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Effetto terra

"Terra terra..."

Di certo non intendevano questo i marinai di Colombo quando, avvistando l’America, gridarono “Terra! Terra!”. Oggi sono i giovani che con un passaparola molto più sommesso cercano di ritornare nei campi che le generazioni precedenti, malate di urbanesimo e di consumismo, avevano abbandonato quasi con sdegno. Ma tra i marinai scopritori dell’America e i giovani che vogliono ritornare a occuparsi della campagna un nesso comunque c’è: la terra dà sicurezza, certezza. Lavoro, tempo che passa, frutti del lavoro; quasi senza bisogno di spendere troppi soldi. La terra è Madre, più o meno buona ma è madre, provvede ai suoi figli se uno la sa capire e interpretare. Non ti lascia mai, a meno che uno non la abbandoni: ma lei rimane lì ad aspettare, sa che prima o poi da lei si ritornerà. E oggi che il mondo del denaro facile, dell’erudizione a fini di lucro, del lusso ostentato, si sgretola sotto i colpi di una crisi che altro non è che il venire a galla di un vuoto totale che sta dietro la rincorsa pura e semplice della ricchezza per la ricchezza, per molti ritornare alla semplicità della terra altro non è che un cercare un punto stabile per ricominciare a vivere secondo principi più semplici e sani. Ma l’uomo è l’uomo, e come si dice spesso: la strada dell’inferno è lastricata da buone intenzioni. L’ansia di fare di più, di migliorare, anche quando il rapporto è con la terra, quando si esagera i suoi guai li porta: e questi guai si chiamano dissesti idrogeologici, si chiamano modifiche genetiche alle colture o, peggio ancora, deforestazioni selvagge e desertificazione. Tutto come quando si litiga con una madre: lei reagisce cercando di salvare il salvabile, in modo che se serve sarà ancora pronta a dare; mentre il figlio si ostina a non capire e pensa che sia una punizione troppo dura, più o meno giusta come conseguenza di quello che ha combinato. E in questo amletico dilemma tra Terra Madre o Matrigna continua la secolare altalena tra lasciare la campagna e ritornarci.

Daniele Maiani



Quando la terra scende i
n acqua...

Il dissesto idrogeologico è l’insieme dei processi morfologici che hanno un’azione fortemente distruttiva in termini di degradazione del suolo. Ci siamo chiesti se il territorio riconducibile alla quinta provincia marchigiana presenti criticità e quali, eventualmente, siano stati gli interventi effettuati o programmati. Le ultime ire di Giove Pluvio – ad esempio – hanno fatto sì che importanti vie e carreggiate abbiano subito erosione ed in tal senso è dovuta intervenire direttamente l’ente Provincia di Fermo. Il Genio Civile, invece, ultimamente è intervenuto a salvaguardia dei corsi d’acqua. Questo tipo di interventi, in ogni caso, dipende dalla classificazione degli stessi fiumi (ad esempio, il fiume Ete Vivo è riconducibile alla categoria 4 e sta a significare che le opere di manutenzione ed idrauliche vengono realizzate – a norma di legge - dal Consorzio degli interessati e cioè i cosiddetti “frontisti”, ossia coloro che hanno proprietà sulle sponde. Sono interventi complessi, poiché si estendono su gran parte del corso dei fiumi, a completamento di opere ed interventi già realizzati: “Su queste aste – ci confida l’Ingegner Marco Trovarelli del Genio Civile di Fermo – l’intervento va progettato in maniera organica e cioè non solo dal punto di vista idraulico, ma anche ambientale. Ed è proprio con questo spirito che è stato elaborato un progetto, finanziato con fondi europei, che ha riguardato il tratto più urbanizzato sulla foce del fiume Aso, riguardante i Comuni di Pedaso, Campofilone, Altidona e, anche se per una piccola parte, Lapedona. Progetto che ha tenuto conto anche della riqualificazione fluviale. Adesso, stiamo cercando di estendere questa tipologia di progetto a tutte le aste, con lo stesso spirito e cercando di reperire i fondi specifici per intervenire su Ete Vivo, Ete Morto e Tenna”.

Uberto Frenquellucci

Il mondo agricolo e le "altre" macerie del territorio

I numeri sono importanti, certificano lo stato di un comparto economico e permettono ad enti ed associazioni di categoria di calibrare azioni mirate. Ma anche di fronte ad una crescita significativa come quella dell’agricoltura, con nuove imprese aperte da numerosi under 40 (“Il famoso passaggio generazionale, magari dal nonno al nipote saltando una generazione, qui c’è stato”), in questa prima metà del 2017 non si può far finta che dall’agosto 2016 si siano verificate situazioni a dir poco drammatiche. “Il terremoto ha cambiato tutto, soprattutto le scosse di fine ottobre” sottolinea Paolo Mazzoni, alla guida sia della Coldiretti Ascoli Fermo che di Terranostra Marche, associazione per l’agriturismo, l’ambiente e il territorio promossa dalla Coldiretti regionale. Mazzoni, una situazione tragica, che richiede risposte immediate. Quali sono le vostre esigenze prioritarie? “Quello di cui hanno bisogno le aziende è la liquidità. E hanno bisogno di aiuti e di esenzioni dalle tasse. Perché passata la fase di solidarietà, assolutamente straordinaria, dobbiamo andare oltre. E come si risolve? In parte con manovre come quelle che sono state fatte, ad esempio quella dell’anticipo della Pac, o con la misura straordinaria di 400 euro a capo bovino e 60 a capo ovino che, così almeno sembra, lo Stato pagherà entro aprile. Sull’agricolo tanti problemi non ce ne sono, ci sono però quelli che c’erano prima: il prezzo del grano, ad esempio, basso e non remunerativo. Difficoltà le hanno avute quelli che fanno la trasformazione, come il latte, con caseifici inagibili, oltre a frantoi e cantine. I dati in questo caso non sono tragici, voglio rimarcarlo, ma occorre intervenire subito.” A differenza di quelli degli agriturismo, realtà legate a doppio filo all’ambito agricolo. “Questo va messo in evidenza perché purtroppo anche quelli che sono agibili e sono fuori dal cratere registrano crolli di prenotazioni. Nei mesi scorsi abbiamo fatto un comunicato dove parlavamo di un meno 90%. E non si può neanche pensare di fare chissà quale operazione di marketing: la gente ha ancora paura e in questa fase bisogna solo resistere, almeno un anno, per poi ricominciare. Eppure negli anni passati avevamo avuto un aumento importante di presenze, anche legato agli attentati terroristici nelle principali città straniere. Purtroppo, la comunicazione del terremoto è stata Amatrice, Norcia e Marche, portando la gente a non comprendere le reali differenze.” Comunicazione e risorse devono però andare di pari passo, per gettare nuova luce su questi territori. “Assolutamente sì, non possiamo farne a meno. Però ci sono cose che al di là del terremoto non hanno funzionato e non funzionano ancora. Penso al Piano di Sviluppo Rurale, che non è stato centrato completamente, con tante domande e pochi soldi, con errori di programmazione e scelte politiche sbagliate. E in questo siamo rimasti soli a raccontare la verità. Tornando al sisma, l’evidenza non si può negare: i ritardi accumulati in 6 mesi sono troppi e non è possibile che ogni volta che accade un terremoto non ci sia un protocollo valido, che si torni a discutere e a cambiare meccanismi e persone. Terremoto che ha anche ritardato l’uscita dei bandi dello stesso Piano di Sviluppo Rurale e così anche chi non era nel cratere ha subito un grave danno indiretto: voleva fare l’investimento ma il bando non c’era! Occorre una riflessione seria, per poi agire immediatamente, altrimenti quei dati subiranno una drammatica inversione di tendenza.”

Andrea Braconi

L'agricoltura sociale, tra nuovo welfare e strumento di rilancio

“L’agricoltura sociale è un insieme di esperienze di resistenza territoriale, un modo per dare sostanza alla nostra Costituzione, dove ciascuno di noi si prende un pezzo di responsabilità partendo dalla terra e dal suo forte valore curativo e riabilitativo. I ragazzi migliorano, trovano un senso di vita, si sentono parte di una comunità: insomma, è un’idea di un’umanità che si ritrova nei valori della condivisione”. All’interno del Forum Nazionale Agricoltura Sociale, Ilaria Signoriello ricopre il ruolo di portavoce. E gira il Paese, sin da quel 2011, l’anno che segna il punto di partenza di un’esperienza in costante crescita: dopo Marche, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Emilia Romagna, Calabria, Puglia, Basilicata, Lazio e Campania, il Forum, infatti, è in fase di formazione anche in Toscana. “Il Forum nasce intorno ad una carta dei principi e soprattutto nasce per aggregare - ci spiega Signoriello -. Mancava uno spazio per far dialogare realtà che si erano riconosciute nell’inclusione sociale attraverso l’agricoltura, realtà del mondo agricolo, sociale, della formazione e del lavoro. L’agricoltura sociale, inquadrata nella legge 141 del 2015, è un fenomeno nato dal basso e la cosa innovativa è stata proprio mettere insieme tutte queste realtà”. E innovativo è anche l’approccio nei confronti della terra. “La capacità dell’agricoltura sociale è quella di diventare economia reale e anche di adattarsi ai bisogni che emergono, come ad esempio l’importante lavoro che si sta facendo con gli Sprar per l’inserimento di richiedenti asilo”. E se da un lato la tendenza è quella di abbattere ogni forma di confine (“Siamo arrivati a promuovere la rete europea dell’agricoltura sociale”), dall’altro vivere e stimolare i territori rimanere un punto fermo dell’azione del Forum. “É da qui, da questa idea di un laboratorio che continua ad allargarsi e che mette insieme progetti straordinari, che siamo arrivati a conoscere la fattoria sociale di Montepacini di Fermo, dove il prossimo 17 giugno terremo la nostra festa nazionale alla presenza del vice ministro Andrea Olivero. Tutte le realtà del Forum Nazionale saranno presenti e la nostra è una scelta legata soprattutto al terremoto: vorremmo, infatti, approfondire il ruolo che l’agricoltura sociale può avere nel ridisegnare questi territori e lo stesso comparto agricolo. Questo incontro può rappresentare anche un modo di ricostruzione della comunità. Ci saranno dei focus di approfondimento, un mercatino delle aziende da tutta Italia e una parte di festa con musica e degustazioni”. Conclude ritornando al principio, Ilaria Signoriello, a quella necessità di preservare l’agricoltura sociale perché oggi, con ancora più forza, “rappresenta un modello nuovo di welfare e di rilancio del mondo agricolo, con prodotti di qualità e al tempo stesso di qualità umana”.

Andrea Braconi

La Valdaso e il rischio idrogeologico

Il dissesto idrogeologico è ormai entrato a far parte della dialettica quotidiana. Del rischio idrogeologico ne abbiamo parlato con Giuliana Porrà, agronoma e vice Sindaco di Altidona, relativamente alla Valle dell’Aso, dove si sono susseguiti diversi eventi alluvionali dal 2013 al 2015, tra i quali la piena che fece crollare il ponte di Rubbianello. Due i progetti attivati, il primo parte dalla foce dell’Aso per le aree a rischio R4 (legate al rischio per le persone nelle zone di Pedaso e Marina di Altidona), il secondo è un progetto per individuare le criticità legate all’erosione spondale che va dalla foce fino a Villa Pera (prima di Comunanza) e si è dedicato alle rilevazioni di tutte le traverse presenti (condotte dell’Enel) in prossimità delle quali viene imprigionato il materiale trasportato dalle acque e alterato il dinamismo normale del fiume. Alla fase di analisi è seguita quella progettuale e dal progetto presentato in Regione per l’ottenimento di finanziamenti con i fondi Fesr (mentre in parallelo veniva avviato il contratto di fiume) sono stati assegnati 700 mila euro per il rischio idrogeologico, per la foce dell’Aso. Stando agli esperti, a differenza di altri corsi d’acqua, l’Aso rimane quasi sempre nell’alveo ma la problematica più importante è quella dell’erosione spondale. In occasione di eventi di piena aumenta la portata del corso d’acqua e quindi la velocità dell’acqua, se il fiume trova un ostacolo da un lato poi “mangia” dal lato opposto. Il corso del fiume Aso ha questo aspetto sinuoso, a forma di serpente, dato dal fatto che mangia a destra poi c’è uno spazio, poi va a sinistra. Con gli eventi straordinari, il fiume ha divagato portando via pezzi di terreno ingenti e cambiando la dinamica fluviale, per cui il corso d’acqua sta cercando da solo un nuovo equilibrio. “Sul rischio idrogeologico ci stiamo attivando, con il contratto di fiume e con la firma del manifesto d’intenti da parte di 13 comuni avvenuta il 28 febbraio 2016, un buon esempio di programmazione partecipata - ha spiegato Porrà- ormai andiamo in crisi anche con piogge piuttosto ordinarie, è il sistema che non regge più. Si parla tanto del corso d’acqua ma il rischio idrogeologico parte dal versante e comprende tutti i corsi d’acqua del bacino idrografico che va guardato nel suo insieme”. Il fiume è il ricettore finale di tutta l’acqua che cade dal versante in poi, se nei fossi l’acqua cade veloce è un problema, anche le lavorazioni al terreno devono essere fatte per filtrare l’acqua in profondità, tenendo conto che un terreno inerbito trattiene di più l’acqua. “Occorre aumentare la capacità di ritenzione del territorio, oramai piove poco e l’acqua si concentra sul corso d’acqua ma bisogna fare in modo che il versante stesso abbia capacità di ritenzione in maniera tale che il tempo di corrivazione sia il più lungo possibile” afferma Giuliana Porrà. Con tempo di corrivazione, s’intende il tempo che impiega la goccia d’acqua che cade nel punto più alto a raggiungere il corso d’acqua: minore è il tempo di corrivazione, meno tempo ci mette a raggiungere il corso d’acqua, e più il corso d’acqua stesso s’ingrossa e c’è l’evento di piena, questo perché gli ostacoli che la goccia d’acqua incontra e che dovrebbero rallentare la sua corsa attualmente sono pochi (siepi, i filari, colture). “Il mondo dell’agronomia - ha infine concluso - può fare tantissimo per contrastare questa problematica. Oggigiorno sembra che gli strumenti siano solo appannaggio dei geologi ma in realtà non è così, perché la prevenzione va curata dagli agricoltori che sono poi i gestori del territorio”.

Serena Murri

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