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  Mercoledì, 05 Maggio 2004

Duro come la vita di una volta

- Paolo Fratini ricorda il “suo” ciclismo fatto di sacrifici e soddisfazioni
Andrea Braconi



L’ha sempre amato il “suo” ciclismo Paolo Fratini, anche a costo di far infuriare i propri genitori. “La passione c’è stata sempre, avevo provato a correre a loro insaputa, ma poi mi sono sfogato soprattutto con il basket”.
Singolare persino la sua ‘prima volta’: “Sono stato avvicinato al ciclismo da un signore, che mi portò a vedere una corsa. Io pensavo di andarla a vedere lungo la salita, invece lui mi portò in discesa e mi disse “vedrai che capitomboli che fanno”. Perché le strade erano sterrate, come poi ho provato anche io, andando per terra!”.
Erano tempi completamenti diversi, anche nell’organizzazione delle gare. “Fino alla metà degli anni ’60 i corridori venivano ospitati a casa delle famiglie, che gli passavano da dormire e mangiare… quello che trovavano naturalmente. Oggi questo ciclismo si è trasformato. Prima erano corse soprattutto di resistenza, di sacrificio. Era gente che non aveva da mangiare e la loro droga era un panino. Oggi le corse sono più brevi, più veloci, raggiungendo dei tempi incredibili”.
Un ciclismo che ha trovato in Fratini un affidabile e professionale dirigente, tanto da ricoprire cariche nel consiglio nazionale della Federazione Ciclistica e nell’UCI (Unione Ciclistica Internazionale), ritrovandosi oggi come membro della giunta CONI di Ascoli Piceno e soprattutto collaboratore con Gazzoli nell’organizzazione del Gran Premio di Capodarco.
Nel corso degli anni ha visto correre gente come Coppi, Bartali, Gimondi, Moser, Saronni. “Un vero spettacolo”, afferma, che però ha subito profonde trasformazioni. “Quelle erano corse individuali. Con le squadre si è tutto un po’ appiattito. Ci sono dei treni che restano nascosti per tutta la corsa e che poi tirano la volata al campione di turno, con un finale quasi sempre noto. Prima invece si dava il massimo, c’era una maggiore sorpresa. Il ciclismo deve essere riportato in salita, in montagna, perché è lì che si esalta. La volata non affascina più di tanto”.
Il discorso scivola sugli atleti del territorio più rappresentativi. A partire da Michele Gismondi, un esempio di classe, di abnegazione. “Aveva altre possibilità ma ha scelto di sacrificarsi per Coppi, di restargli vicino. Erano questi i nostri uomini”. E poi Roscioli, “un attaccante, anche se ha vinto poco”. Momenti in cui il ciclismo si esalta e ritorna un po’ eroico. “Anche il leggendario Adriano De Zan trovava difficoltà nelle sue cronache: con tutte queste volate non sapeva più quello che dire!”.
Un ciclismo al quale oggi mancano eroi. “Sicuramente. Per me lo è stato anche Pantani. Quando partiva non ce n’era per nessuno. Ma oggi il ciclismo è diventata un’alchimia. Gli atleti sono troppo calcolatori, e così questo sport si appiattisce”.
Quale futuro, dunque, per le nostre realtà? “Nella zona si punta molto sull’attività giovanile, la vera base del ciclismo. I pericoli in strada ci sono e i genitori fanno fatica a mandarvi i ragazzi. La Federazione dovrebbe fare qualcosa per ottenere più spazi o andare alla ricerca di percorsi lontani dalle vetture. Non dico che questa sia pura utopia, ma quasi. Inoltre, manca lo spirito di sacrificio che la bici richiede. Per me è stata una scuola di vita. In bici sei solo, nessuno ti può aiutare. E se vuoi arrivare devi contare soltanto su se stesso”.






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