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  Giovedì, 04 Dicembre 2003

All'ombra dei cipressi e dentro l'urne...

- La commemorazione dei defunti
Loredana Tomassini



Novembre: li Santi lu mette e S. Andrè lu caccia-diceva un vecchio detto contadino. E in effetti, questo mese era scandito dal calendario delle festività religiose, specie la prima metà. E cominciava alla grande, addirittura con la festa di Ognissanti. E tutti i Santi venivano adeguatamente festeggiati, dalla più piccola chiesa rurale alle basiliche metropolitane. Gli altari si affollavano di effigi, busti, statue e reliquie, e di ogni Santo si rammentavano vita, opere e miracoli. Nelle campagne, la devozione forniva lo spunto anche alla festa profana: ci si recava in pellegrinaggio a qualche chiesetta rurale e, ottemperata l'osservanza religiosa, ci si soffermava sui prati adiacenti a merendare con castagne e vino. Era l'ultima innocente intemperanza prima della ricorrenza del giorno dopo, che richiedeva un atteggiamento più compunto: la commemorazione dei defunti.
Ma per noi bambini, già oberati da un mese di scuola, era la festa dei morti. E, per chi la morte la sentiva come un fatto estraneo, appena come un brivido inconsapevole ai bordi della coscienza, era una festa anche la visita al cimitero. Mentre gli adulti si affaccendavano a ripulire le tombe dei loro cari e ad agghindarle con le corolle aspre e opulente dei crisantemi, a noi bambini piaceva avventurarci alla scoperta di quel luogo misterioso, che intuivamo essere una sorta di dogana, di passaggio tra una realtà e un'altra, tra il noto e l'ignoto, tra la carne e lo spirito. Per questo, per un timoroso rispetto, nonostante l'incoscienza, stavamo ben attenti a non calpestare neppure un lembo di quelle tombe sterrate, di quei tumuli che celavano ai nostri occhi, ma non alla nostra sovreccitata immaginazione, cumuli di deliziosi orrori. Gli stessi che ricorrevano nelle favole che, di sera, venivano raccontate nelle stalle o attorno all'arola di città dai nostri vecchi, con innocente sadismo: morti che tornano a visitare i vivi, a chiedere preghiere, a reclamare giustizia, a vendicarsi. E, di tomba in tomba, riviveva ogni anno l'epopea delle grandi famiglie patriarcali: quello dai baffoni ritorti e dallo sguardo truce era il bisnonno, tremendo, un vero orco, requiemeternam-. quella lì era una prozia, viso di bimba e sguardo da cerbiatta ferita, morta di parto, requiemeternam"quelli erano i figlioletti di un'altra prozia, tutti nati vivi e morti appena nati, requiemeternam"Di tomba in tomba, di preghiera in preghiera, biascicata in latino stentato, ci si avviava verso l'imbrunire, quando i lumini accesi prendono vigore dalle ombre incalzanti: e allora ci si affrettava verso i cancelli, timorosi che si chiudessero anzitempo, imprigionando noi vivi tra le anime in pena. A casa, appena entrati, ci coglieva come un senso di irrealtà: dalla penombra tremolavano esili le fiammelle che avevamo appena lasciato"Perché, un tempo, per la ricorrenza dei morti si usava tirar fuori tutti i "santini" dei familiari defunti e disporli in fila sui ripiani delle credenze, sulla mensola del camino, ovunque, con lumini accesi davanti. Facce e facce, ritratte da vive, ma che il seppia della stampa rendeva inequivocabilmente morte, sguardi che ti seguivano implacabili, fiammelle che a tratti vacillavano come per aliti misteriosi: e per noi bambini erano brividi terribili e deliziosi"Come deliziosi ci parevano i dolci tipici di questa ricorrenza: le dure, granitiche e crocchianti fave dei morti, su cui arrotavamo i denti. A volte ci veniva consentito un goccio di vino cotto in cui tentar di ammollarle, e allora il rituale si tingeva di iniziazione.
Il quattro novembre, ancora festa nazionale, questa volta civile, e poi, dal giorno cinque, nei campi riprendeva il lavoro, fedeli al detto "Tutti i Santi, le scale pe' li campi": si apriva il capitolo della potatura, che serviva sia a un accorto sviluppo delle piante che a riempire di fascine la legnaia. E a benedire la fatica arrivava, immancabile, l'estate di S. Martino: dieci giorni di cielo azzurro pallido e terso, di sole caldo che rintuzzava l'aria frizzantina dell'autunno inoltrato. E a santificare il tutto, arrivava anche il vino novello, poiché "de S. Martì, ogni mosto deventa vì". Non a caso, questo santo viene ritenuto il patrono degli ubriaconi! Ma attenzione: si tratta di S. Martino Vescovo, la cui ricorrenza cade l'11 di novembre. Il protettore dei cornuti è S. Martino I° Papa, detto "S. Martì de le donne", e si deve festeggiare (ammesso che piaccia farlo-!) il giorno successivo, il 12 di novembre. Insomma, due santi che, nell'immaginario popolare, si sono visti appioppare due belle categorie di protetti! A dimostrazione del fatto che, nell'ingenua fede di una volta, per tutti c'era un santo in Paradiso.






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