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Giugno è forse il mese dell'anno in cui maggiormente al tripudio della natura in festa fa riscontro il tripudio delle feste religiose. E un tempo, che pare lontano e invece è recente, le due cose trovavano una totale identità, anche se venata dall'innato e allegro paganesimo delle popolazioni rurali. Le quali, oggi, non esistono più: inghiottite dalle fabbriche, fagocitate dalla rivoluzione industriale che ha rivoluzionato anche il lavoro dei campi. E di per sé, non sarebbe un male, e comunque era inevitabile che accadesse. Peccato, però, che il prezzo da pagare al progresso sia stato quello della scomparsa totale di un'antica cultura, quella contadina, che davvero ha fatto la storia delle ondulate terre della Marca. Terre, ora, sempre ondulate, sempre ubertose, ma deserte: governate non più da una moltitudine operosa e solidale, ma da poche e potenti macchine e da pochi e solitari uomini. E, qua e là, i ruderi dei casolari, le aie infestate di erbacce che non conservano più neanche l'eco e i fantasmi del popolo della terra.
Proviamo ad evocarli, scorrendo il calendario. Il primo giugno è la festa dell'Ascensione: alle celebrazioni liturgiche per l'ascesa al cielo di Gesù faceva da contrappunto una ricca liturgia popolare, festosa e rituale. La sera della vigilia, i ragazzini facevano correre i bacherozzi con una candelina sulla schiena, al grido di "corri, corri, bacherò, che domà è l'Ascenziò". Nei campi si accendevano i focaracci, come per la festa della Madonna di Loreto. Poi si nascondevano le uova fuori casa, per farle benedire dall'angelo. Altro tenerissimo rito, quello celebrato dalle mamme, che la sera mettevano in infusione nei secchi d'acqua i petali di rosa: la mattina della festa ci si lavava il viso con quell'acqua profumata, prima di raggiungere la chiesa per la Messa. Nelle campagne si traevano gli auspici per il raccolto, in base al detto che "se pioe de l'Ascenziò, d'ogni cosa se perde un cantò; e se non pioe, se ne perde dò": l'ideale, dunque, era una leggera spruzzatina. Il giorno dell'Ascensione era anche quello del tradizionale pellegrinaggio alla Chiesa di S. Maria a Mare, organizzato dalla Congregazione degli Artisti: l'immagine della Madonna veniva portata a piedi lungo la Castiglionese, che allora era una bellissima strada di campagna. La festa era detta "delle cento Messe e delle cento uova": queste ultime, venivano portate a canestre, assieme al ciambellotto, per la merenda sullo spiazzo antistante la Chiesa. E chi aveva figlie zitelle, ne approfittava per invocare la grazia di maritarle, in base al detto "Chi no' le po' remette, le porta a le cento messe". Anche la fauna domestica era segnata dalla festa: i gattini nati dopo l'Ascensione erano destinati ad avere vita corta.
L'otto di giugno, invece, è la Festa della Pentecoste, la Pasquarosa, che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli. Era questa la vera festa dei lavoratori, oggi soppiantata dal primo maggio. Un incitamento al riposo venato anche di reverenziale superstizione, come ammonisce il detto che "chi non guarda le feste de Pentecoste, caro je costa". Una rivalsa delle classi più umili che durava anche quindici giorni: a Monterubbiano, ad esempio, il potere sovrano passava simbolicamente ai capitani delle varie arti, divise nelle quattro classi degli artigiani, dei mulattieri, dei bifolchi e degli zappaterra. E il culmine della festa era il rito di "Scio' la pica": un ciliegio decorato di fiori e di primizie veniva portato in piazza, ai suoi rami veniva legata una "pica", un picchio, poi si percorrevano in corteo le varie contrade dove gli zappaterra, vestiti del tipico "guazzarone", la tunica di fatica, incalzavano con bastoni l'uccello facendolo svolazzare di ramo in ramo. Un rito decisamente paganeggiante, dedicato al dio Marte, in ricordo del picchio che, secondo la leggenda, guidò i Sabini a colonizzare le allora selvagge terre del Piceno, che da lui, il picchio, prendono il nome. Un rito che oggi si fa ancora, ma come mera rievocazione a sfondo turistico.
Ma, soprattutto, nel calendario agreste di qualche decennio fa, il mese di giugno segnava la festa più grande, il rito collettivo più sentito, che univa solidalmente braccia e cuori: la mietitura, "la festa de lo mète". Di campo in campo, di podere in podere, si spostavano a centinaia i contadini, e di campo in campo, di podere in podere, si spostava la fatica e la festa. Lunghe file di uomini e donne, divisi in precise gerarchie, fazzoletto rosso al collo per gli uomini, larghi cappelli di paglia per le donne. E l'immancabile rametto di basilico all'orecchio, per scacciare gli insetti. Alla testa della catena, il "caporale", alla sua destra lo "staccò": a loro il compito di stabilire la direzione "de la taglia". Dietro i mietitori, avanzavano "componarelli" e "pecorelle", addetti a raccogliere le spighe tagliate e a comporre i covoni. Per ultimi, i "legarini", che innalzavano i cavalletti fatti di diciassette covoni legati con i "bazò", ovvero corde fatte di spighe. E su tutto, il via vai delle vergare con le ceste dei rifornimenti: salumi, formaggi, frittate, pane, il tutto generosamente innaffiato di vino, cotto e crudo. Ad alleviare la fatica, lo spiritaccio allegro degli zappaterra d'una volta: si traduceva in una colonna sonora continua, fatta di stornelli, di canti a dispetto, di scaramucce tra innamorati, di messaggi canori indirizzati a ragazze da marito, per sondarne la disponibilità. La mietitura, dunque, era sì una dura necessità di lavoro, ma si trasfigurava in una totale condivisione, in una socialità istintiva e granitica che elevava l'umile condizione degli zappaterra alla dignità di un popolo. Dopo l'avvento delle macchine, il popolo si è disperso: ora trapunta scarpe, forse fatica di meno e guadagna di più. Ma non canta più.
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