"Settembre, capu d'immerno", si diceva una volta, non molto tempo fa, quando le stagioni erano fedeli a se stesse. E settembre, con la sua mite frescura, arrivava a temperare forse la più allegra delle fatiche agresti: la vendemmia. Festa grande, oltre che fatica: i grappoli turgidi e ancora caldi di sole venivano spiccati a mano, uno ad uno, deposti nelle ceste, rovesciati nei carri e trasportati alle mastodontiche tinozze allestite sulle aie. La lunga fila operosa di villani e villanelle si snodava paziente tra i filari, al ritmo scandito dai canti.
Parrebbe una visione sdolcinata, troppo bucolica e oleografica: forse sì, in fondo la fatica e il sudore hanno poco di poetico. Ma fatica e sudore allora significavano soprattutto serena accettazione di un destino pesante, vissuto però all'insegna della creazione e non della condanna: prendersi cura dei campi era una forma di amore, era sentirsi parte integrante e funzionale del grande quadro della natura, ovvero della vita. Una appartenenza mai rinnegata, da testimoniare tutti insieme, sotto il segno della condivisione. E il premio era, per tutti, la ricchezza del raccolto: arrivava quasi sempre, e allora si condivideva la gioia. Quando non arrivava, e mai per negligenza, si condividevano i disagi, con rassegnazione serena. Così scorreva, da gennaio a dicembre, con ritmo immutabile e rassicurante, il calendario della natura e della vita agreste.
Ma settembre era tutta un'altra musica: mese in cui i retaggi pagani hanno forse resistito di più, mese dominato da Bacco, da Dioniso ebbro, dal dio dell'uva e del vino. E l'allegria si propagava tra i filari, alimentata dai canti allusivi, dai frizzi e dai lazzi. Anche perché, un tempo, era proprio dopo la vendemmia che si consolidavano col matrimonio i legami allacciati magari nel corso dei precedenti appuntamenti corali col lavoro dei campi: complici e ruffiane la mietitura e la trebbiatura, pronuba la vendemmia. E allora i giovanotti facevano la ruota e cantavano: "Ecco 'rriata arfine quella data / che l';ua doventa dorge e saporita / e a casa fa portà la donna amata". E la donna amata si metteva in mostra, a sua volta, con ingenua malizia, profittando della pigiatura: gonne alzate fin sopra le ginocchia, gambe nude affondate tra i grappoli, ritmo incalzante dei piedi e del respiro che gonfiava i corsetti. Una vera orgia dionisiaca, ma tenera e ingenua; pagana, ma non peccaminosa. Come paganeggianti, alla buona, erano i pronostici: le vergare più anziane, ad esempio, controllavano con apprensione che tra i grappoli e sui bigonci del mosto ronzassero abbondanti le vespe. E, più ce n'erano, più segretamente si rallegravano, esorcizzando così l'antico detto che diceva: "Vellegna senza vespe, immerno senza vecchie"! E, in attesa che il vino nuovo canti nei tini e venga buono, scorreva nelle gole quello vecchio. Oppure ci si accontentava dell'acquaticcio, fatto mettendo a mollo le vinacce nell'acqua: poiché, saggiamente, nulla doveva andare sprecato.
Come nulla si perdeva anche di un altro prodotto della terra che è stato il pilastro della povera economia di innumerevoli generazioni campestri: il granturco, il fratello povero del grano. Perché mentre l'oro della terra, il nobile frumento, spesso era lesinato ai contadini dall'avara bilancia del padrone, col granturco si chiudeva un occhio. E col granturco si mangiava tutti, cristiani e bestie. Dentro le cucine fumose, sulle arole e nei camini, borbottavano i paioli di polenta, che poi irrompeva sulle spianatore come un fiume dorato, condita ora meglio ora peggio, e aggredita su tutti i fronti dalle "cucchiarelle" fameliche dell'intera comunità familiare. Negli stalletti dei maiali, le pannocchie più rovinate erano un'alternativa alla broda; nelle stie e sull'aia, polli e oche accorrevano al richiamo della vergara che sventagliava raffiche crepitanti di chicchi. E crepitanti erano pure i giacigli: sacconi gonfi di foglie di granturco, secche e fragranti, che rendevano edotte tutta la comunità delle attività notturne di vergaro e vergara! I mazzi di pannocchie intrecciate erano appesi ovunque, al riparo di stalle, tettoie e porticati. E tutto ciò era il prodotto finale di un'altra cerimonia agreste: "lo scartozzà". Ovvero: lo scartocciare, l'operazione con la quale le pannocchie venivano liberate dello stretto viluppo di foglie che le avvolgono. E anche "lo scartozzà" era occasione di festa, una festa prettamente muliebre, che si spostava di aia in aia. Il lavoro, infatti, era affidato soprattutto alle donne: sedute in cerchio, le abili dita danzanti di pannocchia in pannocchia, le chiacchiere, i canti al suono degli organetti.
Due appuntamenti di lavoro agreste, la vendemmia e lo "scartozzà", che esistono ancora. Come esistono ancora la mietitura e la trebbiatura. Solo che a svolgerli, ora, ci sono macchine rombanti e operai solitari: questo è progresso, e il progresso non è in sè né buono né cattivo. Ma che altri due appuntamenti corali di lavoro e di festa non esistano più significa che si è estinto un popolo, che è stata spazzata via una cultura ancestrale: che sono state tagliate delle radici. E, a riannodarle, purtroppo non basta qualche rievocazione folkloristica: sagre del "come eravamo" che, nonostante la buona volontà, spesso non fanno che acuire un irrimediabile senso di perdita.




