Indispensabile il rilancio della formazione professionale per qualificare l’offerta
Oggi il gran dibattito sul mondo della lavoro è sul tema della “precarietà”. C’è chi o vede come un bicchiere mezzo pieno, cioè un modo per entrare nel lavoro aspettando condizioni migliori, e chi inevitabilmente ha il bicchiere mezzo vuoto, e vede il lavoro precario come una scappatoia per le imprese.
Difficilmente le posizioni convergeranno. Ma il mondo del lavoro ha da tempo lanciato un messaggio al mercato, ed è quello della professionalità. Se da un lato, poi lo vedremo, si prospettano nuove e stimolanti nicchie operative, dall’altro c’è sempre più necessità di formazione professionale, quella formazione specifica al lavoro che soprattutto da queste parti sembra dimenticata.
E’ il tema degli “specializzati” tanto in voga negli anni del boom (gli anni, per capirci, che vedevano il “Montani” di Fermo formare al lavoro centinaia di giovani preparati, subito inseriti in azienda) che via via si è andato dimenticando, e che oggi torna al centro dell’attenzione.
Questo è il succo della piccola inchiesta quindicinale, che stavolta si mette di traverso rispetto al tema del lavoro, e chiama a testimone alcuni settori portanti di questo territorio (vedi calzatura, vedi cappello) la cui richiesta principale è quella dei servizi e del salto di qualità, due voci che si ottengono anche attraverso maestranze preparate.
Dice che è questo è vero il rilancio delle scuole professionali e dei corsi di formazione al lavoro. Una politica scolastica abbandonata dagli anni ’90, che ora ha rimesso la barra al centro. Anche qui l’esempio per tutti: la Scuola calzaturieri di Sant’Elpidio a Mare (ora Centro per la Formazione) che per decenni ha formato operai specializzati e disegnatori fra i più richiesti, che solo ora la Provincia sta rilanciando, dopo anni di esistenza anonima.
Dicevamo anche di nuovi settori che possono dare occupazione. Ne analizziamo soltanto alcuni: agricoltura, pesca, turismo. Se per l’agricoltura è anche un problema di reinvestimenti dopo anni di lento impoverimento verso la fabbrica, per gli altri è tempo di creare una filiera corta, termine che va molto di moda, per arrivare a un rapporto diretto fra l’offerta e il consumatore.
Diventa però un problema di investimenti, ma secondo noi anche di indirizzo. La scuola, sia essa professionale sia tradizionale, è rimasta indietro rispetto alle esigenze del mercato, indietro anche rispetto alla percezione di studenti e famiglie sulle prospettive del lavoro. Da qui un’offerta ingessata, il rincorrere delle scuole maggiore utenza, senza diversificare l’offerta formativa rispetto alle opportunità di lavoro possibili del territorio.
Adesso possiamo porci la domanda che più ci interessa: quale lavoro possiamo oggi offrire ai giovani? Tre le risposte che possiamo dare. La prima riguarda la scuola: deve dare più formazione professionale avendo sempre presente la richiesta del mercato. La seconda è strutturale: se non si creano le condizioni di sviluppo per settori ad alta concorrenza, uno per tutti la calzatura, difficile che questi possano garantire altri posti di lavoro. La terza è di mentalità, e riguarda tutti: abbandonare il concetto del posto fisso perché è di un altro tempo, rendersi flessibili rispetto al mercato, avere la capacità di intraprendere nei servizi.
Mentre si cerca lavoro e si blatera contro gli extracomunitari in fabbrica, si deve dare atto che i lavori di sudore non sono più nel nostro interesse. Tant’è vero che mancano manovali (lavoro duro), panettieri (orari sballati), infermieri (questione di pelle…). Anche qui è questione di un cambio di mentalità, stavolta in negativo, con il quale bisogna confrontarsi.






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