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  Mercoledì, 05 Aprile 2006

Cosa c’è dietro l’impegno artistico

- Parlando con tre artisti di questa terra, scoprendo le loro attività
a cura di Loredana Tomassini



AURO CECCHI
Sauro Cecchi da Falerone: chissà se gli piacerebbe essere ricordato così… Ma non perché sia lontanamente ipotizzabile in lui una certa spocchietta che spesso caratterizza certa fauna che bazzica il mondo dell’arte. Al contrario: Sauro Cecchi è una esplosione contagiosa di passione per il Bello e per l’Arte, che pratica con l’umiltà e l’incanto tipici del vero artista. Il fatto è che Sauro Cecchi ha una passione smodata per il suo paese, e aprire gli occhi e crescere in un posto così forse ti segna il destino. A lui l’ha segnato, però senza tentazioni di fuga, anzi: perché Sauro Cecchi, quando non dipinge, fa l’assessore. Lo dice lui, un po’ scherzando e un po’ no. E allora viene subito da chiedergli:
Come si concilia l’anima poetica e incantata di un artista con l’anima pragmatica di un politico?
“E’ difficilissimo, infatti soffro molto di questo aspetto: io, animo libero, che vive soprattutto di pensiero e di meditazione, devo fare i conti con quello che è l’aspetto preponderante dell’amministrazione, ovvero quello burocratico.”
Come mai allora una scelta di questo tipo?
“Perché amo Falerone, che ha tanto da riscoprire. La sua storia e la sua cultura sono state troppo spesso poco valorizzate e allora sono sceso in campo.”
Ma quando è nato l’artista Cecchi, quando si è fatta sentire la vocina?
“Da sempre, da piccolo non facevo altro che disegnare, quindi è nato un indirizzo di studio e professionale: istituto d’arte, accademia… Nonostante io provenga da una famiglia di commercianti. E’ stata dura far accettare la mia scelta, ma poi l’hanno digerita!”
Dalle sue opere traspaiono una poetica, un potere fortemente evocativo, trasognato, fiabesco, fantastico: la sua anima più bambina, nel senso del candore, dell’innocenza… E’ così che vede il mondo?
“Io fondamentalmente sono un romantico e ancora oggi lo sono, nonostante il confronto con una realtà che lo è poco. Anche il mio mondo artistico quindi appartiene a una sfera romantica, scevro dalle smanie di arrivismo o di celebrità e di visibilità comune a tanti altri.”
Ma la vita non è così: il suo è un atteggiamento di speranza o di fuga?
“Nell’uomo non c’è solo l’aspetto materialistico. Io credo in una visione olistica dell’uomo, nella sua completezza di corpo e spirito: i due aspetti debbono convivere e reputo fondamentale recuperare questo aspetto del sogno. Più che un rifugio è una riconquista di ciò che stiamo perdendo. Sto portando avanti dal 1999 un percorso che ho chiamato “Viaggi nel cosmo”. Parte dall’archeologia, di cui sono appassionato. Da lì sono finito alle stelle: la terra è polvere di stelle, contiene le testimonianze di civiltà passate, sono un cultore delle civiltà sumera ed egizia, che hanno interpretato gli dei come messaggeri cosmici e iniziatori della nostra esistenza.”
Difficile affermarsi?
“Non lo so se sono affermato, né sto dietro a questo: quello che faccio mi rende appagato, mi arricchisce, vado avanti così. Sto preparando una serie di mostre: a maggio ad Assisi, alla Galleria dei Cavalieri di Malta, poi Fermo, Macerata, Roma, Ascoli.”
Una domanda all’assessore: si fa abbastanza per la cultura e l’arte?
“Si potrebbe fare di più, si fa molto da un punto di vista progettuale, poi di tanti progetti solo qualcuno va in porto. Io qui ho fatto tante cose, abbiamo una realtà archeologica bellissima che si sta facendo conoscere nel mondo. Bisogna riscoprire il passato: ho scoperto che non abbiamo scoperto niente.”
Eh, sì: forse gli piacerebbe proprio essere ricordato come Sauro Cecchi da Falerone!

PIERLUIGI SAVINI
E’ un brontolone, ma è l’unico vezzo che si concede: per il resto, è pura passione per l’arte, che vorrebbe vedere praticata ovunque e da chiunque. Il problema è che è nato in un’epoca sbagliata, in un mondo sbagliato: Pierluigi Savini era fatto per gli splendori ellenici o rinascimentali. E non ci si rassegna. Così vive d’arte, e cerca disperatamente di comunicarla a chiunque, a cominciare dagli scapestrati alunni delle scuole medie, in cui per necessità insegna da 33 anni, e dove da 33 anni ancora è “precario”: non si stupisce quindi che gli studenti francesi siano di nuovo sulle barricate. Lui sulla barricata c’è da tutta la vita: nessun precedente artistico in famiglia, dunque ha dovuto lottare per sfuggire al destino di perito industriale, comune a tanti nella Fermo di fine Anni Cinquanta. Poi, il miracolo: nel 1958 l’architetto Preziotti aprì l’Istituto d’arte, con sezioni in ceramica e metalli, e Savini abbandonò l’ITI. Poi, nel ’62, Firenze: prima il magistero in ceramica, poi l’accademia. L’impatto con una città ricca di cultura fu travolgente, quello con i musei lo ha segnato per la vita: un’orgia di arte antica e moderna, le nuove correnti americane… E Fermo sbiadiva al confronto. Cominciarono i viaggi: Milano, Roma, frequentazioni di ambienti e personaggi artistici di varie tendenze. Poi la febbre passò, e c’era bisogno di un luogo dove meditare e metabolizzare: e quale luogo migliore della tranquilla e sonnolenta Fermo natìa? Dunque, nel ’70, il ritorno. Definitivo. Ma, tutto sommato, si trattò di una nuova partenza: c’era stata la contestazione giovanile del ’68 che aveva coinvolto tutti e non solo politicamente, ma nel senso di apertura culturale. E Savini aprì il piccolo studio di via Bergamasca al mondo e ad altri indagatori del mondo: primo fra tutti Luigi Maria Musati. Nacque un sodalizio artistico durato una vita. Alle prime mostre ero considerato lo scemo del villaggio, dice, la visione fermana dell’arte era quella classica: paesaggi, marine… E lui, invece, sperimentava. Aspettative? Tante e nessuna, Savini non ha mai pensato subito ai risultati, ha fatto le sue scelte: no al mercato, no alle gallerie, perché uccidono l’arte in quanto portano alla “firma”, e dunque alla riproducibilità dell’arte, e invece il pezzo d’arte deve essere unico. E con una testa così, è difficile andare avanti, ma di compromessi non se ne parla. Piano piano, arrivano le mostre, magari corredate di spettacoli teatrali, grazie all’amico Musati: memorabile l’operazione di “recupero” di Jacobello del Fiore, fino ad allora negletto e abbandonato… Certo, è stata dura, dice: “A livello amministrativo non hanno capito o non ci siamo posti nella condizione di essere capiti, ma non rimpiango nulla. Negli ultimi tempi c’è stata una maggiore apertura da parte della gente nei confronti dell’arte, anche contemporanea: da sei anni sto facendo le Conversazioni sull’arte, approfondendo la conoscenza attraverso il mito e il simbolo”. Bilancio: attivo o passivo? “Dipende. Qualcuno può dire che è passivo perché non sono affermato a livello internazionale o nazionale, la gente vuole la firma, ma io non lo ritengo utile all’arte: all’arte occorre umiltà riservata, l’artista deve soprattutto studiare e produrre arte. Quindi anche se vivendo a Fermo ho rinunciato a maggiori occasioni non ho rimpianti: vivendo in tranquillità mi è stato possibile portare avanti un certo discorso culturale che mi ha dato soddisfazioni, aperto a conoscenze che forse non avrei potuto raggiungere e interiorizzare”.

MAURIZIO GOVERNATORI
Chi è Maurizio Governatori? Se lo chiedete in America Latina, vi rispondono in coro. Qui, a Fermo, tutt’al più vi rispondono che è quello che fa i murales.
Dunque, nemo propheta in patria: una scelta o una scelta imposta?
“Mi sento cittadino del mondo, non curo molto la visibilità locale, mi piace lavorare anche in altri ambiti geografici. Dove? Mi affascinano tutte le culture extra europee, quella ispano americana, anche in letteratura. La mia passione è l’arte murale, dunque Messico… Quando ho incominciato non c’era nessuno a interessarsi dell’arte murale, l’ho scoperta indagando a mie spese, ho sempre creduto in un’arte che parlasse a molti.”
Arte come la intendi tu vuol dire anche una certa coscienza politica, sociale…
“Sì, avremmo dovuto essere ciechi di fronte alla società che si muoveva; la politica, in senso lato e non partitico, di chi si vuole muovere per cambiare le cose, è imprescindibile.”
Rispetto a questo, quante aspettative deluse?
“In Italia moltissime, non c’è una cultura che va oltre a un interesse generale, c’è molta provincialità, la gara per essere visibili: a me non interessa. A me è andata bene, quello che mi interessava l’ho fatto, in Messico, Nicaragua… Se parlo d’arte ho una mia professionalità che fuori è riconosciuta e qui no. Comunque organizzo sempre cose in collegamento con altre parti del mondo, a Fermo ho presentato diversi progetti, ma forse eravamo troppo avanti: mai un appoggio dalle istituzioni. Siccome non sono targato da nessun partito… Oggi la cosa più semplice è chiamare qualcuno e fare una mostra. Sono molto polemico: se un politico o persone culturalmente visibili non capiscono è un problema loro. Mario De Micheli, che ha fatto la storia della critica italiana, sul mio lavoro sia murale che pittorico mi ha fatto una critica eccellente: queste sono soddisfazioni… Io non sono mai sceso a compromessi, non devo niente a nessuno.”
Fermo è ferma?
“E’ un male antico: il grosso limite è stato chiudersi all’interno dei propri palazzi gentilizi, che poi non sono un granché. Si gioca sul vecchio e non sulla vera ricchezza di Fermo: lo spazio che la circonda… I popoli che hanno scelto questo colle avevano un contatto profondo con lo spazio intorno, qui ci si chiude attorno ai palazzi. Si continua a fare scempi: vedi il portale sabbiato del Duomo, il restauro del soffitto del teatro che ha appiattito tutto… Significa che non c’è attenzione. Da un punto di vista artistico Fermo è addormentata, non se ne rendono conto. Si fanno mostre, poi si chiudono i battenti e non c’è una ricaduta, non c’è un referente per le arti visuali.”
Progetti?
“Ne ho uno sulla poesia, sul padre della letteratura sudamericana Ruben da Rio, più grande di Neruda, sconosciuto in Italia. Ho in mente una lettura all’interno della sua poetica con personaggi internazionali, più una mostra di artisti nicaraguensi. Si terrà il 5 e 6 ottobre a Porto S. Giorgio e Porto S. Elpidio.”






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