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  Lunedì, 16 Marzo 2009

ZELO COMPIACENTE

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di Andrea Braconi



Il conflitto in atto sulla memoria storica di questo Paese trova nella città di Fermo, da alcuni anni, terreno piuttosto fertile. Una delle scelte più controverse e discusse, lo ricorderete, fu l’intitolazione di una parte di Via Bellesi (giovane partigiano morto durante la Resistenza) ai martiri delle Foibe. L’anno era il 2006 e la sollevazione dell’Istituto Storico, dell’ANPI e di centinaia di cittadini spinse l’Amministrazione comunale a bloccare la procedura intrapresa. Non una censura sugli eccidi compiuti in Venezia Giulia e Dalmazia, venne sottolineato dai manifestanti, ma piuttosto la necessità di non strumentalizzarne la drammaticità a fini meramente politici.
Nel corso del tempo, la ricorrenza del 10 febbraio, conosciuta come Giorno del Ricordo, ha permeato le coscienze, riportando luce su quella che il Presidente della Repubblica Napolitano ha recentemente definito “la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio”. Un oblio, va precisato, che trova inequivocabili responsabilità nelle forze di governo e di opposizione degli ultimi 60 anni, Democrazia Cristiana e Partito Comunista in testa.
Tornando alla nostra Marca, l’alternanza di episodi ambigui pone più di un dubbio sulla tenuta del senso e della pratica democratica in questa città. Ci riferiamo al patrocinio e all’accoglienza in pompa magna al pregiudicato Marcello Dell’Utri (che illuminò gli astanti con una celebrazione postuma di Benito Mussolini), nonché alle presenze di Luigi Ciavardini (ex terrorista dei Nuclei Armati Rivoluzionari) e Rutilio Sermonti (esponente di spicco del direttivo di Ordine Nuovo), il secondo ospitato al Caffè Letterario lo scorso dicembre.
Si arriva a venerdì 13 marzo 2009, con la revoca dell’utilizzo dell’Aula Multimediale per il convegno "Operazione Foibe. Una menzogna tutta italiana", organizzato dal Collettivo Antifascista. Avendo già evidenziato alcuni elementi cruciali nella lettura dell’evento storico, intendo porre la questione oltre qualsiasi arido steccato ideologico. Ritengo, quindi, doverosa una risposta sulle reali motivazioni che hanno spinto la stessa zelante Amministrazione (qualcuno arriva a definirla compiacente, visto il perfetto sincronismo con le rimostranze di qualche esponente politico) a negare uno spazio pubblico - dopo averlo concesso, con tanto di documentazione protocollata! - ad una realtà cittadina.
Oltre che artefatta, la motivazione che la sala multimediale “non può esser concessa in quanto non rispondente nei contenuti a quanto riconosciuto dalla Legge Italiana (L. 30 marzo 2004, n. 92)”, stride terribilmente con i benvenuti elargiti nei mesi precedenti.
Inutile porre l’accento sull’inesistenza di vincoli contenuti dalla stessa Legge 92 in merito non ad un dissenso ma piuttosto ad un approfondimento (perché di questo si è caratterizzata l’iniziativa del 13 marzo, svoltasi poi presso la sede dell’ANPI).
Superfluo anche ricordare la libertà di espressione garantita da un Costituzione sempre più nel mirino di revisionisti invasati.
L’interrogativo è, al contrario, piuttosto elementare: siamo di fronte ad un segnale politico particolare, ad una sorta di arrogante dispotismo da campagna elettorale, oppure questa pericolosa censura è la solita allucinazione di stagione in attesa di smentita?






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