dal “cappello” giornalistico. Si chiama così, ovviamente perché, come il cappello vero sta sopra la testa, quello giornalistico sta avanti, o sopra, all’articolo che si deve scrivere: non parla direttamente del tema che si deve trattare anzi spesso lo copre, ci gira intorno, quasi fosse un invito a chi legge a continuare nell’opera per “vedere dove si andrà a parare”. In pratica è quello che fa il cappello vero da un punto di vista estetico: nasconde la sommità del capo di chi lo porta e a seconda della foggia individua, in un certo senso, lo status e la personalità di chi lo indossa. Così, un cappello militare dona un aspetto marziale, una tiara qualifica un prelato e via dicendo. Il cappello che nasconde la sommità del capo può essere anche un espediente per mascherare difetti tipo, magari, la calvizie e dunque avere un effetto meramente estetico, per così dire. Ma non è certo risolutivo nel mascherare una eventuale assenza di ciò che dovrebbe trovarsi sotto alla capigliatura mancante, ovvero il cervello... Quello, se non c’è non c’è e purtroppo, cappello o non cappello, la sua assenza viene sempre a galla! Comunque, tornando al cappello come accessorio di vestiario, dagli albori della civiltà uomini e donne, poveri e ricchi, hanno usato i cappelli: per ripararsi dal freddo e dal caldo, come parte di una divisa, per denotare un’appartenenza (pensiamo al berretto frigio dei rivoluzionari francesi) o anche per mere questioni di igiene, vedi i cappelli dei chirurghi e degli infermieri negli ospedali. In cotanto “cappellìo”, uno sarebbe portato a pensare che il mestiere del cappellaio sia stato e sia uno dei più remunerativi e ambiti del mondo, e invece no: non che si faccia la fame a fare cappelli, per carità, ma non è tutto oro quello che luccica, e di questi tempi si fa fatica anche qui. Noi nel Fermano abbiamo un fiorente distretto del cappello, frutto di una tradizione più che centenaria, un settore che ha il suo baricentro nella zona di Montappone. E’ un distretto trainante nella nostra economia anche se ha conosciuto periodi di crisi, come altri comparti del resto, ma la tradizione è la tradizione e quando diventa fonte di benessere e reddito per un intero indotto non è acqua calda. I nostri imprenditori del cappello sono persone tenaci e perseveranti che hanno innovato e fatto fronte alle concorrenze spietate di questa globalizzazione opponendovi qualità, buon gusto e voglia di andare avanti. Tanto da espandere e commercializzare al altissimi livelli questo prodotto nei cinque continenti, e non è poco. Dunque, non resta che dire: “Chapeau!”.

Daniele Maiani



Il cappello dove va?

Il Distretto del Cappello nasce verso la fine degli anni Sessanta delineandosi come un polo monosettoriale altamente specializzato che, in breve tempo, ha permesso di allargare l’offerta produttiva anche a tutte le altre diverse tipologie di prodotto, aggiungendo alla produzione legata alla paglia anche quella di cappelli in tessuto, feltro, filato oltre ad altri accessori moda quali guanti e sciarpe. “Coinvolge per il 90% il Comune di Montappone e Massa Fermana con dislocazione territoriale, negli ultimi anni, a Monte Vidon Corrado – spiega Giuseppe Tosi, Direttore di Confindustria Fermo -. Infatti, a causa di problemi di natura logistica e dei ripetuti sismi, la zona industriale più colpita è stata quella dell’entroterra la quale ha inoltre provocato il conseguente trasferimento delle aziende in differenti località’.” Chi sono oggi gli imprenditori del cappello? “Gli stessi di 20 anni fa, i quali hanno saputo adattarsi al cambiamento seppur con lentezza e mantenendo un basso profilo dal punto di vista tecnologico. L’evoluzione è però avvenuta sotto l’aspetto commerciale e nelle differenti tipologie di prodotto che seguono costantemente le nuove tendenze.” Secondo i dati Istat, con un fatturato stimabile attorno a 110 milioni di euro l’anno, ad oggi il distretto del cappello fermano copre quasi il 70% della produzione nazionale, il 76% ottenuto con l’export. Purtroppo poche sono nel 2017 le figure laureate inserite nel settore in questione. “Se alla sostanziale tenuta ha contribuito anche un alto grado di flessibilità da parte degli imprenditori, tratto identificativo del distretto costituito da una rete di imprese che oggi si confrontano con la necessità di rimpiazzare i vecchi maestri, – prosegue il Direttore - trovare nel 2017 manodopera qualificata è sempre più difficile.” La Cina resta il Paese di riferimento per le importazioni con il 43% del totale pari a 46.5 milioni di euro. Il mercato tedesco vale 17,9 milioni di euro, +11,4% e ha sorpassato la Francia (17,5 milioni di euro, +1,2%). Seguono Stati Uniti (10,9 milioni di euro, -0,7%), Regno Unito (10,8 milioni di euro, +23,5%), Spagna (6,7 milioni di euro, -6%) Giappone (5,2 milioni di euro, +19,6%), Svizzera (4,9 milioni di euro, -19,4%). Austria (4,3 milioni di euro, -5,2%), Russia (3,8 milioni di euro, -10,2%). “Se negli anni 90’ il lavoro veniva svolto in collaborazione con le grandi distribuzioni organizzate (OVS, La Rinasciente etc...) e sui mercati esteri (Belgio, Inghilterra e Giappone), coltivando esclusivamente la cultura dell’accessorio elegante del cappello – ha concluso Tosi - oggi coloro che sono rimasti legati negli ultimi 10 anni a questa tipologia di mercato ha subito di certo un netto calo del fatturato. Stessa situazione di crisi è stata ed è vissuta nel 2017 per coloro che hanno solo e da sempre stretto rapporti commerciali con il Piemonte, la Campania, la Puglia, l’Emilia Romagna, con la Russia per quanto riguarda l’estero e nell’esclusiva lavorazione della lana richiesta unicamente dai paesi del nord.” Ancora negativa dunque la performance sul mercato russo, penalizzato dalla svalutazione del rublo e dalle sanzioni che indeboliscono il potere di acquisto oltre gli Urali, e in Svizzera, collegata alla Russia per le triangolazioni che per anni hanno mantenuto a galla il sistema. Dati non positivi che però sono stati in parte controbilanciati dal recupero del mercato americano e giapponese.

Federica Balestrini

Il territorio in vetrina con Piazza Artigiana

Non un negozio ma una piazza dove raccontare il territorio. E’ questa Piazza Artigiana, inaugurata lo scorso 20 luglio, sul corso di Fermo unisce i prodotti di 18 imprese, 10 legate all’enogastronomia e 8 alla moda: cappelli quindi, oltre a calzature borse e sciarpe. Per la prima volta sono stati messi insieme 18 produttori, sotto lo stesso tetto, per vendere prodotti di realtà diverse. L’idea è stata di Paolo Tappatà, responsabile dell’ufficio Confartigianato Fermo, partita da una app che indicasse itinerari di acquisto, per le aziende che fanno prodotti di qualità come i cappelli e le scarpe. Ragionando con gli artigiani, è poi emerso che la cosa era difficilmente gestibile perché tante strutture pur facendo prodotti di alta qualità non hanno l’outlet idoneo ad accogliere turisti, così si è deciso di mettere tutte queste eccellenze all’interno di una struttura fisica a Fermo, cercando anche di sfruttare il discorso dei mercatini che quest’anno hanno avuto un buon flusso anche di turisti stranieri. Alla base, ci sono fondi europei ottenuti grazie ad un progetto regionale, i costi di gestione, compreso l’affitto, sono tutti a carico di Confartigianato, mentre gli utili ovviamente vengono ripartiti tra le imprese. “Il negozio non ha lo scopo di vendere ma di promuovere i prodotti e il territorio, le Marche sono ancora un territorio sconosciuto ai più - ha spiegato Tappatà - proponiamo aziende molto piccole, che avrebbero difficoltà ad avere un approccio diverso da quello locale. La pubblicità se la fanno con i locali e i prezzi sono da outlet, senza ricarico da negozi e in più sono tutti prodotti a chilometro zero perché le imprese sono tutte di qui, da Massa Fermana a Campofilone. Il nostro principio è quello di dare una mano alle aziende del territorio, nella provincia di Fermo abbiamo diverse eccellenze, dai Maccheroncini di Campofilone, il cappello, l’olio, i vini che raggiungono picchi di qualità alti, questo è quello che noi proponiamo”. Pensate che il progetto possa avere ulteriori sviluppi? “Il progetto si fonda su vari step, se le aziende decideranno di continuare l’esperienza, siamo pronti a presentare un altro progetto per introdurre le imprese nel mercato on line, questo perché le nostre piccole realtà che non si possono permettere una persona che giornalmente segua il sistema del mercato on line, mentre mettendo insieme più realtà magari questo investimento sarebbe possibile”. Per il futuro si pensa anche di organizzare dei convegni e dei corsi volti a formare anche gli imprenditori sull’approccio al marketing nel piano superiore del locale, poi degustazioni, tour dai produttori come cantine, frantoi o fabbriche di scarpe. Per Natale l’idea riguarda cesti e panettoni artigianali, in attesa di collaborazioni con i B&B fermani. Il bilancio è positivo, soprattutto per le presenze, ora i turisti, sia stranieri che italiani trovano un punto vendita per l’acquisto di prodotti locali che prima non c’era: “Quano i turisti entrano, noi raccontiamo il territorio e i prodotti, spieghiamo la differenza tra un prodotto e l’altro, offriamo assaggi, poi è il consumatore finale che sceglie. Nei giovedì del mercatino estivo c’erano circa 150/200 persone che entravano all’interno del locale, qualcuno acquista, qualcuno no, l’importate è che la gente arrivi. Spesso accade che prendano il biglietto da visita per poi recarsi direttamente in azienda”.

Serena Murri

Tanti ostacoli da superare

L’80% del distretto del cappello è concentrato in questa striscia tra Montappone e Massa Fermana, dove sono situate aziende più o meno piccole. Tra queste ci sono microimprese, come il cappellificio “Angelo Cecchi” che conta otto dipendenti. La lavorazione viene svolta internamente, dal taglio, alla cucitura, all’imballaggio. Anche qui, nelle vendite di quest’anno, l’ha fatta da padrone il Panama. “Il tessuto di solito è sempre più acquistato, sia d’estate che d’inverno. Anche il cappello di paglia ha fatto passi importanti da diverso tempo” mi spiega il titolare dell’omonima azienda. Signor Cecchi, come sta “il cappello”? Il terremoto ha avuto ripercussioni su di voi? “Come altri, anche noi lavoriamo soprattutto con l’estero: Germania, Francia, Polonia e mercati extraeuropei come Cina e Giappone. L’80% del fatturato proviene da fuori dei confini italiani, dove comunque abbiamo dei rappresentanti. Proprio loro sono stati i primi a ‘scontrarsi’ con gli effetti del terremoto, soprattutto su piccole realtà: sono stati dilazionati dei pagamenti, qualcuno non ha ritirato la merce ordinata”. Lei ha nominato la Cina, cosa è cambiato nel tempo nel rapporto con l’economia di Pechino? “Fino a qualche anno fa, noi importavamo e commercializzavamo ciò che arrivava. Arrivavano pezzi incompleti, oggi i cappelli hanno già la scritta Made in Italy e vendono in prima persona. Purtroppo le nostre aziende non riescono a tenere il passo, perché è una concorrenza sleale. Noi dobbiamo attenerci a leggi ben precise e soprattutto non possiamo praticare gli stessi prezzi. Inoltre, la spesa della manodopera in Italia, com’è noto, è più alta che in Cina”. Non avete provato a chiedere maggiori tutele come distretto? “Sì ma i frutti non sono arrivati”. Per la commercializzazione all’estero quali difficoltà incontrano i piccoli nel muoversi nei Paesi extraeuropei? “Per i piccoli è ancora più difficile, le aziende hanno bisogno di trovare nuovi mercati su cui investire, nuove fiere, hanno bisogno di fare pubblicità, anche online, innovazione, ma chiaramente tutto questo ha un costo. Solo per la “fiera in Giappone” spendi dai 15.000 ai 20.000 euro. Non sai quali risultati porterai a casa, ma intanto hai speso 20.000 euro”. Una soluzione potrebbe essere quella di “fare rete”? “Sì, ma non è facile. Noi produciamo cappelli da bambino, bambina e donna, potremmo essere in uno stand con una ditta che produce per l’uomo. Chi ha una produzione più ampia, va solo, anche se con difficoltà economiche”.

Silvia Ilari

Ultima modifica il Martedì, 10 Ottobre 2017 10:35

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