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  Giovedì, 26 Maggio 2005

Trentenni nella “tana” di mamma e papà

- Una condizione condivisa da tanti
Alessandro Sabbatini



Avere trent’anni, vivere ancora in casa con i genitori e non sentire, almeno nell’immediato futuro, nessuna voglia o necessità di “spiccare il volo”: un’anomalia mezzo secolo fa, una scelta discutibile venticinque anni fa, una cosa normale oggi.
Nella realtà locale, ma più in generale in Italia, sono tanti i trentenni che non sono ancora andati via di casa, soprattutto se raffrontiamo questa condizione con quella dei coetanei di altri paesi europei, dove l’età del distacco dalla famiglia avviene molto prima.
Siamo andati ad intervistare qualche degno rappresentante di questo spaccato della nostra società, e, a dire il vero, scovare nel mucchio dei “classe ‘75” legati ancora alle sicure mura domestiche dei genitori non è stato affatto difficile. “E’ vero – attacca Antonio – qui non si tratta di mosche bianche. Personalmente conosco più ragazzi della mia età che vivono a casa con mamma e papà, sia fidanzati che single, rispetto a quelli che se ne sono andati a vivere da soli o che si sono sposati”. Anche per Alessio l’andare via a trent’anni è, ad oggi, l’eccezione: “A meno di situazioni particolari o difficili si tende a rimanere a casa. Tra pochi giorni si sposa un mio coetaneo e la cosa pare strana a me e ai miei amici, è come se avesse bruciato le tappe con una scelta troppo anticipata”. “Il fatto - secondo Luca – è che quella di rimanere a casa non è una vera e propria scelta ma una situazione naturale. Sarà per il discorso dell’allungamento delle età biologiche, o perché studiando all’università si fa una vita da adolescenti tra libri e amici fino ad oltre venticinque anni: a trent’anni non si sente ancora l’esigenza di fare fagotto e andarsene”. “C’è anche un altro fattore – dice Antonio - e questo forse giustifica il fatto di rimanere in famiglia e lo riabilita rispetto a quanti vedono in tale condizione solo i tratti foschi dell’insicurezza e della comodità: oggi rispetto al passato non si sente più lo stacco generazionale, mi spiego: per mio padre e mia madre andare via di casa era praticamente una necessità in quanto avevano avuto esperienze di vita, soprattutto grazie agli studi, completamente diverse dai loro genitori. Questa distanza tra una generazione e quella precedente si sentiva eccome ed, arrivati ad un’età minima che permettesse una certa indipendenza, ci si “lasciava” con la propria famiglia. Oggi non è così: il livello culturale, il tipo di vita che faccio non è poi diverso più di tanto dai miei: a casa si parla, si commentano le notizie, si vede la partita insieme, ci si sfoga, insomma, c’è sintonia. Per tanti motivi sento che i miei si stanno trasformando da genitori in veri e propri amici”. “Senza dimenticare – ribadisce Alessio – che c’è anche un ragionamento economico da fare: rispetto al passato si inizia a lavorare più tardi e in molti casi il lavoro poi non è stabile e rende poco: in tale contesto vivere da soli o addirittura metter su famiglia è davvero difficile ed allora ci si appoggia in famiglia. E’ una valvola di sicurezza che consente di fare scelte lavorative complesse che comportano ad esempio la pratica in uno studio professionale, un master di specializzazione, o semplicemente per compiere più esperienze lavorative in vista di un impiego che realizzi la persona, avendo un sostegno economico oltreché, come nel mio caso, psicologico. Questo comporta scegliere e non “subire” un lavoro per necessità”. “E qui viene il rovescio della medaglia, – ribatte Antonio – avere il “di dietro parato” va bene per avventurarsi senza troppi rischi nella jungla del mondo lavorativo attuale, però si perde un po’ il senso della responsabilità. Si ha paura di affrontare autonomamente i problemi, di trovarsi soli, a tu per tu con la vita. Spesso non abbiamo la piena coscienza delle nostre qualità e delle nostre possibilità proprio perché non ci mettiamo mai veramente alla prova, in situazioni che inizialmente possono portare un forte disagio ma che alla lunga formano, e tanto!”.
Pro e contro quindi, di uno stile di vita ad oggi normale, di una “non-scelta” praticata da tanti che non va sicuramente esaltata ma neanche, a parere di chi scrive, condannata a priori, ma che va vista come una condizione dettata dai tempi, dalle circostanze e, a volte da situazioni personali di persone che comunque una testa sulle spalle ce l’hanno e che, abbiamo appurato, funziona.






maggio 2012
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