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  Lunedì, 23 Febbraio 2004

Ora è una scuola senza frontiere

- La vera integrazione inizia dai banchi di scuola
Maria Rosaria Sica



Sono molti più di quanto si immagini i ragazzi stranieri, tra i 25 e i 40 anni, che frequentano corsi di italiano. “Volevo imparare meglio la vostra lingua perché ormai vivo qui da diverso tempo e ho ancora problemi con gli articoli e i verbi” spiega Agnese alunna polacca di un corso per il conseguimento della licenza elementare.
“Io, invece, voglio capire l’italiano per conoscere i miei diritti e i miei doveri. E rispettarli. Fra qualche anno tornerò nel mio paese e costruirò lì qualcosa di buono”: è Kabin, un simpaticissimo ragazzo africano, a parlare, sicuro di sé e delle sue possibilità, pronto a dimostrare a tutti che l’Africa non è solo fame e povertà.
David, rumeno, poco più che ventenne, muratore, lavora dodici ore al giorno, ma alla scuola proprio non vuole rinunciare: “Quando ho iniziato non ero molto convinto, pensavo di non farcela, ma ora sono felice della mia scelta ed ho conosciuto nuovi amici”.
“Sono arrivato in Italia e mi sono inserito abbastanza velocemente ed ho imparato abbastanza presto la lingua, era indispensabile per lavorare” racconta Aryan, tra i più bravi della classe. Lui, come qualche altro, fa il doppio lavoro per motivi economici: durante la settimana in fabbrica e nei ristoranti a fare il cameriere per il weekend. Sono vite difficili ma nonostante l’impegno, il risultato non è sempre positivo. “Qualche tempo fa – interviene di nuovo Kabin – stavo facendo una passeggiata e correva dalla mia parte una bimba piccola, che ad un certo punto è inciampata ed caduta. Mi sono fermato per soccorrerla, ma il padre da lontano mi ha urlato di non toccarla. Quello che mi lascia amareggiato è che quella bambina rimarrà spaventata dal mio tentativo di aiutarla e nella sua vita rischierà di avere sempre timore degli stranieri”.
A questa riflessione fanno seguito quelle di altri compagni di classe, tutte a testimoniare che purtroppo c’è ancora tanto razzismo. Nei loro sguardi c’è voglia di crescere, di imparare, di costruire un futuro, nel rispetto della terra che li ospita, ma nella salvaguardia delle propria personalità e della propria tradizione. “Spesso ci definiscono extracomunitari, ma è un appellativo che non ci piace. Preferiamo essere chiamati stranieri, senza soprannomi”. Elena, spiega che spesso è stata etichettata in vari modi, solo perché donna e soprattutto perché donna straniera.
“Non è stato facile inserirsi nel vostro paese - afferma Kataryna, polacca di 22 anni - ma ho cercato di adeguarmi in tutti i modi per avere una vita più facile, ho cercato subito un lavoro fisso e, rispetto a tante mie connazionali, io sono stata anche fortunata”, aggiunge con una punta di orgoglio. Se di fortuna si vuol parlare: la sua giornata tipica inizia alle cinque di mattina e, tra lavori di casa e fabbrica, rientra alle otto di sera per ottocento euro al mese; due giorni alla settimana, dopo cena, frequenta il corso di italiano al Centro Territoriale Permanente dell’Istituto Da Vinci-Ungaretti di Fermo. Insieme a tutti i suoi nuovi amici.






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