Le lampadine erano le più toghe, quelle che davano più soddisfazione: le scaldavamo a fiato, sfregandole fra le mani, e le lanciavamo a bomba contro il muro della casa di fronte. Davano un botto secco, sordo, un’implosione più che un’esplosione, seguita dal tintinnìo dei frammenti di vetro che s’infrangevano a terra. E dato che ce ne avevamo poche, ce le litigavamo. Le tenevamo da parte, quando si fulminavano, proprio per spararle la notte di Capodanno contro i muri. Erano i nostri botti di bambini post bellici, animali da vicolo poveri ma felici. O, per lo meno, felici con poco. E la notte di Capodanno l’allegria dilagava lungo i vicoli, contagiava piccoli e grandi nella celebrazione di un rito collettivo trasgressivo e liberatorio: il lancio dei “cocci” dalla finestra. A mezzanotte in punto le finestre si aprivano a raffica, e sul selciato di ciottoli di fiume si precipitava di tutto: bottiglie, piatti, bicchieri, perfino vecchi water, tutto ciò che era sopravvissuto a due guerre mondiali da tragedia greca, a un Imperatore da operetta, ad anni di stenti, all’atavica parsimonia di gente bastonata da una vita avara. Ma la guerra era finita, i detriti rimossi, il boom dietro l’angolo, e la voglia di buttarsi tutto alle spalle urgeva prepotente. E la vecchia tradizione di buttare la roba vecchia dalla finestra, ovvero di liberarsi dei detriti di una vita grama, di propiziarsi un futuro migliore, si colorava di catarsi. Per noi bambini la cosa non aveva soverchie implicazioni a livello di scrupoli di coscienza, e avremmo buttato di sotto qualunque cosa; ma per mamma e babbo no, per loro era difficile deporre le resistenze innate nei confronti di qualunque forma di spreco. Perciò, gli oggetti destinati al massacro dovevano passare il loro vaglio: essere, cioè, talmente decrepiti e inservibili da giustificarne la condanna a morte. Ma non era facile. Così, nella mia come in qualunque altra casa proletaria, cominciava la lotta: noi che arraffavamo dalle credenze piatti e bicchieri sbreccati, mamma che li intercettava al volo al grido di “Questo no, se po’ accomodà!”.
Perché, allora, tutto si accomodava, anche i piatti. Anzi, si cucivano: operazione meravigliosa e misteriosa, quasi alchemica, i cui segreti erano custoditi gelosamente da personaggi mitici e pittoreschi. Venivano dal nulla, e nel nulla scomparivano, con cadenze regolari. Si annunciavano con richiami caratteristici che la strabiliante acustica dei vicoli provvedeva a diffondere. Mi pare ancora di sentirlo: “Ooommmbrrrelllaio….”: era un richiamo ronzante, su una sola nota, emesso tra naso e gola, ipnotico e irresistibile come quello del pifferaio magico. E a frotte noi bambini gli aprivamo la strada, gli facevamo corteo, e a frotte le donne si affacciavano alle finestre, si facevano sull’uscio, intercettavano l’incedere del mago risanatore, del taumaturgo delle povere cose, del risuscitatore dei cocci morti. Perché, oltre a rattoppare gli ombrelli e sostituirne le stecche rotte o i manici, l’ombrellaio ricuciva i cocci: piatti, pignatte di terraglia, zuppiere, già paccottiglia all’origine e ora apparentemente irrecuperabili. Ma lui non si scomponeva: si sedeva sul gradino del portone e apparecchiava il suo armamentario fatto di piccoli attrezzi, di filo di ferro, di mastici creati da una potente formula magica. Almeno così ci sembrava, a noi bambini: perché, da un’accozzaglia di frammenti che mamma aveva tenuto inspiegabilmente da parte, vedevamo rinascere forme e funzioni che credevamo perdute. Con l’aggiunta di un fascino che, un po’, ci faceva rabbrividire: quello delle ferite, ovvero dei bordi delle fratture tenuti accostati da una cucitura regolare di piccoli punti di ferro. E così quegli oggetti ci sembravano vivi, vecchi guerrieri scampati a mille battaglie e che di mille battaglie mostravano con orgoglio le cicatrici.
Altra figura itinerante era lo stracciarolo. Anche lui si annunciava col suo grido caratteristico: “Stracciarolu donneeee! Pelleeee! Pelle de cunilluuu…!”. Dove “pelle” era, ovviamente, il plurale di “pella”. Girava carico di sacchi di juta gonfi della merce che comprava in giro, ovvero stracci vecchi e, appunto, pelli di coniglio. Animale ora da compagnia, e allora allevato in cantina e in soffitta a scopo mangereccio, come pure le galline: retaggio degli stenti esacerbati dalla guerra e dell’anima contadina che resisteva all’inurbazione. Le pelli ci facevano un po’ senso: rovesciate e riempite di carta di giornale, poi appese in soffitta per farle asciugare, finché non diventavano tese e incotechite, come mummie di coniglio al contrario. E senso ci faceva anche lo zigare disperato della bestiola viva quando, appesa per le zampe posteriori, intuiva la sua fine: il salmì, ricetta mitica di babbo, capace di sopire ogni scrupolo delle nostre fameliche coscienze.
Poi c’era l’arrotino, che alimentava il vorticare della mola pedalando sul suo triciclo-officina: le lame di forbici e coltelli, stremate dalle troppe arrotature, stridevano di rabbia suscitando scintille formidabili, più grosse di quelle dei bengala che, eccezionalmente, ci compravano per la notte di Capodanno. Già, Capodanno: di lì eravamo partiti, di lì è partita la piena della memoria. Che ora fluisce verso la festività successiva, quella della Befana. E la Befana “calava”: proprio così si diceva, perché allora era lei, non Babbo Natale, che calava dai camini. E riempiva le calze di poche cose, ma per noi piccoli tesori: solo roba mangereccia, che i nostri figli ci tirerebbero dietro, ma che allora per noi erano un lusso. Erano arance, caramelle, monete d’oro di cioccolata e, in fondo, un pezzettino di carbone vero, tanto per non farci montare la testa. A volte, la Befana veniva di persona, ed erano brividi di deliziosa paura: una vecchiaccia burbera, che ci faceva il terzo grado, sotto i cui panni non riconoscevamo, o non volevamo riconoscere, qualche compiacente amica di famiglia. E quando accadde, quando dovemmo arrenderci all’evidenza delle mentite spoglie, fu una delusione grossa.
Ecco, questo succede a stuzzicare i ricordi: fanno come gli pare, ti colgono a tradimento, ti scarrozzano su e giù in altri tempi, altri mondi, che credi ormai fuori di te e che invece ti porti dentro. E ogni volta è una bella scoperta: e capisci che è da lì che ci viene, a noi ex bambini di allora, il rispetto per tutte le cose. E per tutte le persone. E per ogni tipo di lavoro. E la fantasia, e lo stupore, e la curiosità, e la parsimonia. Tutto ciò che i nostri figli prodighi scambiano per moralismo, taccagneria e, forse, precoce e pervicace coglionaggine. Chissà, forse aveva ragione babbo quando, con evidente contraddizione data la nostra infanzia indigente, ci diceva: “Fiji, ad’è lo troppo che ve nòce…!”. Già, forse è il troppo che nuoce.




