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  Martedì, 08 Febbraio 2005

Anni da incubo

- ANCI, parla il direttore Leonardo Soana
Andrea Braconi



Nel dibattito sulle drammatiche difficoltà del calzaturiero, una voce influente è senza dubbio quella dell’ANCI, l’associazione che riunisce i calzaturifici italiani, attiva dal 1945. Il quadro tracciato dal direttore generale Leonardo Soana non si presta ad interpretazioni di circostanza: “E’ una crisi che ha tre anni di vita – irrompe – Il 2001 è stato un anno globalmente discreto, ma il 2002, il 2003 e il 2004 hanno riportato cadute dell’ordine del 4-5% annuo nella quantità dei valori prodotti ed esportati, con conseguenti cadute in termini occupazionali. Non era mai successo per un periodo così lungo”. Un saldo finale negativo, mentre le esportazioni del gigante cinese toccano cifre da capogiro. A questo aggiungiamo un rapporto di cambio euro/dollaro nettamente sfavorevole all’Italia e all’Europa e il crack è servito.
Quali sono gli interventi più significativi dell’ANCI? “Cerchiamo di ottenere il marchio di origine obbligatorio sulle calzature, perché il consumatore deve sapere cosa compra. Abbiamo poi aumentato il numero delle promozioni e delle iniziative all’estero, per accompagnare le aziende su più mercati. Ci buttiamo molto su Russia e paesi limitrofi: l’incremento delle iniziative riguarda Ucraina, Kazakisthan e Bielorussia, mentre in Europa ci rivolgiamo soprattutto a Francia e all’area del Benelux. In Germania investiamo soldi a favore del Made in Italy in una fiera a Monaco, nonostante il regresso tedesco. E non dimentichiamo il mercato statunitense”.
Altro elemento cruciale è la formazione. “Stiamo realizzando un grande progetto per la scuola, per rivitalizzare in certe aree figure professionali che mancano. Pensiamo alla firma di un protocollo di intesa con il Ministero, per rilanciare scuole di preparazione quadri e operai nei vari distretti calzaturieri”.
Torniamo allo spettro della Cina e alla disparità di trattamento dei nostri prodotti sul mercato internazionale. “Stiamo monitorando dal primo gennaio l’andamento delle importazioni cinesi, a seguito delle cadute delle quote. Controlliamo che non avvengano aumenti sproporzionati, agendo con misure di salvaguardia e anti-dumping in sede europea. Quando noi esportiamo verso la Cina (pochissimo, al contrario di Hong Kong) abbiamo bisogno di pagare un dazio del 24%, mentre quando esportano loro si imbattono in un 8%. Inoltre, non devono dotarsi di alcun licenza, al contrario di noi. Dal primo novembre siamo però riusciti, per le calzature in pelle, a rendere obbligatoria questa documentazione”.
Ma il dazio resta impari. “E non solo: esiste di fatto una politica cinese del non acquisto dall’estero, un protezionismo occulto, mentre non è così nelle loro esportazioni verso il mondo. Lì sono sostenuti dal governo e hanno una sovvenzione all’esportazione: se esportano 100 ottengono un 15% dallo stato sul valore della merce”. Riassumendo: vantaggio del costo della manodopera, vantaggio monetario, vantaggio del dazio (tre volte inferiore) e aiuto all’esportazione. Posso essere definite regole queste?



Per informazioni: tel. 02/438291 - www.anci-calzature.com




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