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  Venerdì, 14 Novembre 2008

L’anacronismo del maestro unico

- Quello che non interessa i “contabili”

Riflessione sulla mobilitazione delle conoscenze

di Marco Moschini (insegnante)



I bambini hanno bisogno di docenti che sappiano insegnare non solo conoscenze (Machiavelli diceva: “C’è gente che sa tutto, ma è tutto quello che sa”) ma anche come si mobilitano queste conoscenze per poter diventare competenze per la vita. Per questo motivo, come afferma Cinzia Mion, serve un pensiero più riflessivo, non solo riflettente le conoscenze scolastiche. Un pensiero che sappia creare nessi, relazioni, interpretare fatti ed eventi, cercare il senso e il significato di ciò che accade. Un pensiero che sappia coniugare logiche diverse anche contrapposte, come innovazione e continuità, autonomia e dipendenza, uguaglianza e differenza in una società multietnica complessa, all’interno della quale diventa indispensabile imparare ad ascoltare i punti di vista diversi per saperci confrontare (Umberto Eco afferma che ”uguaglianza significa che tutti hanno il diritto di essere diversi l’uno dall’altro”).
Per questo motivo la professionalità docente non può essere “elementare”, ma deve essere più approfondita; per questo i docenti sono da considerare una “comunità professionale” all’interno della quale abbiano l’opportunità di de-privatizzare le loro prassi metodologiche, confrontarsi e arricchirsi vicendevolmente.
Per questo motivo il maestro unico tuttologo è un anacronismo.
Si afferma che i bambini hanno bisogno di un punto unico di riferimento; ma ci si accorge che con questa affermazione si fa l’elogio della famiglia monoparentale?
Ma alle parole di Cinzia Mion vorrei aggiungere due cose.

La prima è che il modulo “3 su 2” comporta 3 insegnanti su 2 classi; il che vuol dire, dal punto di vista aritmetico, 1 insegnante e mezzo per ogni classe. Tutta la manovra, quindi, è per eliminare mezzo insegnante per classe, il che comporta anche la riduzione di 4 ore di scuola: da 28 a 24 settimanali.

La seconda è che il Quaderno Bianco sulla scuola rilevava che su 100 alunni della primaria, in Italia ci sono 9,3 docenti, mentre ce ne sono 5,3 nei Paesi OCSE; nella secondaria di primo grado 9,7 per l’Italia contro il 7,3 dell’OCSE; nella secondaria di secondo grado 8,7 per l’Italia e 7,9 per l’OCSE.
Allora hanno ragione: in Italia ci sono troppi insegnanti rispetto al numero degli alunni. Ma una lettura più attenta rivela una realtà decifrabile in termini diversi.
- Nel resto d’Europa gli alunni disabili frequentano scuole speciali, e gli operatori che se ne occupano non vanno ad aumentare il numero dei docenti: in Francia, ad esempio, per questi bambini viene destinato un organico di 280.000 operatori sociali, che appartengono ad amministrazioni diverse dalla scuola. In Italia una lettura illuminata dell’art. 3 della Costituzione ha permesso, non senza fatica, provvedimenti di inclusione, integrazione e pari opportunità.
- Ci sono in Italia 25.679 insegnanti di religione cattolica (di cui 14.670 di ruolo) che vengono conteggiati nel numero dei docenti, mentre negli altri Paesi questo non avviene.
- Da noi circa il 35% della scuola primaria funziona a Tempo Pieno (con 70.000 insegnanti in più rispetto al tempo normale) e con un numero doppio di insegnanti rispetto ai Paesi con la metà delle ore. Le ricadute in termini sociali, di qualità della vita, nonché l’avanzato livello in termini di elaborazione pedagogica e di successo formativo di queste scuole non sono elementi che sembrano interessare i “contabili” della scuola pubblica.






gennaio 2012
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