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  Martedì, 08 Febbraio 2005

Quelli che fanno la moda

- La Cina non è solo un pericolo, ad esempio, ma una grande opportunità

Abbiamo ancora capacità di stare sui mercato di alto livello, ma bisogna crescere




Nell’epoca del griffato e dell’immagine, non è difficile far notare come anche nel settore della calzatura la politica della griffe sia ormai vincente.
Inutile fare i nomi, ma nella hit parade delle aziende-immagine che hanno fatto diventare il loro prodotto un vero cult del mercato, molte sono della nostra zona, dimostrazione efficace che anche da noi è possibile fare moda e tendenza.
Un Diego Della Valle è patrimonio del nostro distretto calzaturiero, un esempio imitabile di fiuto imprenditoriale che ha dimostrato come dal villaggio si arrivi alla metropoli con le capacità di innovare, di rischiare, di anticipare i fenomeni. Facendo e non parlando.
Negli ultimi mesi si parla insistentemente del prodotto cinese come grande male per la calzatura italiana: la scarpa cinese, grande produzione e basso costo, protetta da misure del mercato di origine che non mettono alla pari la nostra e la loro produzione, occupa spazi sempre maggiori che toglie al nostro prodotto.
Eppure proprio la Cina è l’eden delle griffe italiane, tutte in corsa per aprire show-room e distribuzione diretta. Perché la Cina che ora guarda l’occidente ha decine di milioni di abbienti con forte capacità di spendere, che come tutti gli abbienti vogliono il meglio, vogliono la moda, vogliono emergere. Ecco dunque che la moda italiana è fra gli obiettivi primi di questo nuovo consumismo all’occidentale.
Fenomeno talmente evidente che non per un caso lo stesso presidente Ciampi ha guidato una nutrita schiera di industriali italiani (anche delle scarpe) per aprire loro una lettera di credito istituzionale sul mercato cinese.
Ci sono anche imprenditori di questa zona che a New York fabbricano per i piedi di note star scarpe da diverse migliaia di euro, altra testimonianza di come esiste un mercato dove possiamo essere i primi.
Per tutto c’è una morale: il mercato possibile per la nostra produzione è ormai quello che il sistema produttivo internazionale ci lascia, che è quello di alto livello, griffato. Ritorniamo a quello che dicevamo nell’apertura, che conferma come le nostre aziende abbiano bisogno, se non hanno mezzi e strutture proprie, di essere in rete per stare sul mercato.






gennaio 2012
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