Ogni mattina, domeniche escluse, alle 6.30 muove verso l’alto la saracinesca del numero 52 di Corso Cavour, proprio di fronte all’ingresso del Tribunale. In un vortice di cappuccini, brioche, caffè e tramezzini, la sua giornata scivola via all’insegna di una disarmante normalità. Nonostante l’infamia a mezzo stampa. Chen Xiaowei ha quasi 24 anni. Nel 1999 ha abbandonato la sua terra, lo Zhejiang, una provincia lungo la costa orientale della Cina, per raggiungere sua madre. Che un tetto, in Italia, lo aveva trovato già quattro anni prima. Gli articoli su di una fantomatica Chinatown nel centro storico della città - eravamo alla fine di febbraio - non le hanno rubato la quiete e soprattutto la voglia di vivere. Lavorando, nel suo Bar del Corso. Quelle pagine, rimarca inseguendo vocaboli di una lingua che vorrebbe imparare “molto meglio di adesso”, ha però aperto le cateratte dell’intolleranza. Dalle auto in corsa Xiaowei ha raccolto diverse esternazioni. Tutte di matrice xenofoba. Ma la sua gentilezza nei confronti dei clienti non è mai venuta meno. Così come il suo amore per la città di Fermo, nonostante viva da anni ad Offida, dove ha frequentato anche le scuole medie.
“Smettiamo di parlare di minaccia cinese. Noi vogliamo restare qui e lavorare bene con tutti. Tutto quello che facciamo è regolare. Di questo dovrebbero occuparsi i giornali, piuttosto che del nostro accento”. E di questo, come di altre storie, vogliamo continuare ad occuparci dalle colonne del Corriere News. In controtendenza rispetto ai demenziali annunci di posti sui bus riservati agli autoctoni. Alle differenziazioni scolastiche imposte per legge. Ad una deriva che sta cancellando, subdolamente, il nostro senso civico. A chi, preda di una miopia tutta ideologica, continua a negare la multiculturalità della nostra comunità. Nonostante la storia. E nonostante una carta costituzionale.






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