Da quando l’economia industriale e post-industriale ha sostituito quella agricola, anche le tradizioni legate al mondo dei contadini sono state repentinamente. E come, con l’arrivo di maggior benessere economico, si buttava via mobili, suppellettili e corredo per seguire le nuove mode, così si lasciava cadere rituali e usanze radicate per tanto tempo in una realtà che stava cambiando rapidamente. A noi piace ogni tanto raccontare piccoli pezzi di quella storia per restituirli alla collettività, figlia di quel passato di cui ha perso la memoria. Sulle tradizioni legate al primo maggio c’è molto da raccontare. vogliamo ricordarne alcune: il cantar maggio, il piantar maggio e le serenate di maggio. In quest’azione di “recupero”, prezioso è stato l’apporto di Gastone Pietrucci, antropologo-musicologo e instancabile ricercatore di tradizioni contadine su tutto il territorio regionale.
“ La pratica di cantar maggio ossia di “portare l’augurio di maggio” va inesorabilmente scomparendo per polverizzazione della civiltà contadina, afferma Pietrucci. Fino a qualche decennio fa la notte tra il 30 aprile e il 1° maggio quattro/cinque cantori contadini, al suono dell’organetto, portavano il canto del maggio di famiglia in famiglia, contrada per contrada per le campagne e rientravano all’alba, pieni di doni polli, uova, salumi, formaggio…. Era un canto di questua, un canto propiziatorio, si cantava e poi si chiedeva il dono; più il dono era grande, più c’era la speranza di buoni raccolti e di buona salute per la famiglia contadina.
Abbiamo documentato anche il piantar maggio, prosegue Pietrucci, addirittura su questa tradizione c’è stata fatta una tesi di laurea l’anno scorso. Il piantar maggio, oltre ad avere significati prettamente sessuali, era una prova di forza: dei giovani andavano prima a individuare l’albero (un pioppo o un olmo) poi, calar della sera tornavano, lo tagliavano a colpi d’ascia e con la forza delle braccia lo portavano in paese. Veniva quindi piantato e guardato a vista per difenderlo dalle incursioni dei vicini. Se era rubato, doveva essere recuperato o subito sostituito con uno tagliato di nuovo, ne valeva la reputazione dei giovani del paese”.
Un’usanza questa che affonda nei tempi lontani, tanto che ne parla anche Luigi Mannocchi, ricercatore di usanze contadine di inizio secolo e a tal proposito afferma: “Era l’albero sotto il quale si commettevano le oscenità. Occorsero editti severissimi ad impedire le scostumatezze”. Piantar maggio è ancora oggi un'espressione gergale di antichissima origine che significa: fare all'amore. Non vi è dubbio - ce lo tramandano i vecchi - che il piantar maggio è qualcosa di più del semplice atto sessuale. Ha un carattere di trasgressione e di straordinarietà. Un dubbio rimane: fare l'amore con il proprio compagno o la propria compagna è piantar maggio? Riteniamo che ognuno sia libero di darsi la risposta che preferisce, o almeno, quella che può permettersi.
Poi c’erano le serenate di maggio. Dal primo maggio, ci conferma Pietrucci, i ragazzi portavano il maggio (fiori di rosa, di viola, di giglio) davanti alle case delle ragazze belle e cantavano serenate con versi appassionati. Alle ragazze brutte o che si erano comportate male venivano lasciati fiori di sambuco, gusci di uova, rami di spini e i canti usavano fraseggi ingiuriosi e offensivi. Il canto era un’importante mezzo di comunicazione: nella civiltà contadina, molto rigida e di poche argomentazioni, quello che non passava con il colloquiare comune, passava attraverso il canto: amore, invettiva, intenzioni licenziose oppure oscene. Il canto permetteva tutto quello che non poteva essere detto. E maggio, a quei tempi, era il mese del cantare.






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