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  Lunedì, 23 Febbraio 2004

Mamma mia, dammi cento lire…

Emigranti di ritorno: ora l’Argentina è in Italia
Loredana Tomassini



Un destino crudele, quello degli emigranti di ritorno, segnato da una doppia disperazione: quella che spinse i padri e i nonni ad abbandonare l’Italia e quella che spinge ora figli e nipoti a tornare. Da dove? Soprattutto dall’Argentina, per oltre un secolo terra promessa per quanti cercavano riscatto da una miseria atavica, peggiorata dall’Unità d’Italia e da due guerre mondiali. E per tanto tempo, e per molti, l’Argentina le sue promesse le ha mantenute. Poi, il caos: decenni di politica dissennata e dispotica, disgregazione del tessuto sociale, economia al tracollo. E, in fondo al tunnel, per molti un lumicino: il fatto di essere figli di italiani, dunque italiani, dunque con una via di scampo. Ed ecco così un contro esodo che ripercorre all’incontrario i passi dei genitori e dei nonni. Con un vantaggio in più, rispetto a loro: ad attendere gli emigranti di ritorno c’è una terra familiare, la terra della nostalgia e del rimpianto sentita raccontare mille volte, ci sono delle radici da poter riallacciare.
Ma quanto è consistente il fenomeno dell’emigrazione di ritorno? Davvero parecchio: il funzionario del settore anagrafe del comune di Fermo, il dottor Raffaele Zazzetta, lo sa bene e parla di centinaia e centinaia di persone che, negli ultimi anni, hanno percorso la snervante trafila per veder riconosciuta la loro cittadinanza italiana. Il boom dei rientri si è avuto nel biennio 2000-2001, quando la situazione in Argentina è tracollata mettendo in fuga il popolo dei disperati. I quali, una volta arrivati, hanno ben presto scoperto che non è così automatico essere riconosciuti italiani: le difficoltà per la trascrizione dei documenti che attestano la discendenza sono enormi, direttamente proporzionali alla distanza tra Italia e Argentina e al caos in cui è piombato anche amministrativamente quel paese. Accade addirittura che molti comuni di competenza abbiano chiuso bottega, rendendo impossibile il reperimento di estratti di nascita e così via. Alcuni, più lungimiranti, partono già con gli atti di stato civile che ritengono sufficienti, magari con il placet del Consolato in Argentina: poi, arrivano qui e scoprono che la documentazione non è sufficiente e la trafila enormemente più complicata. Il colpo è durissimo, per gente che credeva di poter cominciare subito una vita da italiani e si trova invece a dover combattere con labili permessi di soggiorno e l’incubo di essere rispediti in Argentina. Il dottor Zazzetta ne ha vista tanta di gente disperata, che per pagarsi il viaggio in Italia ha venduto tutto ciò che aveva, e dunque lo spauracchio di dover tornare in Argentina suona doppiamente beffardo. Adesso il flusso si è un po’ attenuato e, comunque, quelli che arrivano non lo fanno più allo sbaraglio, anche grazie a una politica più accorta da parte dei Consolati.
E una volta superato lo scoglio della cittadinanza, che avviene degli emigranti di ritorno? Stavolta le notizie sono più confortanti: lavorano tutti, sfruttando le potenzialità di un territorio ricco di attività produttive. Anche se ci si deve accontentare di svolgere lavori più umili rispetto a quella che è la preparazione culturale media, che è abbastanza alta. Ma del resto l’Italia, e il Fermano non fa eccezione, in questo momento storico e sociale non può certo assurgere al ruolo di terra promessa, fiumi di latte e miele non scorrono per nessuno e accontentarsi è d’obbligo, emigranti o autoctoni che si sia.






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