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  Giovedì, 28 Luglio 2005

Campeggio: che avventura!

- Con tenda o camper alla conquista del mondo
Loredana Tomassini



Un tempo il campeggiatore era uno spirito libero, un’anima vagabonda e libertaria che, sacco in spalla, partiva senza meta e dove lo coglieva la notte si accampava: per materasso, l’erba d’un prato o la sabbia d’una spiaggia, e per tetto l’universo sconfinato. E se ti “scappava”? Una buchetta e via. Gente così ce n’è sempre stata, giovani soprattutto: basta pensare ai Figli dei fiori dei mitici Anni Sessanta, che hanno percorso il mondo, “quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali”…
E quelli che non avevano lo spirito dell’hippy, avevano quello del Boy Scout: chi non ricorda l’avventura di quei campeggi tra i boschi di Ussita? E non dovevi chiedere il permesso a nessuno: sceglievi il posto e ti accampavi. Tassativamente in riva a un torrentello: a valle ci piazzavi la palafitta per le necessità corporali, con l’acqua corrente che ti faceva da sciacquone, e a monte si attingeva acqua cristallina per bere e cucinare. Per le suppellettili e i fuochi, facevi man bassa del bosco. A pensarci adesso, con sana coscienza ambientalista, c’è da vergognarsi, ma… cavolo, se era bello!
Poi, giustamente, l’era del campeggio selvaggio è finita e sono arrivate le regole: permesso campeggiare solo in zone autorizzate, attrezzate e circoscritte. Ed è cominciata anche da noi l’epopea dei Camping, orrida parola americana che, almeno all’inizio, riecheggiava la ben più sinistra parola tedesca Kampf . E, in effetti, i primi campeggi sorti sulle nostre coste avevano l’aspetto desolato e angosciante di un campo di concentramento: c’era un reticolato nudo e spoglio che racchiudeva un’area nuda e spoglia dove mani di belle speranze avevano piantato file stente di alberelli filiformi, del tutto incapaci di proiettare ombra sulle tende che il solleone trasformava in forni crematori. I servizi erano baracche prefabbricate con qualche “turca” e rubinetti in sequenza attaccati a tubi sporgenti dal suolo. Insomma: gente normale non ci sarebbe mai andata. Ma ci andavano. Chi erano? Il nascente popolo delle ferie, quello delle grandi metropoli del nord che il primo agosto sciamava dalle fabbriche, caricava l’utilitaria di masserizie e prendeva d’assalto l’Adriatico. Va bene che il posto fisso era già una conquista ma, allora come ora, non c’era da scialare e l’albergo o la pensione erano un miraggio per i più. E allora, camping, ovvero: tenda. L’era dei Camper è arrivata più tardi: all’inizio per pochi, poi pian piano la casa a quattro ruote ha quasi del tutto soppiantato la tenda.
Nel frattempo, gli alberelli stenti sono cresciuti, gli operatori turistici della nostra costa hanno imparato il mestiere e i nostri camping hanno cambiato faccia: adesso sono strutture all’avanguardia, eleganti, ben servite, immerse in vegetazione quasi tropicale. Ma fare il campeggiatore richiede ancora spirito d’avventura e forza d’animo. Perché così come non è facile convivere in un condominio di cemento, più difficile ancora è la convivenza in un condominio di ruote o di tende: e un campeggio, questo è. E senza le comodità di casa tua. Con i gomiti a stretto contatto col vicino, coi rumori dei vicini dentro le orecchie, con le zanzare che ti hanno seguito da casa e ti mangiano vivo, con gli zampironi che annullano l’effetto balsamico delle pinete, con la cucina da campo che fa le bizze, con tuo marito che si rifà gli occhi sulla vicina di tenda, con l’intimità che va a farsi benedire. Ma poi ci sono i pro: il mare è a due passi, i bambini fanno banda, magari c’è anche la piscina, tutto intorno c’è un territorio affascinante da esplorare. E ogni anno si può scegliere una meta diversa per le proprie vacanze, a costi tutto sommato abbordabili rispetto a quelli degli alberghi.
E poi, sotto sotto, campeggiare sia pure in modo circoscritto, codificato, intruppato, ti dà ancora il senso dell’avventura, stuzzica quei residui d’anima vagabonda e avventuriera che sonnecchiano in ogni animo umano, anche in quello dell’impiegato al catasto o dell’operaio della Breda. E quando a notte inoltrata si spengono i rumori, e sul camping cala la coltre del silenzio, nei fumi del dormiveglia il traffico della Nazionale ti sembra il rumore della savana…






gennaio 2012
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