Inutile nascondersi: la legislazione attuale in materia di lavoro interinale offre alle aziende delle possibilità a dir poco allettanti. Se al miglioramento dei servizi offerti dalle singole agenzie, avvertito soprattutto negli ultimi 2 anni, aggiungiamo una eloquente impennata sotto il profilo qualitativo con personale sempre più specializzato, ecco spiegato il perché dell’esplosione di un fenomeno che in proporzione è paritario a quello registrato negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia. Il costo del servizio, lamentano le aziende, è ancora su livelli alti, ma il vantaggio è innegabile. Quando si è impegnati con una produzione sul breve periodo, quando si manifestano dei picchi di lavoro o quando si verificano assenze tra i lavoratori, l’organizzazione diviene più difficoltosa. Ecco quindi che, attraverso le agenzie di lavoro temporaneo, al grido di “prima si impara e meglio è” si va a ricercare personale già conosciuto o studenti, soprattutto nei periodi estivi.
Fin qui tutto bene. Ma il problema di fondo resta, naturalmente, la situazione occupazionale del territorio. Il numero di assunzioni a tempo indeterminato rassenta lo zero. E gli stessi responsabili d’azienda, se da un lato confermano come questo meccanismo danneggi il lavoratore, stretto nella morsa della precarietà, dall’altro alla domanda se questo ricorso non sia diventato un abuso in piena regola si trincerano dietro un assordante silenzio. Una forma mentis imprenditoriale contagiosa, che azzera quel senso di responsabilità sociale che ha caratterizzato l’attività delle nostre aziende negli ultimi decenni. A vantaggio, oggi, di un turnover che non garantisce alcuna prospettiva di crescita.






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