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  Mercoledì, 03 Marzo 2004

Carnoà non me lassà, che non pòzzo dijiunà!

- Ricordi dal Carnevale fermano
Loredana Tomassini



“Carnevale bon compagno, pòzzi venì tre vòte all’anno”: e con l’immancabile proverbio abbiamo definito la natura festaiola del popolo del Fermano. Il quale sembra rustico e “rugnu”, ma sotto sotto è tendenzialmente incline ad allentare i freni inibitori e a trasgredire. E quale pretesto migliore del Carnevale? A dire il vero, sotto questa festa, nel passato si tendeva ad allentarli un po’ troppo, i freni. Tanto che, spesso gli scherzetti si facevano pesanti e diventavano “brutti scherzi”: e così, chi aveva qualche vendetta personale da fare, approfittava della maschera per togliersi lo sfizio. Il che significava che non ci si pensava due volte a infilzare in qualche angolo buio o in mezzo alla calca carnevalesca qualche rivale scomodo, in amore, in affari o in politica. E che la tendenza fosse affermata lo dimostra una bolla di un “cardinal nepote” che, intorno al ‘700, vietava espressamente, durante il carnevale, l’uso della maschera e gli assembramenti. Ma, eccettuati questi casi estremi, per il resto i fermani si godevano lecitamente e alla grande il carnevale: corsi mascherati, abbuffate e veglioni danzanti, nei palazzi gentilizi e, soprattutto, a teatro. Già, il Teatro dell’Aquila: si sgomberava la platea trasformandola in pista da ballo e si bagordava. I fortunati possessori dei palchi stavano meglio di tutti: vista panoramica, tra montagne di vettovaglie e libagioni, e tendine compiacenti che potevano essere tirate ad occultare amori clandestini. E proprio il Teatro dell’Aquila fu testimone di una delle burle più clamorose, messe a segno dalla frangia scapigliata dell’intellighenzia fermana: nel 1895, nel bel mezzo del veglione, un manipolo di contestatori s’impadronì del palcoscenico al grido di “Volìmo l’acqua”. Sì, perché Fermo, nonostante i Sibillini in fondo al panorama, soffriva di sete. Ed erano decenni che i capoccioni di turno in fase elettorale promettevano l’acquedotto, per poi scordarsene appena eletti: nulla di nuovo sotto il sole…! Il testo di quella canzone di protesta era stato scritto appositamente da quel fine letterato che era Gaetano Galassi che, da persona colta e intelligente, non disdegnava il dialetto. Le strofe più famose sono senz’altro queste: “In cima a ‘na cullina, sta Fermo fabbricata, città più sfortunata / ar munno non ce sta. / E’ pina de signori, de ricchi milionari, però adè tanto avari / che solo Dio lo sa!”. Motivo di tanto sdegno? “Sarrà più de trent’anni / che sempre se discorre, ma a Fermo l’acqua a corre / ancò ‘n se po’ vedé”. Potenza della satira: l’anno dopo, l’acquedotto era bell’e fatto e le fontane fermane zampillavano allegramente. Adesso, più di cent’anni dopo, la crisi idrica le ha disseccate nuovamente, e stavolta non basterebbe una canzone di protesta. Comunque sia, da allora, tra alti e bassi, Belle Epoque, campagne d’Africa, prima e seconda guerra mondiale con tanto di Ventennio, il carnevale fermano ha tenuto fede alla tradizione. Poi, nel dopoguerra, lungo sonno. Fino agli Anni Sessanta e ai suoi fermenti giovanili: quando gli studenti fermani resuscitarono il carnevale in piazza. Magari un po’ casalingo, raffazzonato alla meglio, ma pieno di entusiasmo e fantasia: c’era la sfilata delle maschere, qualche sgangherato carretto allegorico e perfino la corsa degli asini (con asini veri, mica quelli finti e tristi di adesso), e la gara del maialino unto. E poi, feste, feste e ancora feste, organizzate dalle varie scuole, con regolamentare elezione di Miss. Erano i tempi felici in cui il centro storico non si lagnava per abbandono, e il rito quotidiano dello struscio riempiva la Piazza di migliaia di persone, soprattutto giovani. Finché non scoprirono l’inesistente fascino del Viale della Stazione di Porto S. Giorgio, chissà perché. E poi, il piombo degli Anni Settanta e gli altrettanto tristi Anni Ottanta, la chiusura del Teatro dell’Aquila, e chissà che altro, sbiadirono la natura carnascialesca dei fermani. Adesso pare che ci sia un’inversione di tendenza, anche se un po’ troppo prefabbricata, organizzata dall’alto e non estrinsecazione spontanea di allegria. Insomma, il carnevale non è più una dimensione dell’anima, ma una “manifestazione” come un’altra. Però, chi si accontenta gode, e in attesa di un risveglio creativo dell’anima festaiola dei fermani, che li trasformi di nuovo da spettatori a protagonisti, va bene anche così.






gennaio 2012
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