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Terminata la grande fatica della mietitura, il popolo della terra di qualche decennio fa si apprestava all'altro grande rito corale e tribale della battitura del grano. E la trebbiatura portava con se almeno due grandi aspettative: la prima riguardava la ricchezza del raccolto, la consistenza dei chicchi dorati da riversare nei granai. La seconda era squisitamente di relazioni: ragazzotti e forosette, che già si erano adocchiati nel corso della mietitura, approfittavano di quest'altra grande occasione d'incontro per stringere i rapporti, per instaurare legami, per consolidare promesse. Insomma, la trebbiatura era la festa pronuba per eccellenza. A fare da colonna sonora, questa volta, non più i canti allusivi e maliziosi, ma il fracasso assordante della macchina trebbiatrice: mostro sferragliante che si spostava di aia in aia, che ingoiava con bocca vorace i covoni di cui una fila paziente di carri trainati da buoi provvedeva a rifornirla. Su tutto, la figura dominante, misteriosa, sciamanica, del manovratore: quasi uno stregone, agli occhi ingenui del contado, il padrone di un potere capace di trasformare in un attimo sterminate quantità di spighe in un rivolo d'oro di grano, in mucchi di paglia e nugoli di pula polverosa. I bambini, soprattutto, ne subivano il fascino: guardavano alla grande macchina con timore reverenziale, chiedendosi quale magia dovesse avvenire nel suo ventre, tale da restituire in rigorosa e ordinata suddivisione ciò che un attimo prima era unito e disordinato. Per loro, in particolare, la trebbiatura era la festa per eccellenza e, più che il grano, era la paglia il vero tesoro: man mano che il mucchio saliva attorno ai pali, i pagliai si trasformavano in scivoli, montagne russe sempre più alte dalle quali precipitarsi ogni volta con un brivido in più. A ristorare la fatica degli uomini, a placare la sete, c'era il via vai delle donne, che recavano instancabili le brocche di vinello bianco, fresco di grotta o di cantina: gorgogliava dapprima nei piccoli bicchieri di vetro e poi nelle gole, riarse dalla canicola di un sole implacabile e dalla pula. Quando la fame chiamava, poi, un tripudio di oca, animale sacrificale e sacrificato al dio del grano: in umido, con le tagliatelle, arrosto, con contorni di patate o insalatina fresca. E si doveva far onore alla fatica delle vergare, con pantagruelico appetito.
A sollecitare i commensali, la ferma premura delle donne, una premura che le ragazze da marito rivolgevano con una intenzione in più all'oggetto dei propri desideri: giochi di sguardi, timidi approcci mascherati da sfrontata malizia, allusioni e apprezzamenti più o meno scoperti che valevano già una mezza promessa. Da confermarsi poi nelle feste che, di lì a poco, sarebbero seguite: quella dei covoni o quella delle canestrelle. Ancora una volta si trattava della trasformazione cristiana delle antiche e pagane solennità agresti. Aboliti gli dei, la festa era dedicata alla Madonna, alla quale ciascuna famiglia contadina offriva in dono carri di spighe o, appunto, canestrelle di grano recate in capo dalle ragazze. E al suono dei violini e degli organetti, vorticavano le gonne colorate dei costumi, saettavano gli sguardi tra innamorati, si consolidavano le promesse, si tendevano trappole d'amore, come ben esprime il detto: "Co' lo fa li ziri ziri, se 'cchiappa l'omu a forza de raggiri". Ma è anche vero che l'uomo si lasciava accalappiare volentieri. Un detto contadino, dunque, che la dice lunga circa la valenza sociale che un tempo avevano la trebbiatura e i festeggiamenti che la seguivano. La festa era davvero solenne: iniziava all'alba con le campane a festa che chiamavano alla messa cantata; nel pomeriggio, la processione con l'immagine della Vergine; poi la corsa dei cavalli, magari anche il lancio di un globo aerostatico, e il concerto della banda; per culminare, infine, a notte fonda, con gli immancabili fuochi d'artificio. Poi, con residua e irrefrenabile allegria, il popolo della terra sciamava lungo le polverose strade del ritorno, per le campagne irte di stoppie luccicanti sotto la luna. Lungo il percorso, a piedi e sui carri, il vocìo pian piano scemava, lasciava il posto a una soddisfatta stanchezza. Terminata la festa santa del pane, il pensiero volava alle fatiche prossime, all'aratura dei campi e alla successiva quiete di una lunga estate. Fino al prossimo incontro corale, fatto di fatica e di festa: quando il trionfo dei grappoli sulle viti nodose avrebbe richiamato tutti a celebrare la festa santa del vino.
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