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Ore otto meno dieci: il Caos. Una marea montante di umanità a quattro ruote che arranca, asfissia, alterca, si contende centimetro su centimetro il varco nelle strette vie del centro. Perché i pargoli vanno scaricati proprio davanti al portone di scuola, possibilmente dentro. E la giornata inizia già storta, con l’umore lacerato dai clacson. Parliamo di Fermo, ma potrebbe essere ovunque. Ma a Fermo fa più effetto, con le facciate attonite degli antichi palazzi abituati per secoli ad altre atmosfere, altri ritmi. Chi, di noi più attempati, non li ricorda con nostalgia? E mica è passato tanto tempo, anche se “fa brutto” dover parlare in termini di secolo scorso.
Dunque, a metà del secolo scorso, nei primi anni Cinquanta, il tempo della scuola era scandito da due suoni. La sirena dell’Istituto Industriale Montani suonava alle sette e quaranta e, per migliaia di ragazzi provenienti da tutta Italia, era il presagio della vita futura: dalla scuola alla fabbrica. Poi, alle otto e venticinque, suonava “lu Campano’ der Dòmo”, il campanone del Duomo: e per le strade del centro sciamavano i grembiuli neri d’ordinanza, incalzati dagli implacabili rintocchi. Allora la scuola cominciava il primo di ottobre, e trascinava con sé ancora qualche residuo caldo d’estate e tutto l’oro degli autunni di allora. Niente macchine ad ingorgare le strette strade del centro, allora si pedalava a piedi, e ci si abituava ad andare da soli da casa a scuola, fin da piccoli. Il fiume in piena si precipitava lungo Via Perpenti e i suoi affluenti laterali: per raggiungere la Scuola Betti, a S. Francesco, che ospitava le Elementari e le Medie, oppure deviava in Via Leopardi per raggiungere il Liceo Classico e l’adiacente Istituto di Ragioneria e Geometri. Tutto gravitava attorno alla Piazza: il Convitto Sacconi e il Collegio Fontevecchia riversavano nelle strade drappelli di studenti di ogni età, che vivevano il tragitto come l’ora d’aria tra una prigione e un’altra. Meno fortunati gli Artigianelli, dotati di scuola interna. Un po’ più giù, intorno a Piazzetta, stesso esodo per i convittori del Montani e quelli dell’“Avviamento”. Prima che la campanella suonasse, però, c’era il rito della pizzetta per l’intervallo. Per gli studenti del centro, la scelta era tra gli storici forni di Testoni e quello di Fiore: una famiglia patriarcale nel primo, una coppia rosea e burrosa nel secondo. Fioccavano gli spiccioli sui banconi: dieci, quindici lire per la delizia delle dieci e mezza. Poi, di colpo, il silenzio: le strade si vuotavano all’unisono, i grandi portoni si chiudevano e nelle aule cominciava la tortura. Perché il piacere di apprendere era mitigato da una serie di contingenze decisamente dure. I banchi, innanzitutto: strutture ostili alle anatomie delicate dei bambini, angusti e spigolosi, su cui era difficile restare appollaiati. E poi, le penne, le famigerate “cannucce”, i pennini e, su tutto, il calamaio in agguato. Era la saga della macchia, sui quaderni e sulle dita, delle gocce traditrici arginate affannosamente dalla carta assorbente, dei pennini spuntati, dei buchi sui fogli gialli di quei funerei quaderni con la copertina nera. Cui si intonava il violetto velenoso lasciato sulle lingue dalla matita copiativa.
E guai se volava una mosca, la ritorsione era immediata. A parte qualche ottocentesco e littorio residuo di bacchettate sulle dita, c’erano le posizioni punitive: mani in seconda, mani dietro la schiena, mani sul banco, mani in alto. I “somari”, invece, venivano deportati dietro la lavagna. E l’umiliazione bruciava più delle bacchettate. Le classi erano rigorosamente divise da una ancora imperante fobia sessuale: maschi da una parte e femmine dall’altra. Come pure l’impostazione di studio era diversa: le femminucce allevate come future casalinghe e dunque rese edotte sull’economia domestica, e i maschietti allenati a smartellare in vista del maschio lavoro che li attendeva da grandi. A pensarci adesso, roba da far simpatizzare col femminismo più bieco. Ma allora il femminismo era di là da venire, e la scuola ricalcava più o meno fedelmente la mentalità di quel mondo, ancora rintronato dalla guerra e che si apprestava a precipitarsi nella ricostruzione e nel boom industriale. E, di colpo, tutto ha cominciato a muoversi veloce, sempre più veloce: le innovazioni, i ritmi produttivi, i bisogni veri sostituiti dai falsi, la nuova cultura a distruggere in massa la vecchia, i nuovi valori a sbeffeggiare i vecchi. Ma ogni rivoluzione si comporta così, e quella degli anni Sessanta non ha fatto eccezioni. E, del resto, non poteva essere altrimenti, per certi versi: corsi e ricorsi storici per traghettare il mondo alla fase successiva, sull’onda del progresso.
E anche la scuola ha cavalcato l’onda, sebbene ora, a giudicare dall’attuale bagarre sulla riforma, pare navigare su un mare in tempesta. E verrebbe da dire che forse era meglio quando era peggio: quando c’era meno fervore pedagogico asservito alla politica, quando c’erano meno idee, però più chiare, quando i ruoli erano definiti. Per carità, nessuna nostalgia, ma a noi scolari del secolo scorso pare che siamo cresciuti meglio senza troppe chiacchiere. Anche se ora ci siamo “imbastarditi”, e pure noi ogni mattina ci consegniamo al traffico per scaricare i pargoli davanti al portone di scuola. La nostra scuola d’un tempo, magari. E, per un attimo, l’inquadratura sfuma nel flash back. Via il frastuono, via i miasmi degli scappamenti, monta l’onda di suoni e profumi lontani: lo scalpiccìo dei passi che si affrettano, i richiami, la campanella, l’odore penetrante dei quaderni, dei libri, della cartella di cuoio o di cartone. Odore di scuola. Ebbene, sì: che nostalgia…
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