Epoche a confronto, ma sempre una grande passione per il pedale italiano
Certo, il ciclismo di un tempo era altra cosa. Ce lo ricordano i protagonisti nella serie di articoli di questo numero, che dedichiamo ad un evento importante: il Giro d’Italia a Porto Sant’Elpidio.
Eppure, nonostante tutto sia cambiato e le epiche borracce siano state sostituite dal computer, le divise improbabili degli eroi del pedale da tute avveniristiche e multicolori, le carovane al seguito in veri e propri villaggi semoventi, il ciclismo resta forse l’ultimo sport “umano”, quello più vicino alla gente.
Magari “il Giro” ha perso quel fascino dell’avvenimento di allora. Quando passava si fermava tutto: le fabbriche chiudevano, la gente s’ammassava ai lati della strada sin dal mattino, noi più piccoli aspettavamo il passaggio delle auto della pubblicità per raccogliere il lancio di gadget da quattro soldi che sembravano la manna.
Oggi che tutto è studiato a tavolino e la corsa viene organizzata per essere un business più completo possibile, queste sembrano immagini da libro cuore. Persino i ciclisti, gente un tempo ruspante (ricordate le interviste del dopo tappa, quelle dichiarazioni spontanee, grezzotte ma così sincere), oggi sanno essere protagonisti della loro immagine. Valga Cipollini per tutti.
Per fortuna il ciclismo ha mantenuto, come dicevamo prima, il contenuto dello sport dei muscoli: in fondo, spaziale quanto volete, la bici ha bisogno delle gambe dell’atleta che, pompato o no, ci deve dare dentro. E forse lo sguardo sofferente di chi chiede il massimo alle sue gambe ed al suo fiato, è ciò che continua a dare fascino al ciclismo, nonostante le brutte storie che ne hanno contrassegnato gli ultimi anni.
Nell’interno il mitico cittì Martini dice che senza Pantani il ciclismo non è più quello che la gente ama. Con il “pirata” è morto difatti il ciclismo dal volto umano. Perché poi Pantani è morto perché lo hanno fatto uscire dal palcoscenico dello sport. Dove scomparire – come tutte le cose di questa società che viviamo – vale a dire morire. Quindi anche lui vittima di un ciclismo che ha perso il mito per diventare spettacolo.
Ma la carovana multicolore arriva. Il grande ciclismo farà tappa da noi e Porto Sant’Elpidio, che con Vincenzino Santoni e c. ha avuto il merito di salire ai vertici di questo sport, diverrà per qualche giorno il centro marchigiano dello sport.
Un evento utile anche al territorio perché, come dicono in tanti nelle interviste, un grande avvenimento mediatico può rilanciare l’immagine di una città e di un territorio. Con il ciclismo Porto Sant’Elpidio il suo passo in avanti lo ha fatto. Ospitando il Giro ha su di se i fari della zona, e non solo.
Noi, intanto, pensiamo alla passione per il pedale. A quelli che il loro giro se lo fanno nel loro tempo libero, e che la bicicletta ce l’hanno nel sangue, proprio come un tempo. Quelli che al ciclismo di oggi hanno sacrificato soltanto il colpo d’occhio, cioè le tute elasticizzate (per molti erano meglio quelle di un tempo, lasciavano emergere meno le fardelle…) e i caschi tipo signore degli anelli.
A questi ed ai tanti ricordi che ci portiamo dentro dedichiamo dunque questo numero. Augurando a tutti, ovvio!, di godersi la grande carovana del “Giro d’Italia”. Che è e resta il “Giro”, e basta.






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