Crisi strutturale, tutti i numeri in calo, perdita d’entusiarmo: che futuro sarà?
Marzo è notoriamente il mese delle fiere calzaturiere. Il futuro del settore portante della nostra economia si confronta con il mercato e, dopo le anticipazioni di gennaio, alle rassegne di Milano (Micam) e Dusseldorf (Gds) saprà se il prodotto presentato avrà riscosso l’interesse del mercato, raccogliendo, ovvio, ordinazioni per la prossima stagione.
La grande riflessione che ormai da anni viene fatta da addetti e non è sempre quella: ci sarà un rilancio della calzatura? Chi vuol male al settore ha sempre annuito. Chi gli vuol bene, invece, dovrebbe dire la verità: no. Perché rilancio non ci sarà. L’obiettivo, dunque, qual è? Semplice: mantenere le posizioni, far sì che le aziende senza futuro destrutturino senza impatto sul loro conto economico e sul mondo del lavoro.
Sappiamo di essere poco popolari facendo tali affermazioni, ma sarà pure tempo che qualcuno dica la verità vera, e faccia capire al settore che oltre a saper produrre bisogna saper vendere, che oltre al buon prodotto la qualità è della griffe, che il mercato percorribile è quello del marchio e non del prodotto.
Di discorsi in venti anni, tanti sono quelli dell’inizio della grande crisi di settore, i calzaturieri ne hanno sentiti tanti. Di organismi più o meno rappresentativi ne sono sorti a canestri, senza che nessuno abbia saputo dare almeno un brodino caldo alle aziende. Di alibi di periodo ne sono usciti a decine, oggi va di moda la Cina che, è vero, è un pericolo, ma non è più grande di quanto un tempo non lo fosse la scarpa spagnola, o più avanti quella dei paesi orientali e via dicendo.
Il problema, in sostanza, è strutturale. Il mercato non assorbe più le potenzialità produttive italiane. La nicchia più sostanziosa, quella del casual e del medio-basso, è ormai occupata dai produttori di paesi così detti “sottosviluppati”, in grado di piazzare sul mercato prodotti a prezzi improponibili per i costi del lavoro italiani.
Il mercato che regge è quello di taglio più alto, dove alla componente qualità deve necessariamente legarsi la visibilità del marchio e la capacità di distribuzione. Ma questo impone dimensioni strutturali, capacità organizzative, risorse finanziarie che il retail delle nostre aziende, tutte di piccole dimensioni, non possono avere.
Nella nostra inchiesta di questo numero abbiamo sentito, come sempre, gli addetti ai lavori. A volte i loro interventi discordano e, seppure tutti concordano con la tensione del momento, ognuno vede diverse cause e poche volte si presenta una via d’uscita.
I nostri imprenditori, quelli piccoli, debbono fare squadra. Soltanto organizzando una rete propria verso il mercato (un marchio doc, azioni di marketing, sollecitazioni d’immagine, organizzazione di vendita) potranno avere riscontri e occupare nicchie di mercato che altri ormai conquistano.
L’epoca dell’oro non tornerà più. A chi vi parla di rilancio fate un sorriso e andate oltre. Ma continuate a credere nella nostra calzatura. Deve resistere e continuare a produrre benessere per questa terra.






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