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Una significativa esperienza degli anni ‘70
Metà Anni Settanta, anni di piombo. L’Italia pullulava di fermenti extraparlamentari e Fermo anche. Tutta roba lecita, comunque, sia pur con qualche intolleranza: si trattava soprattutto di ardori giovanili che esercitavano la politica in modo fortemente critico verso l’apparato istituzionale, sinistra compresa. E la voce di questi fermenti erano le calate in piazza, i volantini, i tazebao. Ma non bastavano più, occorreva qualcosa di più efficace. E durante una notte di aprile del 1976, l’idea: perché non facciamo una Radio? Detto e fatto, ma serviva un nome, e il buon vecchio Mao Tze Tung venne in soccorso: suo il concetto del rapporto indiviso tra città e campagna, dunque si chiamò Radio Città Campagna. Gli sparuti fondatori man mano diventarono un folto gruppo e, tra questi, Claudio “Bibi” Iacopini, che ricorda per noi quell’epopea: “Si veniva da esperienze extraparlamentari, Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia, poi ci allargammo alla sinistra tradizionale che però è rimasta sempre alla porta, un po’ defilata”. E oggi la sinistra fermana si rende forse conto di aver perso un grande treno. Perché si partì terra terra, in via Sabbioni, dietro l’arco dell’orologio, con un vecchio trasmettitore dell’Industriale che trasmetteva praticamente da Piazza a... Piazza.
I soldi? Poca roba: un piccolo investimento, autofinanziamento e debiti. Ma fu subito chiaro che si poteva crescere e si crebbe: la Radio fu un momento di aggregazione incredibile e calamitò movimenti studenteschi e associazioni culturali. Ma come si faceva a “fare radio”? All’inizio, ricorda Bibi, improvvisazione pura: si teneva aperto il microfono e si facevano le notti magari con Tritone che mangiava la mortadella mentre andava un disco dei Pink Floyd e si discuteva del più e del meno. La svolta storica ci fu quando fu possibile il collegamento via telefono: nacque il rapporto diretto con l’ascoltatore. Ma il salto di qualità avvenne quando si passò dall’improvvisazione all’organizzazione: ci si è inventato di tutto, da chi andava al mercato col microfono nascosto nella borsa e faceva parlare le donne, fino a coordinare tutta una settimana con un palinsesto vero e proprio. “Ma la cosa più importante per noi, continua Bibi, era dare informazione: non la lettura del giornale, ma alzarsi alle sei, prendere i giornali, riscrivere gli articoli, estrapolare l’argomento del giorno e alle 10,30 trasmettere. Tra gli argomenti più eclatanti del tempo, il rapimento di Botticelli e la scissione tra extraparlamentari e sinistra storica: notti e notti di dibattiti... Avevamo un enorme libro di pagine bianche e chi entrava scriveva qualcosa: oggi rappresenta la storia di quella esperienza. E poi innamoramenti, fidanzamenti, crisi... Fummo noi ad inventare i consigli comunali in diretta. Insomma, la radio crebbe tanto da aggregare in una settimana fino a circa 230 persone. E poi si promuovevano iniziative importanti, soprattutto grandi concerti: memorabile Guccini in piazza, e poi Bertoli, Finardi...”.
Poi, piano piano, la crisi: il volontariato cala, e se non hai la capacità di fare il salto e diventare professionale la gente va a cercare la propria strada da altre parti, non si può lavorare gratis e solo per pagare le banche. E l’8 giugno 1984 Radio Città Campagna chiude, anzi, si spegne. Ma ne è valsa la pena, Bibi ne è certo, ricordando quella incredibile frequenza dove magari la musica soft conviveva con i proclami delle compagne femministe.
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