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Quelle pigre e soleggiate giornate di fine agosto, le chiare e dolci giornate settembrine, con un cielo azzurro-madonna dove rotolavano soffici i cirri bizzarramente plasmati da sbuffi poderosi di vento tiepido. E le spiagge, lasciate deserte dalle folle estive dei vacanzieri, che tornavano ad essere del mare e dei pochi che ancora vi sostavano. Tra questi, noi, bambini, che fino all’ultimo rimandavamo il pensiero della scuola imminente. Erano diverse, quelle mattinate di mare, da quelle della piena estate, con un senso di possesso totale: delle spiagge sterminate, dei casotti di legno pitturati a strisce vivaci, della riva sassosa, delle conchiglie e di ogni tesoro che la risacca portava in dono. E dell’acqua chiara e tiepida, che si apriva su un pianeta di sabbia ondulata, di granchi grigi, di stelle e cavallucci marini. Sotto la sabbia, era caccia: telline, soprattutto, e per i più abili, i cannelli. In piena estate tutto ciò era quasi precluso: dall’affollamento, dai giochi, che smorzavano il senso dell’avventura. Ma l’avventura tornava, prepotente, quando il mare si offriva in dono a noi soltanto: i bambini.
La festa del rientro delle barche da pesca: belle, di legno sbozzato a colpi d’ascia, dai nomi struggenti e dalle fantasmagoriche vele dipinte a colori vivaci, ciascuna col suo simbolo: il sole, le onde, le stelle… Mancava solo quello dei pirati.
E il Molo Vecchio… Che paradiso: era l’isola di Mompracem, da conquistare e difendere. Massi diroccati e scomposti che offrivano sempre nuovi e pericolosi percorsi. Era l’Himalaya da cui dominare il mondo. Era il regno delle meraviglie, era terreno di guerra fra bande, era territorio di caccia. Pesciolini, granchi e ancora granchi da afferrare senza farsi pizzicare, in infinite prove di coraggio. Cozze abbarbicate da portare a casa come un trofeo, da sbattere in padella e succhiare avidi…
Oppure, in quelle pigre giornate a cavallo tra estate e autunno, andavamo al fiume, il gran Padre Tenna: largo, lento, maestoso. Naturalmente si andava a piedi: prima si raggiungeva il Colle Vissiano, col Seminario ancora in costruzione, e poi ci si precipitava giù per la discesa sterrata che tagliava a picco il fianco del colle, fino alla riva sassosa. Anche lì c’era un posto speciale: i massi del vecchio ponte crollato sotto la guerra, dove gli anfratti erano densi di pesci da prendere con le mani. E andavamo da soli, capeggiati solo dal fratello più grande, il che accresceva il senso d’avventura. Dopo ore di sguazzi e schizzi, si tornava: la salita era dura, spezzava il respiro e smorzava le voci. Ma era bello: in silenzio, si gustava l’appagamento sereno di una giornata speciale.
Altra meta irrinunciabile era il Duomo, specie se la notte era stata ventosa: cominciava la caccia ai pinoli. Si faceva a gara a chi ne trovava di più, e per questo si cercava nei luoghi più impervi, lungo le scarpate oltre le balaustre, dove solo i più audaci si avventuravano e la caccia era sicura. Ma la preda più ambita erano le pigne: grosse, odorose, appiccicose di resina, serrate come un pugno di legno che cela un tesoro. Le portavamo a casa, ansiosi di effettuare un altro rito: quello dell’apertura. Mia madre metteva le pigne nel forno della cucina economica finché si sprigionava un profumo intenso, accompagnato da secchi scoppiettìi: la pigna allentava la morsa e i pinoli erano lì, sgusciati fuori o pronti per essere snidati. Che gusto, quello dei pinoli: denso, ricco, burroso, ti si appiccicava sulla lingua e rimaneva a lungo a profumarti il respiro… Niente a che spartire con quelle scialbe copie che vendono in sacchetti al supermercato. I pinoli in parte venivano consumati subito, sul posto: ci si metteva a cavallo della balaustra o di una panchina e con un sasso li schiacciavamo piano, per non rovinarli. Ne sgusciavamo un mucchietto per volta e poi via, una bella manata in bocca, per assaporarli meglio.
E così, da un posto magico all’altro, da un’avventura all’altra, da un gioco all’altro, si consumava la fine dell’estate e ci si avviava all’autunno. Ma senza rimpianto: la scorta di sereno appagamento per le avventure vissute con innocente avidità ci sarebbe bastata a superare l’inverno. Potevamo aspettare con calma la primavera. Che sarebbe giunta, puntuale. Allora era così: le stagioni della vita e quelle della natura camminavano insieme, immutabili e regolari. Ed era l’armonia.
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