La gente va nei centri commerciali per risparmiare. Eppure inevitabilmente spende di più perché la logica dei megacentri è proprio quella del richiamo della sirena: fra 3x2, offerte, svendite, promozioni, specchietti e cotillons, alla fine ti fanno comprare quello che non volevi o – peggio! – non ti serve.
Inutile nasconderlo, proprio i centri commerciali hanno rintoccato il de profundis per i centri storici, per le piccole attività commerciali, per il commercio della porta a fianco. Una volta si andava in negozio quando avevi l’esigenza di comprare, oggi compri quando decidi di andare all’iper a prendere tutt’altra cosa.
Indietro non si torna ed inutile sperare nel rilancio delle pizzicherie, delle ferramenta dove c’è di tutto un po, degli abbigliamento delle tre cosucce per casa. Però un insegnamento lo si dovrebbe prendere. Gli iper altro non hanno fatto che partire dalla logica dell’opportunità e non del prodotto. La gente sceglie il centro commerciale per praticità (parcheggio, più negozi in uno) e per opportunità (quattro passi nelle vie del commercio e della vendita al minuto).
Esiste un centro commerciale all’aperto che nessuno sembra conoscere: il centro storico. Basta fornirlo dei parcheggi e della possibilità di farsi quattro passi fra i negozi, e la cosa cambia poco. Purtroppo però questa politica nessuno l’ha fatta. I centro commerciali nascono tutti intorno alla necessità primaria: l’alimentare. Così che i negozi che arrivano a contorno vogliono sfruttare la capacità di attrazione del supermercato, e la proprietà del supermercato si fa pagare questa attrazione finanziando la propria attività con le quelle indotte. Una logica spietata ma vincente.
E siccome i clienti vanno agli iper, i commercianti lasciano il centro del paese per andarsene nei megapalas dell’acquisto.
Stato dell’arte: ogni snodo stradale ha ora il suo ipercentro, i centri storici si sono svuotati, molte attività non hanno trovato l’eden nemmeno nei centri e sono saltate. Chi ha tenuto duro giustamente chiede mercede invocando l’intervento del pubblico per salvare gli ultimi negozi dei centro storici. I paesi più piccoli (andate in giro per l’entroterra e lo vedrete…) non hanno più generi alimentari, abbigliamento, bar addirittura. In compenso, siccome il fascino i centri storici lo hanno ancora, nascono trattorie e ristoranti tipici recuperando il bello di andar per paesetti a farsi quattro passi.
Cosa fare? Dare ascolto a chi vuole investire in attività nei paesi, perché il futuro prossimo sarà ancora nei centri. Perché prima o poi la gente capirà che la convenienza non c’è più, che il risparmio è nel non cedere alle promozioni per forza e nel non comprare ciò che non serve, che non bisogna dar retta alle feste inventate dalla tivvù per far contenti i larghi consumi.
La nostra idea è ancora quella: date parcheggi alle porte dei centri storici, e create le condizioni perché la piccola distribuzione torni all’interno delle mura e vedrete che la gente tornerà. Verrà pure il tempo che non basteranno luci, ricchi premi e cotillons per dare alla gente i soldi per la spesa…






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