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  Mercoledì, 05 Maggio 2004

E’ proprio un bel ciclismo

- Alfredo Martini, il CT che ha fatto grande il pedale d’Italia
Andrea Braconi



E’ un ciclismo “addietro nel tempo” quello descritto da Alfredo Martini da Sesto Fiorentino, classe 1921, supervisore delle squadre nazionali ed ex commissario tecnico del settore maschile. Neanche 6 titoli mondiali (Moser, Saronni, Argentin, Fondriest e due volte Bugno), uniti a numerosi piazzamenti iridati, hanno placato la sua passione per le due ruote.
Il mondo attuale “l’è come l’è”, ma è sempre un bel ciclismo. Magari un po’ meno faticoso rispetto a quello di trent’anni fa, di quando gareggiava anche lui. “Le distanze erano molto più lunghe, però oggi corrono di più, fanno più trasferte e hanno un calendario pesante. E poi è tutto più difficile da interpretare. Prima era un ciclismo che assumeva una certa fisionomia: in gara la selezione era automatica, per le strade e la lunga distanza. Era individuale, mentre adesso è uno sport più di gruppo”.
Che atmosfera si respirava nelle Marche in quegli anni?
“Mi trovavo molto bene perché c’erano intenditori, appassionati. Insomma, il ciclismo era visto con passione, destava interesse”.
Non ha la sensazione che oggi, nell’immaginario collettivo degli appassionati, manchino degli eroi?
“Sì, mancano. Ma il numero dei corridori è salito. E’ un ciclismo differente, ma sempre che vuol vedere l’uomo in faccia. Quando si va sul Gabbia che c’è la tormenta, quando si va sulla Marmolada…insomma, è sempre vivo.
E vanno anche a 70 all’ora e hanno bisogno di tanta abilità”.
Da CT è diventato un riferimento per tutto il movimento. Come si trova nella nuova veste di supervisore?
“Il mio impegno è sempre al massimo. E’ un vedere, un osservare l’andamento dell’attività juniores, femminile e poi, naturalmente, i professionisti. Perché quando la nazionale va al mondiale attira l’attenzione di tutti, non solo degli appassionati. Si crea un grande fermento. E il nostro ciclismo è un bel ciclismo. Prendete l’ultimo Rebellin: ha riscosso i frutti della sua professionalità e della sua umiltà, anche se negli ultimi anni ha avuto diversi problemi fisici. Adesso che ha trovato la grande condizione vediamo il suo vero valore. In Italia abbiamo un bel numero di corridori. Ma è più difficile che un fuoriclasse venga fuori, perché è cambiato il ciclismo. C’è meno selezione.
Oggi, su queste strade così levigate, occorre stare bene a ruota di un altro, mentre prima con le strade sterrate era quasi impossibile. Parlo naturalmente di un ciclismo “addietro”. Quello di oggi permette anche di risparmiarsi e allora per quello che deve emergere staccando tutti diventa un po’ più difficile. Prima non erano solo le salite che facevano selezione, ma anche le discese sassose, sterrate, infangate in caso di pioggia, mentre oggi le strade in montagna sono più belle che in pianura Abbiamo delle strade bellissime dove uno può staccare anche tutti in salita, però se ci sono 30/40 km per l’arrivo fra discesa e pianura il gruppettino che lo insegue ha ragione su quello che va via da solo. I corridori hanno molta più assistenza, se hanno sete non si fermano alla fontana o in un bar come si faceva una volta, ma viene tutto rifornito dalla propria vettura. Se si fora una gomma si cambia la ruota, cosa negli anni ’50 non c’era, tanto è vero che al Tour de France era obbligatorio portare due gomme di scorta”.
Che giro sarà senza il “suo” Pantani?
“Marco era entrato nel cuore della gente per le imprese che riusciva a fare. Un altro come lui, che faccia quello che faceva lui in salita, adesso non c’è. Ci sono dei bei corridori come Simoni e Garzelli. Simoni è tagliatissimo per il giro, forse non c’è corsa che gli si addice meglio. E sarà interessante vedere questo Damiano Cunego che si è messo in bella luce. Poi Pozzato, che finora non è stato all’altezza del suo valore. Il giro sarà sempre interessante. La speranza è che possano venire fuori altri giovani”.
E nell’attesa, l’unica certezza è che sicuramente Alfredo Martini a questo Giro ci sarà.






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