Soprattutto l’università va cambiata perché crei diritto al lavoro
Il caos è uscito dalla scuola. Ora è in piazza, quella piazza dove tutti soffiano perché faccia ancora di più la piazza. Addirittura si è arrivati allo scontro fisico fra pro e contro la riforma (che riforma non è) Gelmini.
La politica dice di starne fuori ma ammicca alla piazza. Dicono i capi della protesta studentesca che non vogliono strumentalizzazioni di colore, ma alla fine diventa chiaro che la personale passione finisce per dare un senso di parte alla contestazione.
Le novità, proprio per essere tali, solo sempre contrastate. In questo contesto una cattiva informazione ha fatto il resto, divertitasi nei primi giorni a dare conto di una grande protesta che, se guardate oggi, è già andata dalle prime alle pagine interne, dai titoli di scatola alle brevi.
Non vogliamo fare la morale a nessuno. Siccome, però, tutti sono concordi sulla necessità che la scuola cambi, su questo tema ci sia una onestà condivisa, che porti chi scaglia la pietra a non ritirare la mano.
La scuola che deve cambiare non è certo quella degli orari o del maestro unico sì-o-no. E’ una grande architettura che va riformata, modernizzata, affiancata al sistema mondiale della formazione scolastica. Dove diritto allo studio non significa promozione d’ufficio o laurea “comunque”, ma diritto ad avere ognuno le opportunità dell’altro, lasciando però al mondo dell’istruzione la capacità di selezione.
Perché la selezione c’è, è necessariamente in mano al dopo università, alle aziende, agli enti. La società è un sistema organizzato dove ogni casella deve combaciare con il resto, per questo la riforma scolastica – dell’università in particolare – va inserita in un ampio disegno sociale. E anche economico. Perché alle famiglie non si può dare il carico di una università di baroni e delle loro famiglie, di lauree create per creare cattedre, università che non formano e non rispondono alla richiesta della società. Che non chiede più il “pezzo di carta” ma competenza, formazione, professionalità.
Questo dovrebbero dire i giornali, e su questo dovrebbe riflettere la piazza. Con la politica che tace.






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