Quanto incide la crisi del comparto calzaturiero fermano-maceratese sull’economia del nostro territorio? E, più in particolare, quali sono i risvolti socio-economici per i tanti lavoratori del distretto?
Molto preoccupato è Alfonso Cifani, Segretario Generale della CISL della Provincia di Ascoli Piceno: “Nel 2004 ufficialmente ci sono state 4.800 richieste di cassa integrazione ordinaria. Significa che 4.800 lavoratori per un periodo dell’anno più o meno lungo, hanno percepito 700 euro al mese. Tra l’altro questa cifra spesso è ridotta perché non sempre le aziende in difficoltà finanziarie anticipano il 100% della cassa integrazione”.
Roberto Broglia, Segretario Responsabile della UIL della Provincia di Macerata, sostiene che la crisi del nostro sistema, invidiato per le sue capacità imprenditoriali e addirittura copiato in Italia e all’estero, dipende dal forte rallentamento dell’economia nazionale. Le conseguenze ricadono solo sulle spalle dei lavoratori e dei dipendenti, in genere con una diminuzione dei diritti contrattuali e delle tutele sociali, mentre nello stesso tempo assistiamo ad un aumento del lavoro sommerso e ad una spericolata rincorsa alla delocalizzazione delle imprese, con effetti ancora più allarmanti per il futuro.
Ma ci sono vie d’uscita? “Il problema è serio” – spiega Cifani – si prospetta un aprile/maggio terrificante in quanto, una volta terminata la produzione per la stagione estiva, molte aziende si adopereranno per ridurre il personale. I tagli saranno massicci specie nelle aziende che producono scarpe da bambino. Come uscirne fuori? I sindacati CGIL, CISL e UIL stanno prima di tutto agendo concretamente nel breve termine. In tal senso siamo riusciti ad ottenere nel 2004 un intervento straordinario che prevede l’utilizzo dell’ammortizzatore sociale della cassa integrazione straordinaria anche per i dipendenti delle ditte artigiane. Altro indispensabile passo riguarda l’organizzazione di un tavolo di concertazione, al quale siedano le organizzazioni sindacali, le associazioni datoriali, gli enti pubblici, il Coico e le associazioni dei commercialisti che rappresentano moltissime persone non associate”.
Entriamo nello specifico: “Quando si parla di formazione finora ciò è stato inteso come un business per chi la faceva. In realtà la massa dei lavoratori non è stata coinvolta da processi formativi adeguati e necessari per fare un salto di qualità professionale. Se vogliamo essere competitivi nel mercato dobbiamo infatti differenziare sempre di più il nostro prodotto da quello fatto dove il costo del lavoro è zero. Bisogna investire seriamente nella formazione professionale del lavoratore ed è necessario che questo sia preparato ad una possibile alternativa occupazionale. Finora da noi ha imperato una monocultura: si sono fatte sempre le scarpe e non si è pensato mai ad un’alternativa. Altra cosa necessaria è creare una politica sindacale che sia pronta a recepire le varie occasioni e possibilità: molte volte sentiamo dire che mancano soldi, poi le aziende non sanno di opportunità importanti come fondi comunitari, regionali, governativi che sono stanziati proprio per la formazione. Quello che lascia perplessi è che oggi c’è la più totale indifferenza ad un processo di crisi che mette in discussione la sopravvivenza stessa del distretto. Le associazioni datoriali in tal senso sono immobili, non cercano soluzioni. Alle nostre sollecitazioni rispondono chiedendo solo clemenza nelle varie fasi difficili dei licenziamenti. Così non si affronta il problema”.
Anche secondo Broglia “per una trasformazione evolutiva è necessario il più utile e moderno apporto di tutte le parti attive dell'economia locale (comprese università e banche). Una crisi questa che ha insite tutte le caratteristiche della strutturalità e non è certo congiunturale, e quindi va aggredita con tempismo e progettualità in positivo. Ecco perché le organizzazioni sindacali stanno ricercando tavoli “aperti” con tutti le altre istituzioni pubbliche o private per aggredire la crisi con accordi e progetti che parlino tra loro in un’ottica di sviluppo ed innovazione. A questo fine sono rivolti i nostri sforzi perché sui lavoratori non cadano i costi sociali ed economici della situazione attuale di cui ancora non si vedono sbocchi velocemente riscontrabili. Aspettiamo quindi una risposta positiva ai nostri appelli che a voce hanno trovato attenti sia enti pubblici che privati ma che fino ad ora non ha portato i frutti auspicati”.






/