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  Venerdì, 09 Gennaio 2004

Un Natale bambino

- Alla riscoperta di antiche suggestioni e di spiritualità perdute
Loredana Tomassini



Inutile, non posso scrivere del Natale accademicamente: Natale è Incarnazione, e dunque è carne, sangue, vita vissuta. O, almeno, lo era: una consapevolezza innata, istintiva, assoluta che ti portava a viverlo così, e nient’altro che così. Così come? Come me lo ricordo io. E dunque, non posso che parlare del Natale come lo ricordo io, quello di casa mia.
Fermo. Via Grassi. La piazza in cima al vicolo. Il forno sotto la piazza. Lo spiazzo sotto casa. Casa e spiazzo sotto la neve. Fuori casa, Natale. Dentro casa, Natale. Tutto il mondo, Natale. Così, me lo ricordo. E mi sembrava che così fosse, per tutti. Natale non era una festa, ma un’atmosfera, una dimensione dell’anima che ti piombava addosso ai primi di dicembre: tu, bambino, che già eri buono tutto l’anno, ti sentivi tenuto ad esserlo di più, e non solo per i regali del Bambino Gesù. Lo facevi proprio per assomigliare a lui, al Bambino Gesù. Ci credevi. Che arma formidabile di ricatto per una madre di famiglia patriarcale, marescialla di ferro, come la mia: cinque figli variamente selvatici da addomesticare tutto l’anno, che grazie al Natale era possibile trasformare in cinque agnellini. Difficile resistere alla tentazione di usare il Natale a fini personali. Ma noi glielo lasciavamo fare volentieri. E volentieri ci sottoponevamo al liberatorio “auto da fè” della letterina: meravigliosi foglietti istoriati d’oro e di trine su cui riversare, dopo infinite brutte copie, i nostri teneri peccati di figli e i nostri buoni proponimenti per l’avvenire.
La stesura della letterina era un’operazione segreta, condotta da noi figli in un clima da cospiratori. Il giorno di Natale, a pranzo, la nascondevamo dentro il tovagliolo di babbo. Il quale, con tenera perfidia, per un po’ fingeva di non accorgersene, poi fingeva sorpresa, poi la leggeva ad alta voce, poi ci rabbuffava circa la serietà dei nostri propositi. E poi, momento clou, poneva mano al portafogli per la mancia: poche lire, suddivise equamente in base all’età, ma che a noi parevano un tesoro.
Un capitolo a parte, quasi un’epopea a casa mia, era quello dell’allestimento del presepe: del tutto commisurato alla straripante personalità materna. Non una striminzita esposizione prefabbricata, ma una ricostruzione minuziosa e fedele, un apparato gigante che prendeva un’intera stanza, una installazione, un allestimento, come si direbbe adesso. Man mano che i giorni passavano e che la costruzione progrediva seguendo l’estro creativo, ogni mobile, suppellettile, sedia, materasso cuscino veniva fagocitato dal presepe, tutto veniva utilizzato a sostegno di paesaggi improbabili e suggestivi: nascevano montagne di carta roccia da cui si precipitavano cascate di stagnola, tra gole e crepacci innevati che si aprivano in laghi lunari. E poi colonne granitiche, pinnacoli che si stagliavano su una volta di cielo stellato, anacronistici minareti contro l’orizzonte. E a noi bambini pareva di assistere all’atto della Creazione: chissà se anche Dio il mondo l’ha costruito così! E ci sentivamo onorati di recitare la parte di comprimari: venivamo sguinzagliati lungo le mura a caccia di “vellutello”, ossia di muschio; lungo le strade brecciate a fare incetta di sassolini, nelle campagne circostanti a depredare rami che potessero fungere da alberi. E tutto trovava il suo posto, tutto si trasfigurava nel favoloso paesaggio del presepe. Alla fine, si collocavano le statuine: la Sacra Famiglia nella grotta, col bue e l’asinello, e poi gli angeli che cantavano dalla “Gloria” di carta velina rosa e celeste, e poi i pastori, i viandanti, e via via si popolavano villaggi vicini e lontani. Gesù Bambino riposava sulla paglia coperto da un drappo che veniva tolto solo la notte di Natale, al rientro dalla Messa di S. Martino. Mentre Magi e cammelli arrivavano davanti alla grotta la sera della Befana, dopo un lungo viaggio partito dal più lontano orizzonte del presepe.
E proprio davanti al presepe, la mattina di Natale, c’era lo “scartapacchi”: operazione deliziosa, lungamente sognata, che risarciva lo sforzo fatto per essere “buoni”. Poche cose, quasi tutte utili, quasi sempre vestiario, ma se non altro erano cose nuove, e non riciclate da un figlio all’altro, voltate e rivoltate, accorciate, allungate. Ma un giocattolo non mancava mai, uno per i maschi e uno per le femmine, da giocarci insieme: e anche questa era scuola di vita. Dopo il rito dei doni, la mattina precipitava verso un mondo di delizie gastronomiche: cappelletti in brodo di cappone, lesso, fritto misto, panettone, torrone, pistringo. E di ogni cosa si faceva una parte da recapitare alla vicina sola e malata: e anche questa era scuola di vita. E intorno al tavolo tutta la famiglia, allargata a parenti ed amici. Poi, via la tovaglia e fuori la tombola e le carte, fino a sera, fino al commiato.
Finiva il giorno di Natale, ma non finiva il Natale: quello continuavi a portartelo dentro, e non solo per il periodo delle feste. Te lo portavi dentro come la consapevolezza di un’appartenenza, di una condotta di vita che il Natale aveva solo provveduto a ravvivare a livello di coscienza, ma che ti avrebbe seguito e sostenuto per tutti i giorni dell’anno. Fino al prossimo Natale. Così era, il Natale che mi ricordo io, il mio Natale bambino. Così, dovrebbe essere.






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