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Rischio povertà

Le conseguenze della crisi. Il lavoro che manca e i consumi che diminuiscono. La situazione si fa preoccupante

OCCE, SIGNOR TEDESCO!

Ve la ricordate la barzelletta del contadino marchigiano che, durante la guerra, con il carro carico di animali viene mitragliato da un aereo? Il carro è sfasciato, gli animali agonizzanti a terra e il contadino ha una gamba fracassata. Arriva un tedesco e con la pistola uccide a uno a uno: conigli, pecore, capre, mucche, asino dicendo a ognuno che non sopportava di vederli soffrire. Il contadino capisce l'antifona e, pur con la gamba massacrata, si alza zoppicando e fingendo allegria dice al tedesco: “Occe che culo, signor tedesco, io non me so’ fatto co'!!!”. Bene, un po’ di tempo fa una associazione di categoria, la Coldiretti, ha pubblicato un’indagine a livello nazionale sulla povertà in Italia da cui veniva fuori che un marchigiano su quattro era a rischio di povertà ma, altro dato, nelle Marche la percentuale era meno dura che nel resto dell'Italia, dove sono ben il 28,7 per cento i cittadini con problemi di reddito o mancanza di lavoro.

Prosegue Coldiretti: l’analisi fa riferimento a tre indicatori: povertà, grave deprivazione materiale, bassa intensità di lavoro. Analizzando i numeri, per la nostra regione emerge che il pericolo povertà interessa il 13,9 per cento dei residenti, mentre in condizioni di grave deprivazione materiale (bollette, mutui o affitto arretrati, non poter riscaldare adeguatamente casa, non potersi permettere l’acquisto di alcuni beni o fare pasti adeguati, ecc.) si trova il 10,8 per cento delle persone. La bassa intensità lavorativa, ovvero il fatto di poter lavorare solo per alcuni periodi all’anno, coinvolge il 9,1 per cento.

“Occe, che culo!”, avrebbe detto il contadino. Io, come più volte ho ripetuto, sono ostinatamente contro l'uso improprio delle statistiche: quell'uno che rischia di essere povero, assieme agli altri che poveri già lo sono, ha un nome e un cognome, e il fatto che non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena, (1+1=2) visto che chi ci governa ama i numeri, non è che si risolve con la matematica che spalma la fame in questo caso su cinque persone: resta sempre il fatto che lui non mangia! E allora bisogna cominciare a cambiare il modo di vivere e di pensare di chi vive in questa società. Bisogna dire un forte “basta” a chi, facendo la mossa di aiutare i poveri e i diseredati, intasca lauti guadagni, e sulla fame degli altri fa una vita da signore; basta a chi si mette in tasca stipendi o emolumenti vari totalmente immeritati per cifre che basterebbero da sole a sostenere intere città di poveri; basta alle pensioni miliardarie di certi individui e basta anche alla rapina dello Stato alle pensioni dei lavoratori, che per tutta la vita hanno pagato per averla e ora hanno paura che i soldi necessari a mandare avanti questo apparato che cade a pezzi vengano prelevati da quanto loro percepiscono.

Insomma, basta a un sistema che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri ancora più poveri, e soprattutto basta discutere su come fare per uscire dall'impasse senza muovere un dito per fare qualche cosa. Perché, come diceva Karl Marx, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni…


Daniele Maiani



IL PONTE E I NUMERI DI UNA POVERTA' CRESCENTE

Essere poveri a Fermo. Potrà sembrare stridente in una città e in un territorio dove il lavoro nel recente passato non è mai mancato, alimentando un benessere più o meno diffuso. Poi la crisi, diluita nel tempo e incuneatasi in tutti i gangli del nostro tessuto economico, ha rovesciato dinamiche ed esistenze. Un'analisi inconfutabile è quella che emerge dall'associazione Il Ponte, che nel 2017 festeggerà i suoi 30 anni di attività. Pasti, accessi al guardaroba, borse alimentari, docce: tutto gestito nello stabile di proprietà della Caritas dove questa realtà fermana opera, come ci spiega il presidente Silvano Gallucci.

“Sono circa 30/35 persone al giorno ad essere ospitate nella nostra struttura mensa e nel 2016 abbiamo erogato circa 20 mila pasti nell'anno, preparati dall'associazione. Circa 15 pasti vengono conferiti a domicilio attraverso il sostegno della Croce Rossa, che ci permette di avvicinare persone che non possono venire da noi per problemi di mobilità. In crescita sono le borse alimentari, che prepariamo settimanalmente per le famiglie segnalateci dai Servizi Sociali del Comune di Fermo. Queste borse sono state più di 3.200 nel 2016, con circa 250 persone di differenti nuclei familiari che ne hanno usufruito. Non è una misura risolutiva, certo, ma è un servizio più che dignitoso, all'interno del quale mettiamo pasta, latte, carne, pomodori, formaggio, a volte olio: insomma, quanto possiamo per alleviare le necessità di queste persone”.

Poi ci sono gli altri servizi che riuscite a garantire con continuità. “Molti sono i passanti che si lavano qui e sono circa 600 docce all'anno. C'è il guardaroba, che ha avuto circa 3.500 accessi, con tanta gente che dona scarpe e vestiti usati che poi i nostri volontari ridistribuiscono. E abbiamo dato una mano anche durante il terremoto, facendo quanto era nelle nostre reali possibilità”.

Di fronte al fenomeno di una povertà crescente, i media giocano spesso, strumentalmente, sulla distinzione tra presenze straniere e autoctone. “Premesso che noi non abbiamo mai fatto distinzioni tra le persone, va detto che se lo scorso anno c'è stato un sorpasso in termini numerici degli italiani rispetto agli stranieri e quest'anno l'aumento si è consolidato: siamo infatti ad un 60 a 40 per gli italiani. In parte è dovuto al fatto che alcune famiglie straniere abbiano fatto ritorno nella propria terra: qui la vita quotidiana costa di più e in molti, povertà per povertà e non avendo sbocchi, scelgono di tornare a casa pur di sopravvivere. Oppure vanno in altri luoghi, in altre nazioni europee, dove trovano situazioni leggermente migliori”.

Abbiamo parlato di cosa fate. Adesso raccontiamo chi siete. “Nella nostra associazione gravitano circa 30 volontari nell'arco del mese, di cui una quindicina piuttosto fissi. Io sono presidente da quasi 5 anni, c'è una signora che si occupa della contabilità, un consiglio direttivo formato da 7 persone, ci sono persone che vengono per cucinare, per dare una mano con il guardaroba, chi 2 volte a settimana, chi 3. Abbiamo sempre bisogno di ricambio, ma c'è comunque un nutrito numero di persone che ci aiutano. Siamo aperti nell'accoglienza e anche nell'accogliere chi vuole dare una mano”.

C'è poi il rapporto con la città. “Mi auguro che la collettività, che comunque ci è vicina, faccia sempre di più mente locale su quanto sta avvenendo. Dovremmo essere un po' tutti più solidali e cercare di comprendere che una mano da parte di tutti fa sì che non serva una grande mano per aiutare gli altri. Questo è un passaggio fondamentale, non solo per la nostra associazione ma per tutto il mondo del volontariato. E dare una mano significa anche riceverla, siamo anche noi parte di questo mondo e purtroppo in questi tempi non possiamo essere sicuri di stare dalla parte di chi offre un servizio o di chi debba riceverlo. Un'ultima cosa che riguarda la nostra associazione: le cose belle si fanno insieme, è il collettivo quello che conta. E abbiamo uno sguardo verso il futuro, pieno di speranza, perché senza non si va da nessuna parte”.


Andrea Braconi



MONTEGRANARO FA I CONTI CON LA CRISI

Che la “ricca” Montegranaro non sia più quella di una volta ormai è cosa nota. La crisi che da anni ha colpito il distretto calzaturiero continua a lasciare dietro di sé una scia di difficoltà sempre maggiori. “Ogni giorno, in media, riceviamo la visita di quindici persone che vengono in Comune a chiedere aiuto”, dice Cristiana Strappa, assessore ai Servizi Sociali. “Ci chiedono soldi per pagare le bollette – continua – ma soprattutto vogliono un lavoro. Noi soldi non possiamo darne, così li aiutiamo con il pagamento delle utenze. Per quanto riguarda il lavoro, quello che possiamo fare è fornire qualche consiglio e indirizzarli ai centri per l’impiego”.

Anche se i dati dicono che ormai il numero degli italiani in difficoltà ha raggiunto e superato quello degli stranieri, a Montegranaro la situazione sembra essere diversa. “Il 90% di quelli che si rivolgono a noi sono extracomunitari”, spiega l’assessore. “Le leggi li privilegiano favorendo le famiglie con minori e loro in genere hanno molti figli. Riceviamo continue proteste da parte di famiglie italiane che, per questo motivo, si vedono superate nelle graduatorie. Personalmente, ho fatto appello a un onorevole che è venuto in visita in città, chiedendo che queste leggi siano modificate in modo da non favorire solo le famiglie molto numerose”.

Pur nelle ristrettezze in cui versano gli enti pubblici, il Comune si è dato da fare per fornire un aiuto ai suoi cittadini. “Abbiamo creato un fondo anticrisi a cui potranno attingere cinquanta famiglie. Un intervento che si è reso necessario perché in questo settore, fino ad oggi, la Regione è stata latitante. Ogni famiglia potrà disporre di una somma tra i 200 e i 300 euro. Oltre a un Isee basso, per accedere al fondo era necessario essere in regola con il pagamento dei tributi comunali. In caso contrario il debito viene estinto scalando la somma dal contributo. Il bando è scaduto a fine dicembre. Se le famiglie che hanno fatto richiesta saranno oculate, useranno questi soldi per mettersi in regola con le bollette”.

Centodieci sono invece le richieste arrivate per accedere al bonus idrico del Tennacola. In questo caso si tratta di uno sconto di cento euro sulle bollette dell’acqua, da utilizzare entro quest’anno. “È un buon aiuto – commenta Strappa – che va incontro a molte situazioni di difficoltà. Da parte nostra, siamo intervenuti per contribuire al pagamento delle utenze attingendo al fondo di Social Help dell’Ambito Sociale 19. Entro questo mese, inoltre, dovrebbero giungere buone notizie dalla Regione, con l’arrivo dei contributi per l’assistenza domiciliare indiretta alle persone con disabilità gravissime. A diversi livelli, ci dà un valido aiuto la Caritas che interviene settimanalmente con la distribuzione dei pacchi alimentari ma anche con il pagamento delle utenze. Abbiamo una stretta collaborazione, confrontiamo le lista dei bisognosi in modo che non ci siano persone che godano di un doppio aiuto”.

Sul fronte case popolari la situazione non è migliore. “Il regolamento per l’assegnazione può essere rivisto, ma anche in questo caso sono molti i malumori da parte degli italiani. C’è gente che aspetta da trent’anni una casa e che si vede scavalcata dagli ultimi arrivati per via dei soliti requisiti. Facciamo tutto quello che è nelle nostre possibilità – conclude l’assessore – ma resta comunque insufficiente. Quello che serve, e che manca, è il lavoro. Solo con il lavoro e la ripresa dell’economia la situazione di molti cittadini potrà migliorare”.


Francesca Pasquali



PRESENTE E FUTURO DELLA CARITAS DI MONTEGIORGIO

Ad aprile la Caritas di Montegiorgio festeggerà il suo secondo anno di attività. Come auspicato nel maggio 2015 da Lino Liberati, uno dei coordinatori, la sinergia con la Confraternita della Misericordia c'è stata. “Con loro, in genere il secondo sabato del mese, consegniamo pacchi alimentari ai bisognosi presso l'ex Convento dei Cappuccini”, afferma oggi.

Non solo pacchi alimentari però: “C'è chi necessita di cibo, ma anche chi ha bisogno di una mano per pagare le utenze dopo mesi di insolvenza. Agiamo prima che le stacchino del tutto. Non diamo offerte libere comunque, parliamo solo di esigenze di questo tipo, poi c'è anche chi ha semplicemente bisogno di un contatto umano”.

Per questo e altro è attivo, sin dall'inizio, un centro di ascolto. “L'iniziativa prosegue con due-tre incontri al mese. Al di là di questi incontri, però, ormai noi volontari i rapporti con i partecipanti li teniamo personalmente. Il paese è piccolo, ormai siamo al corrente delle varie situazioni. Da quando abbiamo iniziato, le persone sono più o meno le stesse, ne seguiamo circa 40-50”.

Cos'altro si fa durante questi incontri? “Aiutiamo i presenti a compilare i curriculum da inviare alle ditte, anche se a Montegiorgio il lavoro 'non c'è', quindi non è semplice. Si tratta per lo più di persone non automunite, senza possibilità di andare fuori paese, salvo quando passa qualche bus”.

La maggioranza di coloro che sono assistiti dalla Caritas fanno parte di nuclei familiari, in misura minore si parla di singoli. “Prima di Natale, c'è stata un'esperienza di condivisione, un pomeriggio per permettere a chi frequenta il centro d'ascolto, la maggior parte stranieri, di interfacciarsi con gli autoctoni. Inoltre, c'è stata condivisione sia sul piano culinario, con specialità tipiche di vari Paesi, e di un momento di preghiera comunitario. Si è trattato di un momento per conoscere meglio le realtà personali, non fermandosi al 'donare qualcosa' che lascia il tempo che trova”.

Nessun problema a causa delle diverse religioni dei singoli, visto il momento di preghiera? “Nulla è stato imposto, da noi vengono musulmani come ortodossi. L'unica diffidenza è portata dal non conoscersi reciprocamente, ancora, a fondo: è stato un primo tentativo, c'è da lavorarci sopra, non ci scoraggiamo, lo riproporremo”.

La Caritas di Montegiorgio è legata ai progetti di quella di Fermo con cui collabora, la quale a sua volta è coinvolta nelle attività destinate ai terremotati ospiti dei camping del Fermano. Dal 12 dicembre, la Caritas delle Marche ha presentato il programma di prossimità e vicinanza alle popolazioni colpite dal sisma. Attraverso i gemellaggi, inoltre, è stato possibile creare una rete capillare con Caritas Ambrosiana e le realtà equivalenti liguri, emiliano romagnole, calabresi, piemontesi e di Cremona.


Silvia Ilari



LE "SENTINELLE" DI PEDASO

La Caritas di Pedaso, divenuta punto di riferimento per tutta la Valdaso, presieduta da don Ubaldo Ripa, ha sede presso la stazione ferroviaria, ora in comodato d'uso al Comune e messa a disposizione a scopo sociale. "Siamo come sentinelle. Il Comune ci segnala le situazioni e si decide come intervenire", spiega la coordinatrice Felicia Camilli, ex insegnante elementare in pensione.

L'attività si suddivide principalmente in raccolta alimentare e raccolta di abiti usati da distribuire grazie ad una decina i volontari che turnano settimanalmente e ad una Anna Petrini sempre a disposizione anche fuori dall'orario di apertura. Per quanto riguarda gli alimenti, il pacco alimentare – che comprende anche frutta e verdura – viene distribuito una volta al mese, di solito il giovedì e il venerdì. Il servizio è rivolto a un'utenza in crescita, sono circa trentacinque le persone, spesso senza fissa dimora, che ne usufruiscono. In aumento, negli ultimi tre anni, le famiglie che chiedono aiuto di tipo alimentare, lavorativo ma soprattutto economico. Si tratta di famiglie italiane, del posto e non. Il ruolo della Caritas è quello di aiutare le persone a riprendere il loro percorso e a superare quello che in certi casi è solo un momento di difficoltà. Per aiuto economico s'intende quello di pagare bollette in scadenza, affitti, libri per la scuola, visite specialistiche. Sono almeno cinque le famiglie quasi fisse seguite al momento dalla Caritas e dai servizi sociali.

"Noi facciamo da raccoglitore di difficoltà – spiega la coordinatrice – e spesso cerchiamo di indirizzare chi ci chiede aiuto". Ad esempio, in zona c'è il centro di ascolto presso la chiesa di Marina di Altidona, aperto tutte le domeniche dalle 9 alle11, dove si registrano, parlano con i volontari e generalmente cercano aiuto economico, psicologico e consulenze legali. Si tratta di situazioni di disagio familiare spesso causato anche da problematiche di membri della famiglia legate ad alcol, droga, vizio del gioco. La necessità d'intervenire economicamente è in crescita ma la coordinatrice sembra fiduciosa: "Qualcosa si può fare, per il nostro paese, per le nostre fragilità".

Per coprire le necessità di cui non dispone la Caritas, vengono messi a disposizione anche buoni per l'acquisto di farmaci e prodotti alimentari da spendere presso farmacia e supermercati. La Caritas si avvale del fondo parrocchiale e di quello Diocesano, quest'ultimo mette a disposizione somme provenienti in ampia parte dal contributo che Diego Della Valle mette regolarmente a loro disposizione per intervenire sulla povertà in zona.


Serena Murri



I NUOVI POVERI: LA STORIA DI SOFIA

I giovani e il lavoro sono stati uno dei punti principali toccati dal capo dello Stato durante il suo discorso di fine anno. Mattarella ha parlato di una dignità legata alla professione, sottolineando la necessità di assicurare ai giovani la possibilità di essere protagonisti della vita sociale, affinché quella di andare all'estero sia una scelta e non una scelta obbligata. Come evidenziato dal rapporto 2016 stilato dalla Caritas, infatti, i giovani sono tra quelli che vengono chiamati “i nuovi poveri”, soprattutto a causa della mancanza di un impiego. Se a questo si aggiungono difficoltà ulteriori, ecco che il quadro si fa ancora più intricato. Come nel caso di Sofia (il nome è di fantasia), trentenne proveniente da uno dei Comuni in cui “Corriere News” viene diffuso.

Da quanto tempo non lavori più o meno stabilmente? “Ho ottenuto una borsa work experience nel 2014, lavorando per sei mesi (attualmente è impegnata solo per 9 ore la settimana n.d.r). Questo comporta dover dipendere economicamente da alcuni familiari, che non sono i miei genitori”.

Sofia non è automunita, fattore che si rivela un limite durante la ricerca di un lavoro. “I miei familiari mi aiutano con cibo e bollette, al resto ci penso io”, dice.

Come sei riuscita ad andare avanti? “Mi arrangio svolgendo ripetizioni a 5 euro l'ora, per i ragazzi di elementari e medie”.

Quali materie? “Elementari tutte, per le medie inglese, francese e lettere”.

Che lavoro ti piacerebbe fare? “L'impiegata, ho un diploma da ragioniera e un po' di esperienza”.

In base alla tua esperienza, cosa pensi ti abbia limitato nel trovare un lavoro stabile, oltre alla mancanza di un'auto? “Non avere conoscenze”.

Ti sei rivolta ai servizi sociali del tuo Comune? Quali riscontri hai avuto? “Sì, ma non ho trovato, in realtà, delle vere risposte. Mi hanno detto che i miei genitori hanno l'obbligo di mantenermi. Mi hanno concesso una borsa lavoro e un sostegno per disabili per pochi euro al mese, lavoro 9 ore alla settimana”.

Sofia mi confida di che cifra si tratta, chiedendomi di non pubblicarla, mostrando pudore e dignità allo stesso tempo, come per ringraziare di quel “poco”, ma con la consapevolezza di aver bisogno di qualcosa di più per costruirsi un futuro. Usufruisce della legge 68/99 rivolta alle categorie protette. Chiunque volesse mettersi in contatto con Sofia, unicamente per scopi lavorativi, può farlo scrivendo all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. mettendo come oggetto dell'email “Sofia”.


Silvia Ilari



FERMANO, CONSERVATORE O INNOVATORE

Il Fermano di un tempo sembra esser in via di estinzione e la sfida è, oggi più che mai, quella di ricostruire la sua coscienza di luogo. In qual maniera? Riconoscendo le energie innovative, attivando le connessioni con altri mondi vitali di altri luoghi o di altri settori e creando una molteplicità di scambi che non siano meramente commerciali. “Conosciamo un Fermano – spiega Marco Marcatili, economista Nomisma – che negli ultimi cinque anni aveva trainato lo sviluppo dell'economia regionale, facendo volare l'esportazione nel mondo. Essendosi però fermato per un attimo il mondo, ci siamo fermati anche noi. Le esportazioni, pur denotando performance positive, sono rallentate dalla persistente debolezza degli scambi mondiali”.

Infatti, al primo semestre dell’anno, a livello territoriale si è registrata una diminuzione dell’export manifatturiero, a Fermo del 2,8% e a Macerata dello 0,6%, mentre è cresciuto ad Ancona dello 0,4%, a Pesaro-Urbino dell’1,7% e ad Ascoli Piceno del 6,9%. “E' comunque resistito lo zoccolo duro del manifatturiero che conferisce ancora una certa stabilità dal punto di vista economico”, prosegue l'economista. “Del resto il punto forte del Fermano è la sua capacità di fare che è a dir poco notevole. Nonostante ciò, tutto quello che ci sarebbe di potenziale attorno al settore calzaturiero è ancora inattuato: in molti pensano che le start-up nascano spontaneamente, ma in realtà il calzaturiero non nacque come un settore spontaneo”.

Molte sono state le attenzioni rivolte a sostenere nuove imprese e start-up innovative, ma la sfida dei passaggi generazionali è stata abbandonata e, ad oggi, solo il 10% delle imprese riesce ad arrivare alla terza generazione. “Il punto debole del Fermano sta nel fatto di non essersi ancora inserito nelle infrastrutture della conoscenza, le quali ci consentirebbero di fare quel salto di qualità. Oggi, a fare la differenza nello sviluppo dell'economia territoriale sono quelle aree particolarmente organizzate per sviluppare nuove infrastrutture territoriali, materiali e immateriali che concorrono allo sviluppo dell'economia come ad esempio l'inserimento nella rete universitaria. La nostra provincia è ancora molto lontana da questo tipo di interconnessione accademica. E' come se avessimo un Fermano capacissimo di stare nella tradizione, ma in grande difficoltà nello stare nell'innovazione".

"L'investitore o l'impresa - conclude Marcatili - trova vantaggioso insediarsi in un determinato territorio quando, in quest'ultimo, si innesca una rilevante domanda pubblica, ma per giungere a ciò occorre dar vita ad adeguate infrastrutture di territorio le quali sono inesistenti nella provincia fermana. La zona di Campiglione potrebbe rappresentare l'area franca poiché presenta situazioni logistiche, strutturali ed economiche favorevoli (fra cui la realizzazione di un nuovo ospedale e di nuove start-up). La zona in questione, vista da sempre come una discarica, potrebbe rivelarsi davvero un'area al servizio di tutto il settore calzaturiero, ma anche di quello alimentare, turistico, logistico e tecnologico”.

Federica Balestrini

Ultima modifica il Lunedì, 09 Gennaio 2017 12:06

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