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  Martedì, 06 Giugno 2006

Figli di un pallone malato

- Chi scende / Le realtà storiche marchigiane
Endrio Ubaldi



La bufera che questi giorni sta colpendo il mondo del calcio, mettendo in discussione campionati, arbitri e importanti personaggi dell’Italia “pallonara”, decretando l’azzeramento dei vertici federali e l’intervento massiccio delle Istituzioni, anche nel nostro territorio ed in generale nelle Marche, ha mietuto in passato e anche negli ultimi tempi vittime illustri. Delle più importanti realtà calcistiche regionali, solo l’Ascoli non è mai stata coinvolta in problemi finanziari e retrocessioni a tavolino.
Come non ricordare quanto accaduto negli ultimi 2 anni, con il crack finanziario dell’Ancona Calcio e l’arresto del Presidente dorico, quello stesso Pieroni, tornato prepotentemente alla ribalta, con la vicenda Gaucci prima e Moggi dopo. La gloriosa Anconetana non esiste più, ed il calcio del capoluogo è scivolato dalla serie A alla C2, evitando la scomparsa, solo grazie al lodo Petrucci per la salvezza dei diritti sportivi. Sempre degli ultimi tempi è la fine ingloriosa della storica Vis Pesaro, società fondata nel 1898 e precipitata dalla C1 alla prima categoria, unitamente all’ennesimo fallimento della beneamata Sambenedettese, dichiarato un paio di settimane fa dal Tribunale di Ascoli Piceno.
Orbene, il caso riguardante la squadra rossoblu è sicuramente il più grave, in virtù del suo blasone storico e del precedente fallimento della gestione Venturato, che costrinse la compagine rivierasca a ripartire dall’Eccellenza, dopo oltre un ventennio d’onorata militanza nella serie cadetta ed un lusinghiero trascorso anche in serie C. Nella fattispecie della Samba, grandissime responsabilità sono da ricercare nella classe imprenditoriale cittadina e nelle varie amministrazioni, che con troppa “leggerezza”, hanno assistito al reiterarsi dell’arrivo di alcuni cosiddetti “avventurieri”, mentre gli unici a farne veramente le spese sono i tifosi, che nonostante le mille vicissitudini di questi anni, seguono sempre con molto calore in casa e in trasferta, le sorti della Beneamata.
Altri dolorosi esempi di “calcio malato” e di grandissime sofferenze per le tifoserie, hanno riguardato altre due storiche società, come la Maceratese e la Civitanovese, già protagoniste di spettacolari stagioni in serie C1 e C 2, per poi essere dirette in maniera alquanto dubbia, da imprenditori non radicati nel territorio. Anche queste compagini, militanti oggi in categorie sicuramente inadeguate per il blasone delle società in questione, sono state “prede” d’imprenditori forestieri, senza il minimo attaccamento alle realtà che andavano a presiedere, chiamati troppo frettolosamente alla guida delle massime espressioni sportive cittadine. Concrete, spesso, sono state le responsabilità dalle amministrazioni dell’epoca, più frettolose di calmare le tifoserie, sempre troppo esigenti, anziché, coinvolgere nuovi imprenditori locali ed investire nei vivai. Proprio dalla valorizzazione dei settori giovanili e tenendo ben distinti e distanti i troppi “mercenari”, che troppo spesso si presentano al capezzale delle società in difficoltà e delle Istituzioni interessate, promettendo di rilanciare lo sport locale, in cambio di particolari attenzioni e maggiori possibilità d’inserirsi nel tessuto affaristico cittadino, si può ritornare ad un calcio meno milionario e sicuramente più umano.






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