Ancora una volta, debbo ringraziare la “vecchiarella portesa” per l’aiuto che mi dà nella rievocazione delle nostre belle tradizioni. Questa volta, tra le sue e le mie memorie, completiamo il ciclo dedicato alla Pasqua.
E Pasqua significa, soprattutto, Benedizione delle case. Si fa anche adesso, ma è una cerimonia che viene vissuta con meno attesa, con più superficialità, ammesso che il prete ci trovi in casa quando passa. Allora, il tam tam dei vicoli seguiva passo passo l’approssimarsi della piccola processione, casa dopo casa. E quando il prete arrivava, con una bella cotta e accompagnato da un paio di ragazzini, trovava tutta la famiglia schierata e compunta, e una casa lustra come non mai. Perché, prima, si facevano le grandi pulizie, dette “Sabato Santo”, appunto. I ragazzini si litigavano l’onore di portare il secchiello con l’acqua benedetta e i cesti di vimini bianchi, appesi al braccio, che servivano a raccogliere le offerte: uova, o un mezzo salame, o mezza forma di cacio fresco, un paio di ciambelle. Le rare monetine, invece, era lo stesso prete a… incamerarle!
Sul tavolo, per tempo, veniva preparato tutto quanto sarebbe servito per la colazione del giorno dopo. Un rito speciale era quello delle uova sode: allegre, colorate da noi bambini con l’aiuto di mamma. Il procedimento era vario: le si metteva a bollire nell’acqua di cottura di verdure particolarmente pigmentate, oppure insieme a fogli di carta velina dei diversi colori. Chissà quanti colori velenosi avremo usato e, dunque, mangiato, specie se le uova, come accadeva spesso, bollendo si crepavano. Poi, non potevano mancare ciambellotto e salame.
Il mattino di Pasqua, al rientro della Messa, ci si sedeva attorno al tavolo per questa colazione speciale, e aggredivamo tutto con voracità, dato che eravamo digiuni, secondo il precetto, fin dalla sera prima. Tuttavia, cercavamo di non ingozzarci troppo, consapevoli che, di lì a poco, ci aspettavano le delizie del pranzo pasquale: abbondante e ricco, ma rispettoso, nelle varie portate, delle nostre tradizioni e dei nostri cibi. Ecco un menu tipo: antipasto con salame lardellato; carciofini, melanzane e fagiolini sott’olio di produzione casalinga; brodo di cappone o di gallina, con stracciatella, dadini di pane fritto o cappelletti; poi, l’allesso, ovvero le carni cotte per il brodo, con contorno di cicoria. Volendo strafare, ci potevano essere anche le tagliatelle con sugo di regaglie di pollo o di papera; seguivano gli arrosti, di pollo o di agnello, con contorno di insalata verde. Altrimenti, si passava al fritto, quello splendido e sontuoso fritto di fettine, cotolette d’agnello, olive ripiene, carciofi e zucchine. A conclusione, ancora ciambellotto, o ciambella dura di Pasqua, bagnati in un dito di vino cotto. I grandi prendevano il caffè, magari corretto con l’incandescente mistrà che i contadini distillavano in “tammorlà” più o meno rudimentali e clandestini. Ci si alzava da tavola a pomeriggio ormai inoltrato, predisponendoci a una digestione laboriosa che non sempre finiva in tempo per la cena: quasi nessuno aveva il coraggio di ricominciare, e quelli con l’apparato digerente più veloce si accontentavano degli avanzi del pranzo!
A sera tarda, si andava a letto con pigra voluttà, pregustando la vacanza del giorno dopo: e il Lunedì dell’Angelo significava “scampagnata”. E, allora, ci voleva davvero poco per essere in campagna, bastava uscire dalle mura: la Castiglionese era lì, a portata di mano, con la sua strada sterrata che si snodava tra i campi di grano verde nei quali già occhieggiava il rosso dei tulipani, ancora non sterminati dai diserbanti. La meta era la chiesolina ai piedi del Monte Cacciù, davanti alla quale ci sedevamo per assistere alle interminabili partite di “rutola”, tra squadre di uomini in maniche di camicia che inseguivano per chilometri la forma di cacio duro. Magari masticando i lupini che si preparavano in casa, cominciando le laboriose operazioni di cottura e salamoia almeno quindici giorni prima. E cominciava, tra noi bambini, la battaglia a colpi di bucce, sputate con forza!
Divertimenti semplici, forse anche stupidi, agli occhi dei nostri figli. Che non capiscono la nostalgia, la tenerezza dei ricordi, la commozione. Peggio per loro, anche se, forse, è colpa nostra. O di nessuno: è il progresso, è il ritmo della vita che travolge, è l’asfalto che incalza. E per loro, che hanno conosciuto solo questo, va bene così. A noi, che viviamo con un senso di perdita, lasciateci almeno la memoria.






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