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  Martedì, 08 Febbraio 2005

Quando il mercato era nostro

- Da operaio a imprenditore… a operaio
Isabella Cardinali



Non ha molta voglia di parlare e di raccontare la sua storia. Non perché ci sia motivo di temere qualche cosa ma per quella discrezione che, come dice lui, lo “ accompagna da una vita”. C.P., prima residente a Monte Urano e oggi a Fermo, aveva una “piccola fabbrica di scarpe”. Faceva insomma quello che gran parte dei suoi concittadini avevano scelto di fare. Oggi quel piccolo calzaturificio non c’è più. C. P. lo ha chiuso già anni fa. Quando la crisi sembrava ancora lontana. Sembrava, perché aveva già iniziato a colpire. Adesso fa l’operaio quando può, perché “li vogliono giovani, mica vecchi come me”. Dalla campagna, dove affondano le radici della sua famiglia, si è trasferito giovanissimo a Monte Urano e qui ha trovato subito lavoro. Si è rimboccato le maniche, ha cercato di imparare tutto quello che c’era da imparare, ha faticato e risparmiato e alla fine ha deciso di mettersi in proprio. Una scelta importante. “Si faticava da mattina a sera – spiega – ma se non lo si fa quando si è giovani non lo si fa più. Ho voluto imparare un mestiere e poi mi sono messo a fare quello che si dice l’imprenditore. Erano gli anni del boom, le calzature fatte qui da noi andavano fortissimo, si lavorava bene e mi ero anche dimenticato i tanti sacrifici degli inizi. Certo, in fabbrica si stava anche dieci e dodici ore, ma pazienza. Avevo una bella macchina, una bella casa, e facevo tanti regali ai miei figli. Avevo tutto quello che non avevo mai avuto. E come me tanti altri. Mi creda – continua – se le dico che sembrava di vivere nel paese del bengodi ed eravamo convinti che non dovesse finire mai. Pure se ci lamentavano, dicevano che lavoravamo come somari, ma se guardo come siamo ridotti oggi, meglio tutta quella fatica”.
Poi? “Poi è finito il sogno. Il risveglio però è stato lungo. Non so se ne eravamo troppi, non so se ci siamo accontentati della fabbrichetta sotto casa senza guardare troppo avanti e ragionare per migliorarci. Ma chi ci pensava allora? Io ho chiuso quando ho capito di non farcela più. E mi sono messo a lavorare per altri. E ho visto che quanto è accaduto a me è successo ad altri cento. Ma che dico, mille!”






gennaio 2012
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