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Maggio, mese delle rose, mese della Madonna. E le devozioni a Lei dedicate, in questo mese si intensificano: nel Duomo di Fermo e in altre Chiese, ci si riunisce per la recita del Rosario. Ma un tempo, fino a qualche decennio fa, quello col Rosario era un appuntamento quotidiano, specie nelle case di campagna, dove la dura giornata di lavoro era conclusa immancabilmente dal tenero latino maccheronico delle litanie, biascicato “a orecchio”.
A questo proposito, ci è giunto in redazione un racconto che è uno spaccato di vera vita vissuta, un quadro tratteggiato con precisione, in ogni particolare, pieno d’affetto e nostalgia. Gli stessi sentimenti che abbiamo provato nel leggerlo, assieme a un senso di irrimediabile perdita. Ve lo proponiamo, rispettando il desiderio di anonimato dell’autore.
LA RECITA DEL ROSARIO
La nonna, davanti al focolare, controlla la cuccuma di latta sul piccolo treppiede, per preparare “du’ gocce d’orgio, pe’ vuttà jo’ la pinnoletta cuscì ‘mmarella”.
Il padre, il figlio grandicello e la ragazzina più piccola siedono ancora attorno al tavolo e giocano a carte. Due sfogliate a rubamazzo, in cui vince sempre la bambina: “Certo, pijia sembre figura co’ figura, ‘mmece de fanda co’ fanda e cavallu co’ cavallu!”. Poi, due partitelle a scopa, in cui vince quasi sempre il ragazzo, che sbircia di traverso le carte degli altri.
Il padre non vede, ma non è cieco; non parla, ma non è muto. Lascia correre, ma a volte sbotta “co ‘ssi mbrujù”!
La madre e la figlia “granne”, non ancora fidanzata ma quasi promessa al figlio di Commà Ninetta, strofinano con la cenere i piatti, le posate e i bicchieri, che poi ripassano più volte nell’acqua bollente del secchio. Fanno un grande fracasso, che provoca la reazione del padre: “Ma li piatti li ‘rlavéte o li spacchéte su lu cimendu de lu lavandì?”.
“Scémo magnato l’òe, puzza tutto de vudellegna!”, risponde calma la madre, facendo gli occhiacci alla figlia pronta a rispondere per le rime.
“Lasséte perde, me vojo corgà presto, so’ straccu mortu. Dicemo sùbboto la Corona”, ribatte il padre in modo perentorio. Ed alzatosi dal tavolo, apre il cassetto della màttera e, da un piattino sbreccato, prende un pezzo di “assogna”, con cui si unge le mani, per curarle e cicatrizzarle dagli spacchi della calce; poi siede davanti al fuoco, girando e rigirando le palme al calore della fiamma, che ha riattivato con lo strofinìo dei ceppi accesi.
La recita del Rosario è un rito che si ripete ogni sera. I ragazzi vanno anche loro a sedersi davanti al focolare, tra la nonna e il padre; la gatta dorme tranquilla al calduccio, nell’angoletto della “rola”. La giovanotta, tirato giù il piatto della lampada, tenuto in equilibrio dalla carrucola e dal contrappeso con i piombini, prende il sacchetto del ricamo e, sedutasi al tavolino sotto il cono di luce, comincia a mettere punti su punti, con pazienza e bravura: prepara il corredo da sposa, iniziato già da adolescente. Subito la raggiunge la madre col suo lavoro a maglia: sferruzza le solette di lana di pecora per i calzetti pesanti del marito, che le grosse scarpe da lavoro consumano presto.
Il padre inizia la recita del Rosario, con la corona che gli tende la nonna. Ognuno sa che deve rispondere a tono, con convinzione, senza sbuffare e senza parlare, tanto meno ridere. Ma ci sono due ragazzi… Il maschio prende una “zeppetta” e solleva più volte le orecchie alla gatta, che si scuote, ma non lascia il suo caldo posto. La bambina all’improvviso si alza, tira fuori dalla cartella la matita e, preso un coltello, rifà la punta: “M’ero scordata de ‘gguzzàllu, l’àppise”. Il padre, ad ogni scorrettezza, non interrompe la preghiera, non dice nulla, alza solo la voce a mo’ di rimprovero: “GRO…ria PA…tre…”, e chi vuol capire capisce.
Per recitare le litanie tutti si mettono in ginocchio, chi sul focolare, chi sulla sedia. La gatta, spiazzata, si cerca un nuovo posto. Allora il ragazzo, con il cenno della mano, l’invita: “Miscia, miscia…”, e quella salta sulla sedia della nonna, sopra il lavoro a maglia: cade il gomitolo che corre per la stanza, il ragazzo corre subito a riprenderlo, prima che la gatta spezzi il filo. Ma ecco la voce del padre che tuona: “ORA prenò…”.
Finite le preghiere, il padre ripone la corona nella “vitrina”, poi si avvia verso la porta: “Jete presto a durmì. Vuja frichi, domà a scòla; e vuja donne, fatighéte de jornu. Stutéte presto, che se cunsùma la litricità. Vuttéte fora la gatta, che lu Patreternu ghià fatto ‘pposta la pilliccetta”!
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