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  Venerdì, 09 Gennaio 2004

Pasqua

- Un viaggio nella memoria e nei sentimenti

Tra spiritualità e tradizione

Loredana Tomassini



Imperversa questa incerta primavera, così diversa dalle primavere d'altri tempi, e ci precipita verso la Pasqua, così diversa dalle Pasque d'altri tempi. Eppure, sempre capace di coinvolgere i sentimenti, sempre capace di comunicare un senso profondo di resurrezione. Così come l'inverno si redime, attraverso lo sporadico tepore d'una primavera ormai inoltrata, seppur spruzzata di neve. Nevi d'aprile: i nostri vecchi le contavano sulla punta delle dita, come le guerre. Ora la guerra è un fatto stabile, al mondo, e chissà che anche la neve d'aprile non ne sia l'effetto.
Ma la Pasqua è qui, dietro l'angolo, a raccontare di una morte redentrice e di una resurrezione. Una volta era annunciata da una Quaresima fatta davvero di rinunce, del digiuno stretto e devoto del venerdì patriarcale delle cucine, con la sardella appesa al trave ad impregnarsi del fumo dell'arola. Era impensabile trasgredire. Oggi la spiritualità s'è attenuata, la coscienza s'è fatta elastica, il consumismo impazza, e di sardelle manco a parlarne.
Ma la Pasqua è sempre qui, dietro l'angolo e, volenti o nolenti, qualche vibrazione profonda continua a suscitarla. A testimoniarlo, questa voglia di recuperare tradizioni, riti antichi e misteriosi, che si sovrappongono a riti ancor più antichi e pagani: la morte apparente dell'inverno che risorge nella primavera, trasfigurata nella morte apparente e nella Resurrezione del figlio di Dio incarnato. Riti e tradizioni, si diceva: tanti, forse troppi, forse meno spirituali e più turistici. Ma ben vengano: ciascuno, aldilà dell'aspetto consumistico, ne coglierà con gradazioni diverse anche la valenza spirituale.
Una volta erano poveri riti, improvvisati con pochi mezzi, fondati su una spiritualità sentita, espressa forse con ingenuità, ma per questo ancor più commovente. Poveri Cristi Morti di gente di paese, che si sentiva investita di una responsabilità vissuta sempre con il timore di non esserne degni. Insomma, non c'era la gara ad accaparrarsi il ruolo del protagonista. Né c'era, tutto intorno, l'odore della porchetta a sovrastare quello dell'incenso. C'erano, invece, una devozione innata, un desiderio di espiazione e di redenzione, un chiedere perdono per i propri peccati, una gratitudine profonda nei confronti dell'Immolato, un'attesa di grazie, un brulicare di preghiere biascicate nel tenero latino sgrammaticato, nel tenero e duro dialetto dell'antica gente della Marca.
E i silenzi: quello delle campane legate, rotto solo dal secco suono della "grannola", che scandiva nelle chiese e nelle strade i ritmi della preghiera. La grannola: strumento antico, tenero e desueto, dal secco suono di grandine, che percuoteva gli animi, suscitava la riflessione, rammentava il Mistero. E dopo il silenzio, vissuto anche come punizione e mortificazione, esplodeva la festa, il tripudio della Domenica di Pasqua. Il rito solenne in chiesa segnava anche il sollievo delle coscienze che, bene o male, sentivano di aver espiato: l'inferno si allontanava, il purgatorio si faceva più corto, il paradiso sembrava più a portata di mano.
Ecco: tutto questo era la Pasqua, l'altro ieri. Oggi è più tenebrosa, densa di fumi di guerra, e dunque più che mai depositaria di speranza, di pace, di resurrezione. Perché non provare a viverla così? Andiamo pure alle Sacre Rappresentazioni che sono rifiorite un po' ovunque, cercando però di viverle come tali, e non come semplici rievocazioni storiche o vuote tradizioni. E portiamo i bambini: che sappiano che la Pasqua non è solo un uovo di cioccolata, con sorpresa di plastica.






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